Per un’etica della convenienza

gennaio 21, 2010 vincenzo moretti 2 commenti

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

Il fabbricante di ombrelli

Per il filosofo Francois Jullien la Cina è la sola possibilità di “prendere le distanze dal pensiero da cui proveniamo, [...] di interrogarlo nelle sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato”. Per il giovane Davide, scuola, volley, diciottanni e un sogno a un palmo di naso, è “una moltitudine di persone – formica con poca voglia di integrazione e tanta capacità di occupare ogni spazio disponibile”. Per Pietro D., il protagonista della nostra storia, padre e marito di giorno, studente di quinta liceo la sera, è un pezzo di memoria, un ricordo della vita da artigiano in quella bottega dove la sola traccia di “modernità” era un trapano verticale, realizzato da un vecchio torniere, che girava tramite la cinghia di un motorino attaccata da un lato al trapano e dall’altro al motore di una lavatrice, il tutto bloccato su un banco in legno che aveva più di 200 anni. Gli attrezzi necessari alla rifinitura? Tutti costruiti a mano e riposti nel cassetto di un banchetto, anch’esso senza età, insieme a balene (le stecche di ombrello), pezzi di legno, cacciaviti, pinze, tronchesi, martelli piccoli e grandi. Lo sgabellino dove ci si sedeva? Un reperto “storico”, sottratto ai tedeschi negli anni dell’occupazione. In tutto erano in tre, compreso il titolare, e realizzavano, rigorosamente a mano, ombrelli costruiti su legni pregiati interi (Ginestra, Malacca, Ciliegio, Corniolo, Olmo, Castagno, Frassino, Nocciolo, Bamboo), con la punta finale in corno di bue, utilizzando insegnamenti, modi, strumenti, tecniche, tramandati da padre in figlio.
I clienti? Tutti quelli che, potendoselo permettere, avevano fatto dell’eleganza il proprio stile di vita. Cinesi compresi. Perché, sottolinea Pietro, anche se i cinesi ricchi sono “pochi”, qualche decina di milioni, sono così tanto ricchi da poter cercare in ogni prodotto qualità e particolarità. Poi racconta senza fatica dell’arrivo in bottega dei clienti cinesi, della scelta accurata dei tessuti e dei legni, delle fotografie a ciascun ombrello,  tessuto, legno, così da poter controllare, all’arrivo in Cina, l’esatta corrispondenza con quanto ordinato. 120 euro più i costi di spedizione il prezzo di ogni ombrello, che ai ricchi cinesi costa tra i 250 e i 300 euro.
La storia di Pietro pare voglia dirci che “poco” e “molto” sono avverbi quanto mai indefiniti quando si riferiscono alla Cina. E che chi ha più idee, prodotti, servizi e sistemi di qualità ha più possibilità di collocarli sui mercati mondiali, Cina compresa. Dite che dobbiamo preoccuparci?

Accadde un autunno

Il ’69, il lavoro, i diritti raccontati ai giovani
Alba Orti e Vincenzo Moretti

Cosa voleva dire studiare e lavorare 40 anni fa, al tempo dell’autunno caldo, delle conquiste operaie e dell’unità sindacale? Cosa vuol dire invece oggi? E ancora: cosa ha significato lo Statuto dei Lavoratori per gli studenti e i lavoratori di allora? E cosa significa per gli studenti e i lavoratori oggi? E infine: cos’è cambiato nella scuola e nel lavoro, sul terreno dei valori, dell’organizzazione, delle opportunità, nel corso di questi anni? E cosa invece no?

Il senso di Accadde un Autunno, iniziativa promossa dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dallo SPI CGIL Nazionale, attraverso Progetto Memoria, è in buona sostanza qui, nel tentativo di rintracciare risposte possibili alle domande difficili, di condividere storie, racconti, testimonianze intorno alla condizione della scuola e del lavoro oggi e alla fine degli anni ’60, intorno alle conquiste e alle trasformazioni rese possibili dall’iniziativa e dalle lotte operaie e sindacali fino alla conquista dello Statuto dei Lavoratori di cui ricorre nel maggio del 2010 il 40esimo anniversario.

L’idea, l’auspicio, è che attraverso il racconto sia possibile ancora una volta non solo favorire l’incontro di generazioni diverse intorno a questi temi, ma anche indicare cause, segnalare conseguenze, ripensare senso e significato di quella straordinaria stagione di lotta, di proposta, di cambiamento, che va sotto il nome di autunno caldo e di questa lunga stagione di incertezza che sembra ridurre sempre più le aspettattive di futuro, in primo luogo quelle delle giovani generazioni.

Con Accadde in Autunno contiamo in definitiva di contribuire alla riflessione e alla discussione intorno al rapporto tra scuola, lavoro e società, tra scuola, lavoro e libertà, tra scuola lavoro e partecipazione, tra scuola lavoro e democrazia, tra scuola, lavoro, condizione e protagonismo delle donne. Com’è oggi e com’era 40 anni fa.

Andremo perciò alla ricerca degli elementi di continuità e, più verosimilmente, delle differenze tra le lotte per la conquista di una “scuola per tutti” e le attuali proposte e mobilitazioni per una scuola capace davvero di rispondere prima di tutto alle esigenze di chi ci studia e ci lavora, contro il disegno restauratore del ministro Gelmini; tra le 150 ore definite nel contratto nazionale di lavoro e la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare sull’educazione permanente; tra gli anni del lavoro nella grande fabbrica per tutto l’arco della vita e il lavoro e la sua rappresentanza al tempo della società liquida, incerta, precaria.

Protagonisti dell’iniziativa saranno i ragazzi del 4 e 5 anno delle scuole superiori di diverse città italiane, i loro insegnanti, i loro nonni e zii (i lavoratori e delegati di allora), i giovani lavoratori e delegati che oggi sono impegnati a difendere e ad allargare i diritti di chi lavora.

La raccolta di testimonianze e racconti si concluderà nel marzo 2010, mentre i risultati dell’iniziativa saranno diffusi nel maggio dello stesso anno in concomitanza per l’appunto con il  40esimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori.

Quale politica per la transizione italana

Strano ma vero, il racconto di La democrazia dei cittadini si dipana tra parole chiave come amicizia, cittadinanza, Costituzione, democrazia, futuro, giovani, leader, movimenti, partecipazione, PD, Ulivo, o anche Berlinguer, De Gasperi, Moro in maniera lieve e appassionante.

A renderlo tale è innanzitutto la concezione dell’amicizia come valore fondamentale non solo nella sfera personale – il sentimento profondo che lega Scoppola e Ariemma, Autore e Curatore del volume, Presidente e Vice dell’Associazione “I cittadini per l’Ulivo” -, ma anche nello spazio pubblico. Questa dimensione politica dell’amicizia emerge a più riprese, ad esempio quando Scoppola scrive che “I cittadini per l’Ulivo [...] devono instaurare tra le varie componenti, oltre che un rispetto reciproco, un clima di amicizia, senza il quale è difficile dare vita ad una volontà politica comune”, o quando individua nell’amicizia la risposta alla solitudine involontaria, o ancora quando pensa all’amicizia come a una leva importante per definire i caratteri di un welfare rinnovato.

Poi ci sono le qualità umane e politiche di Scoppola, il suo tenere sempre alto lo sguardo, la consapevolezza che “con i personalismi i partiti non salvano la loro visibilità e identità, ma vanno semplicemente alla sconfitta”, che c’è un urgente bisogno di “persone di buona volontà, contente di fare il loro mestiere, disposte a lavorare per l’Ulivo, che non cercano candidature”, che la vera ambizione non può che essere quella di “tirar fuori il Paese dalle secche in cui lo ha cacciato una politica ispirata solo agli interessi personali e alle logiche di mercato”.

Scoppola insomma non è solo “un cattolico a modo suo” che vive “la fede come scelta, come rischio di un impegno senza riserve, come scommessa”, ma anche “un politico a modo suo” che concepisce la politica come disegno per il futuro, come terreno di confronto e di iniziativa per persone che intendono contribuire, con la loro testa e le loro mani, al processo di rinnovamento della democrazia italiana.

Sia chiaro. Il libro non concede nulla all’antipartitismo, del tutto estraneo alla cultura, alle convinzioni, al percorso politico di Scoppola e di Ariemma; esso mette piuttosto in evidenza le ragioni per le quali alla crisi della repubblica dei partiti bisogna rispondere con la repubblica dei cittadini, la più idonea a definire progetti e selezionare classi dirigenti all’altezza delle nuove sfide.

Sul nesso tra crisi della democrazia italiana e scarsità di classi dirigenti Scoppola torna più volte, ad esempio quando afferma che “la transizione, a trentanni dall’assassinio di Moro, è ancora incompiuta perchè senza guida, affidata a iniziative molteplici e contradditorie” o quando, nell’ultima intervista a Repubblica, sottolinea che “la transizione italiana è povera di veri leader politici, di grandi disegni, di cultura”.

Scoppola e Ariemma non pensano a leader modello “un uomo solo al comando”, ma piuttosto a gruppi dirigenti rappresentativi, ricchi di personalità di primo piano, in grado nel nuovo contesto di produrre beni identitari, di rappresentare valori e ideali, di proporre programmi e prospettare soluzioni ai problemi del Paese.

La democrazia dei cittadini è un libro che vale anche per questo, perché ricostruisce in maniera mirabile il senso di una storia, dall’Ulivo al Partito Democratico, nella quale a tutti coloro che, si identifichino o meno con un partito, sono interessati alla politica, al valore della Costituzione, all’incontro tra mondo cristiano e sinistra come condizione e fine per costruire un nuovo e più robusto costume morale, civile e politico degli italiani, viene chiesto di mobilitarsi, singolarmente e attraverso le loro associazioni, per alimentare il processo democratico.

Le connessioni, le domande, che tengono assieme soggetti, progetti, contenuti e luoghi della “nuova” politica, hanno origine anche in questa storia. Non solo “Perché nasce il Partito Democratico? Su quali radici può già contare? Quale il suo retroterra sociale e culturale? Quali valori e interessi intende rappresentare? Quale il rapporto con i movimenti?”, ma anche “Noi che ci stiamo a fare? Cosa facciamo per mettere in circolo nuove energie, per sostenere il radicamento sociale e territoriale del nuovo partito, per favorire il confronto di idee e gruppi dirigenti, per cambiare in meglio i partiti, la politica, il Paese?”.

Per Scoppola e Ariemma ripartire dalla base, dalla società civile, dal mondo della cultura, dall’esperienza de “I Cittadini per l’Ulivo” vuol dire prima di tutto questo. Non basta chiedere ai partiti. Per costruire una cultura comune a partire dai temi etici, dalla giustizia sociale, dai giovani occorre che le energie presenti facciano sentire la loro voce, assumano le loro iniziative sul territorio, diano senso all’appartenenza comune, “vadano avanti come l’idea stessa di processo richiede, senza aspettare le decisioni dei vertici”.

La democrazia dei cittadini è in definitiva un libro appassionante perché racconta e suggerisce quella politica che, da Aristotele ad Hanna Arendt, è fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso.

Cercansi cittadini disposti a contribuire con il proprio mattone.

Il Valore della legalità. Conversazione con Marcelle Padovani

novembre 21, 2009 vincenzo moretti 1 commento

Credo di aver avuto intorno ai 14 anni quando ho incrociato per la prima volta l’espressione “anomalia italiana”. Sono passati quarant’anni, sono stati abbattuti il muro di Berlino e le Twin Towers e l’anomalia è ancora tutta lì. Basta dire scudo fiscale, lodo Schifani, lodo Alfano, guardare al modo in cui se ne discute su gran parte della stampa italiana e su quella del resto del mondo per rendersene conto con una evidenza che fa male. Di più. Nell’era Berlusconi l’anomalia è come teorizzata, rivendicata. Si favoriscono gli evasori fiscali, li si premia. Si fanno leggi ad personam, si delegittimano istituzioni e poteri autonomi, si alimenta l’insofferenza verso le regole ad ogni livello. Insomma: perché la partita “cultura della legalità e rispetto delle regole” non è stata ancora vinta dalla democrazia italiana? Quale fase stiamo attraversando?

Di questo e molto altro abbiamo discusso con Marcelle Padovani (Corrispondente permanente di Nouvel Observateur in Italia, autrice di film reportages sulla mafia e di numerosi volumi, tra i quali La Sicilia come metafora, con Leonardo Sciascia, Cose di Cosa Nostra, con Giovanni Falcone, e Mafia, Mafias, uscito in Francia da poche settimane) “Le mie impressioni su questo periodo sono molto contraddittorie – argomenta la giornalista –. Se mi avesse fatto la stessa domanda qualche anno fa è probabile che le avrei risposto con più ottimismo. La cosa che trovo preoccupante è che è diventato legge sparare sulla legge e sulle regole. Quasi come se ci fosse una gara a chi la dice più grossa contro le strutture della convivenza sociale, del rispetto verso l’altro, dell’osservanza, appunto, delle regole. Credo che questo sia uno dei momenti più bui che io abbia vissuto in questo Paese.

Eppure ho vissuto in Italia altri momenti molto duri. Ricordo ad esempio i giorni del rapimento di Aldo Moro. Ricordo tanta angoscia, ma allo stesso tempo una capacità di mobilitazione e di partecipazione che ci portava a incontrarci per strada, nelle piazze, dappertutto, per parlare e confrontarsi. In quel momento lì ho realizzato che il terrorismo in Italia non sarebbe stato sconfitto dalle leggi eccezionali, che per fortuna non ci sono state, o dalla repressione, com’è accaduto ad esempio in Germania, ma dalle persone, dalle piazze, dalle fabbriche, che ebbero in quella fase un ruolo importantissimo.

Ciò che intendo dire è che in quel momento che sembrava così buio c’era una grande consapevolezza di che cos’è uno Stato, e delle ragioni per le quali uno Stato non può venire a patti con dei delinquenti travestiti da rivoluzionari rossi.

Il Mese E oggi?

Padovani Purtroppo nella sensibilità popolare non incontro più questa volontà di rispondere assieme ai grandi problemi, a volte non so nemmeno se ci sia la consapevolezza dei grandi problemi. Mi domando ad esempio se oggi l’italiano medio si interroghi sugli attacchi alla Costituzione, se la famiglia media si lamenti del fatto che l’evasione fiscale cresce, che c’è insofferenza verso tutto ciò che è diverso, che non c’è più voglia di rispettare e neanche più semplicemente di tollerare chi non la pensa come te. Penso di no, e penso che questa mancanza di sentire comune sia preoccupante.

Il Mese: Rispettare le regole è giusto, eppure il fatto che sia giusto non basta a farle rispettare. Perchè la cultura delle regole si diffonda e si traduca in pratiche c’è bisogno che i cittadini siano indotti a ritenere “conveniente” il rispettarle. Da osservatrice, “esterna” ma non troppo, delle faccende italiane, cosa pensa del fatto che il sistema Italia ad ogni livello di fatto non premia i comportamenti rispettosi delle regole?

Padovani: Più volte mi sono ritrovata a fare paragoni con la Francia: un paese dove effettivamente c’è un rispetto diffuso per la legalità, dove quel che è vietato di norma non si fa. E poiché ho avuto ed ho molte ragioni per amare questo paese, mi sono altrettanto spesso chiesta perchè in Francia sì e qui noi.

La prima risposta che mi sono data è che in Francia il cittadino si confronta con un’amministrazione che lo rispetta. Se una persona ha un problema con il fisco può fissare un appuntamento, parlare con il personale preposto, chiedere chiarimenti, definire modalità di pagamento, discutere le scadenze, ecc… Quello che intendo dire è che c’è un modo dell’amministrazione di accogliere i cittadini che favorisce molto l’adozione di comportamenti virtuosi da parte di questi ultimi. In Italia invece l’amministrazione assomiglia troppo spesso a una macchina ideata per romperti le ossa, per complicarti la vita. È un’amministrazione arrogante, rigida nella forma ma non nella sostanza.

Secondo me, dunque, c’è il senso dello Stato proprio perché, mi si passi il “bisticcio” c’è lo Stato che è nato con Carlo Magno nell’800 e che gradualmente si è radicato e ha allargato la sua influenza, anche territoriale. Uno Stato che ha fatto della centralizzazione una risorsa importante per sviluppare tra i cittadini il senso dell’interesse collettivo.

Il Mese: Alla connessione forte tra centralizzazione e senso dell’interesse collettivo che lei suggerisce si potrebbe di primo acchito obiettare che ci sono numerosi esempi che dimostrano il contrario, valga per tutti quello della Germania.

Padovani: Non conosco bene l’esempio tedesco, ma credo si possa dire che ogni Land in Germania amministra come se fosse uno Stato. In ogni caso quello che mi pare davvero controproducente è il fatto che ci siano tante leggi diverse sullo stesso argomento da parte delle Regioni, delle Province, dei Comuni. In Italia accade spesso che Regioni ed enti locali si sovrappongano tra loro e con lo Stato, si muovano nello stesso spazio, cosicché non si capisce mai bene chi è responsabile di una cosa e chi no e tutto questo finisce, da un lato per determinare disordine, scoraggiamento, e dall’altro per rappresentare una spinta oggettiva a risolvere tutto con il contatto personale, con la richiesta del favore, con l’incitamento a corrompere. Tutto questo è avvilente, per la pubblica amministrazione e, ancora di più, per il cittadino.

Il Mese Ha mai pensato che in Italia fosse possibile una strada diversa?

Padovani Sì. Ricordo un episodio che mi colpì molto. Era il 1973, ero da poco arrivata in Italia e diretta a Fiumicino, con l’autobus, da Roma Termini. A un certo punto mi accorsi che stavamo andando al paese e non all’aeroporto. Mi prese l’angoscia, parlavo male l’italiano, chiesi all’autista e questi mi spiegò che avevo sbagliato mezzo. Ma non si fermò qui, perché, cosa da non credere, mi portò all’aeroporto con l’autobus. La grande generosità degli italiani, la loro innata capacità di improvvisare, di trovare delle soluzioni, di mettersi a livello dei problemi delle persone mi aveva fatto immaginare che le regole potessero non essere indispensabili. È una “fantasia” che mi è passata molto presto.

Per tornare allo Stato che non c’è, ancora negli anni 70 una signora mi ha raccontato una storia che per me ha dell’incredibile. Questa signora si era trovata in difficoltà e aveva dovuto portare tutti i suoi gioielli al Monte di pietà della sua città, Palermo. L’anno dopo, quando va a pagare e ritirare i gioielli, arriva con 20 minuti di ritardo rispetto alla scadenza stabilita e l’impiegato le spiega che non può più riscattare i suoi gioielli: in pratica li ha persi. La signora in questione si dispera, torna a casa, piange, si sfoga con che le dice vieni, andiamo da don Carlo. Don Carlo è un mafioso, si fa raccontare i fatti, poi dice alla signora di tornare il giorno dopo. L’indomani lei torna, lui le dà i gioielli e lei paga soltanto quello che avrebbe dovuto pagare all’amministrazione per recuperarli. Ecco, la mia domanda è: è “intelligente” uno Stato che si comporta così con i suoi cittadini?

Il Mese: Proviamo a guardarla anche da un’altro lato. Peter Schneider, nel pieno del ciclone tangentopoli, siamo nei primi anni 90, scrive su Micromega: “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”.

A quasi 20 anni di distanza alcune cose sono cambiate, molte altre, purtroppo, no. Perché questo deficit di ruolo della classe dirigente?

Padovani: La classe dirigente è attualmente al potere in Italia è totalmente irresponsabile. Quando un presidente del Consiglio dichiara che tra un po’ ci saranno il 50 per cento degli italiani che non pagheranno il canone Rai, legittimamente tale dichiarazione viene letta come un incitamento a non pagare.

Un ceto dirigente che dà questo esempio, che pensa che la ricchezza ti metta al di sopra della legge e delle regole può fare molto male al proprio Paese. Bisogna auspicare che il primo tempo, quello dell’accondiscendenza, persino dell’ammirazione, lasci al più presto il posto al secondo, quello in cui si chiede conto dell’operato delle classi dirigenti, ad ogni livello. Da questo punto di vista ritengo sia indispensabile salvaguardare la capacità della magistratura di essere autonoma, di svolgere il suo compito con imparzialità e garanzia di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Mettere in discussione questa autonomia significa oggi condannare l’Italia a un ritorno al medioevo.

Il Mese: Quando nel 2002 lessi “Dodici anni dopo”, la prefazione alla nuova edizione di Cose di cosa nostra, mi piacque molto quella sua immagine del virus della legalità che si propaga. Ancora oggi resto convinto che l’esercizio consapevole della responsabilità da parte dei cittadini sia la risposta più efficace e credibile alla crisi identitaria, legale, morale che attraversa il Paese. Ma se la convinzione è rimasta, nutro molti più dubbi sulla possibilità di vederla realizzata. Lei oggi scriverebbe ancora che il virus della legalità in Italia si sta diffondendo?

Padovani: Oggi risponderei che il virus della legalità per il momento si è addormentato, ma che prima o poi si risveglierà. Vorrei spiegarmi con due esempi. Il primo si riferisce al 1976, anno in cui ci fu un lungo sciopero dei netturbini romani. Era luglio, faceva un caldo atroce e a quel tempo abitavo al primo piano in un palazzo qui a Trastevere. Sotto le finestre i cumuli di “monnezza”, come si dice a Roma, si facevano sempre più alti e naturalmente, con il caldo, l’odore diventava ogni ora più nauseabondo. Mi chiedevo come fosse possibile tutto questo quando un giorno vidi arrivare dei giovani con dei piccoli carri che cominciarono a raccogliere l’immondizia. Naturalmente scesi e chiesi chi fossero; la risposta fu “Siamo del Partito Comunista Italiano, apparteniamo alla sezione qui dietro”. Segnalai l’episodio in un mio articolo per indicare quella che per me era una vera cultura della legalità, un esempio virtuoso di governo alternativo del territorio.

Il secondo episodio si riferisce ai giorni nostri. Oggi abito in uno stabile popolare dove vivono una trentina di famiglie e dove è stata introdotta la raccolta differenziata. Ebbene è una battaglia continua quella che combatto assieme ad altre due o tre persone affinché si utilizzino nel modo giusto i vari contenitori. In particolare sembra sia un problema comprendere che dove c’è la spazzatura biodegradabile non si deve mettere la plastica. Ogni giorno devo togliere dal contenitore della biodegrabile i sacchetti di plastica, che non lo sono, li devo svuotare dal loro contenuto e mettere nel contenitore che raccoglie plastica, vetro, metallo. Ecco, direi che questa “piccola” grande differenza tra il 1976 e 2009 segnala qualcosa di significativo circa il decadimento dell’attenzione e della passione per la legalità.

Acqaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve

La rivoluzione non è un pranzo di gala neppure quando è digitale. Si può emergere e stare dalla parte dei vincenti. Ma ci si può anche ritrovare emarginati, esclusi, iscritti a forza nel club sempre affollato degli svantaggiati.

Contano le opportunità. L’esperienza. Il genio. Il caso. L’intuito. Quello che ad esempio anche al tempo dei nuovi media non ti fa perdere di vista l’importanza della selezione e della completezza delle fonti. Non solo perché una società può dirsi a giusta ragione pluralista proprio se e in quanto può disporre di visioni e punti di vista alternativi. O perché oggi più che mai il potere di informare si interseca saldamente con il potere di formare. Ma perché se si sottovaluta questo aspetto si finisce come i troppi investitori che per decidere quali titoli comprare si sono accontentati delle indicazioni delle società di rating che per fare le loro costose analisi vengono pagate dalle emittenti titoli che pagano più volentieri le società di rating che considerano i loro titoli ottimi invece che quelle che li giudicano medio o bassi.

Per sottolineare che una domanda veniva fatta ad un interlocutore interessato e dunque non attendibile a Napoli da ragazzi si usava dire “Acquaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ’a neve”. Oggi si potrebbe definirla anche una sorta di antesignana definizione di una malattia sempre più diffusa, il conflitto di interessi.

Dite che è ora di accorgersi che tutto il mondo è paese? Niente affatto. Perché nei paesi normali quando ci si accorge di essere malati non si discetta di né di persecuzioni né di investiture popolari. Semplicemente ci si cura. Scusate se è poco.

Un’agorà nel cuore di Napoli

“Qui non c’è opinione pubblica. E allora poco importa che questo quartiere rimanga imbalsamato. L’essenziale è che rimanga una sacca di voti eccezionale, una volta per l’uno, un’altra volta per l’altro candidato. Qui ci sono i deboli, e nella realtà chiunque sia al potere, di questi deboli non si ricorda più”.

Sono passati 5 anni da quando don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità, mi ha detto queste parole. In cinque anni sono successe tante cose. Per lui, ma di questo a don Antonio non piace che si parli, e per il quartiere. Ad esempio nell’ottobre 2005 è nata l’associazione Onlus “L’Altra Napoli”, creata da “un gruppo di napoletani dentro, residenti e non, che condivide l’amore per la propria città natale, un forte sentimento di riscossa e la voglia di rimboccarsi le maniche”; perchè “Napoli è una città che sa dare tanto, tutto, e quando chiede aiuto non può essere abbandonata al suo destino”; perché “di questa città sul golfo potremmo lavarcene le mani, ma ci resterebbe sopra il sale”. Due anni fa il progetto “Rione Sanità ieri oggi e domani”. A settembre di quest’anno il tour “Miglio Sacro”, dalla Basilica di San Gennaro extra moenia alla chiesa di Santa Maria alla Sanità, fino alle catacombe di San Gaudioso, un percorso nella cultura per riscoprire tesori e umanità fuori dal comune.

La morale della storia? Occorre dare valore all’agorà greca, arrestare la sua privatizzazione e spoliticizzazione. È importante riprendere il discorso sul bene comune. Non rinunciare a costruire pubbliche opinioni che adottano propri criteri autonomi di giudizio intorno a ciò che è giusto e ciò che vale nell’ambito dello spazio pubblico.

Sembra facile, in particolare nell’era digitale, dove per certi versi è più difficoltoso definire il luogo dove le forze in campo si confrontano, dove avviene lo scontro politico, e dove si fa più fatica ad identificare chi sono i dominanti e chi i dominati, dove sono, in altre parole, i veri centri di gestione del potere.

La presenza delle spine non deve però farci scordare della rosa.

Alla presentazione del Miglio Sacro don Antonio Loffredo ha detto, riferendosi alla Sanità, che “questo quartiere ha fretta, questi ragazzi hanno fretta”. Fretta di liberarsi dai luoghi comuni. Fretta di formare una loro pubblica opinione. Fretta di farla contare. Fretta di comunicarla al mondo. E questo al tempo dei nuovi media è sicuramente molto più facile.

Riparare è giusto

Non so voi, ma io per molti anni ho pensato che l’ideatrice del principio di riparazione fosse mia madre. Come tantissime altre mamme in quei “favolosi” anni 60, per lei il rattoppo, l’aggiusto, la riparazione erano una filosofia prima ancora che una necessità. Più avanti sarebbe venuto il tempo dell’usa e getta ma nel frattempo molti di noi, grazie ai sacrifici dei papà operai che volevano il figlio dottore, avevano conosciuto il grande John Rawls e imparato che le ineguaglianze sono giustificate soltanto se producono benefici compensativi per i componenti meno avvantaggiati della società e sono collegate a cariche e posizioni aperte a tutti (principio di riparazione).  E che per questo sarebbe necessario che i decisori decidano come se non avesser nessuna conoscenza (velo di ignoranza) circa la razza, il genere, il censo, ecc. che ci sono stati assegnati dalla lotteria sociale.

Pura teoria? Niente affatto. In particolare se si usa “teorico” come sinonimo di “astratto”. Nella realtà senza il principio di riparazione la “società dell’accesso”, così tanto richiamata in letteratura, nei documenti ufficiali dei governi nazionali ed europei e così poco perseguita nella concreta attività dei governi, semplicemente non esiste.

Che fare allora? Naturalmente tante cose. Qui c’è lo spazio per una: creare le condizioni affinchè tutti possano imparare. Sempre. Perché è questo il modo più realistico per evitare che chi non per propria colpa si ritrova indietro veda aumentare la distanza che lo separa da chi è integrato. E perché il sapere trasforma il lavoro, i modi di vivere, i modi di essere e di comunicare.

Come farlo? Ad esempio facendo della formazione continua il principale strumento di gestione delle trasformazioni del lavoro (suggerisce qualcosa il fatto che il Rapporto “The universum graduate survey 2007”, questionario a risposta multipla, indica che il 61% dei laureati europei considerano la “formazione e l’aggiornamento gratuiti” il migliore benefit?). Favorendo  la costruzione di legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza. Dando valore al merito. Facendo dei processi di apprendimento lungo tutto il corso della vita l’asse strategico attorno al quale ripensare il modello sociale nei paesi cosiddetti avanzati.

Cose da non credere. Migliorando le abilità e le capacitazioni delle persone crescerebbero anche la conoscenza capitalizzata e la competitività, l’economia e le imprese. Provare per credere.

L’uomo artigiano | Sottolineato e Note a margine

Il vaso di Pandora -  Hannah Arendt e Robert Oppenheimer (11)
Le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno (11)
Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così. (12)
Discorso e azione come caratteristiche dell’essere umani (14)
Homo Faber (perché) e Animal Laborans (come) (15-16)
Animal laborans, Anomia, Operaio alla catena, Oppenheimer (16)
Che cosa ci rivela su noi stessi il procesos di produrre cose materiali? (17)
E’ possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare (17)
Fare le cose per bene perché é così che si fa (17)

Il progetto – L’uomo artigiano; guerrieri e sacerdoti; lo straniero (18)
La maestria designa un impulso mano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso (18).
L’intimo nesso tra la mano e la testa (18)
La resistenza e lambiguità possono risultare esperienze istruttive; per lavorare bene, l’artigiano deve imparare da quelle esperienze, anziché combatterle (19).
La motivazione cnta più del talento (20).
Motivazione, talento, organizzazione (20)
Il bravo artigiano usa le sue soluzioni per scoprire nuovi territori; nella sua mente, la soluzione di un problema e l’individuazione di nuovi problemi sono intimamente legati (20).
Il bravo artigiano di Sennett e il bravo democratico di Veca. Nella discussione pubblica siamo artigiani della parola? (20)
Mi sembra più realistico indagare come si possa modificare o regolare il comportamento concreto, piuttosto che esortare a un cambiamento dei cuori (21).
La questione “convenienza” (21).

Le tribolazioni dell’artigiano
Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il alvoro ben fatto per se stesso (27).
L’artigiano è la figura rappresentativa di na specifica condizione mana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno (28).

B come Benni. No, come Bugia

Sono trascorsi undici anni, sembra tre vite fa, da quando assieme al mio amico Mimmo abbiamo chiacchierato con Stefano Benni di pescatori, bugie, immaginazione. Quelli che potete leggere di seguito sono alcuni passi scelti. L’edizione integrale la trovate qui.

“I pescatori sono dei bugiardi architettonici, hanno tutta una struttura della bugia. Ho coniato apposta per loro questa famosa legge del coefficiente di retrodilatazione del pesce narrato: quando un racconto comincia il pesce è due metri, ogni minuto che passa il pesce si restringe di qualche centimetro e alla fine si ottiene un pesce di un metro. A questo punto si divide per due e quella è la reale lunghezza del pesce. È una metafora dell’immaginazione.
“Nell’immaginazione ci sono due mostri. Uno è l’Aleph. Ognuno partecipa all’immaginazione di tutti, legge libri che altri hanno scritto, ed è bellissimo poter partecipare a dei sogni che appartengono a tutti. Poi c’è l’unicità, che non è separatezza e che vuole dire che se io ti chiedo qual è il tuo Pinocchio, qual è la tua Alice nel Paese delle meraviglie, qual è il tuo Don Chisciotte, so che questo è diverso dal mio e che in quanto tale va rispettato.
“Non dobbiamo avere tutti, come fa credere la televisione, le stesse tre o quattro figure in testa. L’unicità della propria immaginazione è assolutamente un diritto dovere perché è qualcosa che ha che fare con la personalità, la capacità di scegliere, con l’autonomia come scelta culturale. E questo non coincide, tranne che in casi rari di snobismo, con una separatezza dagli altri. L’immaginazione o è nutrita dall’Aleph di tutti gli altri o si immiserisce.
“Sulla bugia mi piace ricordare un’altra cosa: gli unici che sembra non debbano dire bugie sono i bambini, e ciò la dice lunga sul fatto che la bugia è un fatto di autorità. I bambini non possono dire bugie, devono dire la verità! Poi, quando sei grande, Previti, Clinton [anno 1998, ndr …] più che bugiardo sei [considerato] furbo, astuto. Quando la bugia è “produttiva” in qualche modo è accettata: quello che ci spaventa nella bugia del bambino è l’idea che non ci dica la verità, che non riconosca la nostra autorità”.

Tollerante. Anzi no, ospitale

Ottobre 1912. Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. [ … ] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

Marzo 2009. L’azienda dove lavora Emilia continua a crescere e a Brescia la sua esperienza può essere di grande aiuto. Due settimane di lavoro intenso. Tanti stimoli. Saperi e idee con le quali confrontarsi.
Accade una sera. I due giovani colleghi che parlano di “slavi” come di diavoli venuti su dalle più profonde viscere della terra. Emilia sente i muscoli tendersi. Nel suo lessico “slavo” uguale persona di razza inferiore, sporca, che ruba e violenta, semplicemente non esiste. È lì pronta allo scatto quando uno dei ragazzi le dice “a proposito, tu sei di Napoli, ma voi l’acqua ce l’avete?”. Starà scherzando? Farà sul serio? Talvolta è difficile rassegnarsi al peggio. “Non ti sarai mica offesa?, pensavamo fosse come in Sicilia dove spesso l’acqua non c’è” insiste l’altro. Non c’è dubbio. Fanno sul serio. Cetto La Qualunque direbbe “non vi sputo se no vi profumo”. Virgilio “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Emilia di norma se li mangerebbe vivi. Questa volta no. L’amarezza è troppa. Non trova le parole. Si ritrova vinta dal silenzio.

Giugno 2009. Il mio amico Antonio Riolo mi invia la mail che racconta della relazione che mi ricorda la storia di Emilia D. Troppe volte ritornano, mi viene tristemente da pensare. Mi soccorre Derrida, la sua idea di chiedere all’Europa di non fermarsi alla tolleranza (il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella “sua” casa) e di procedere verso quell’ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Il suo mi sembra un grido di speranza e di responsabilità. La speranza di un’Europa ancora capace di sognare. La responsabilità di fare ciascuno ogni giorno qualcosa affinché il sogno, centimetro dopo centimetro, diventi realtà.

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Partecipare è giusto

Sulle strade della democrazia le scorciatoie davvero non esistono, in particolar modo quando le aspettative di futuro sembrano restringersi piuttosto che ampliarsi. Sta di fatto che mai come in questa fase l’esercizio della cittadinanza richiede responsabilità, impegno, continuità, coerenza, rispetto per le regole. Al tempo della modernità liquida non basta essere cittadini in sé, ma bisogna essere, sentirsi, diventare, cittadini per sé, possedere cioè una concezione e una consapevolezza alta dei diritti e dei doveri della cittadinanza. Proprio così. Se, come sostiene Bauman, “un punto possibile di approdo può essere quello di tornare a dare valore all’agorà greca, arrestando la sua privatizzazione e spoliticizzazione e riprendendo il discorso sul bene comune”, un primo passo nella direzione giusta è quello che, con il sostegno delle nostre parole e delle nostre azioni, ci consente un esercizio di responsabilità. E ciò suggerisce probabilmente qualcosa di importante circa la necessità di rendere ragionevole, percorribile, interessante, motivante, conveniente, la scelta di partecipare.
Fare le cose per bene perché è così che si fa; non tirarsi indietro; rinunciare ad ogni alibi o giustificazione di carattere culturale, economico, sociale; rispettare sempre e comunque, a prescindere, le regole: non è più solo una questione di sensibilità, di solidarietà, di civiltà, è una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse del fornaio di Smith, che ci permette di trovare il pane caldo ogni mattina.
L’interesse dell’Ulisse Shakespeariano consapevole che “nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri, né può da sé farsene alcuna idea, finché non le veda riflesse nell’applauso che le propaga”. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. L’interesse a ripristinare il dialogo, nel senso che abbiamo ereditto da Hans George Gadamer, per il quale “dialogare significa varcare una distanza, riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità per incontrarlo e comprenderlo”. L’interesse a farlo qui, nella ricca fetta di mondo nella quale viviamo. Ora, mentre fuori dalle nostre finestre le cose del mondo ci appaiono sempre più interdipendenti e globali.

Face Brolo Book

Fine aprile 2009. Sera. Cerco di sapere qualcosa di più su Brolo, il comune dove sono stato chiamato a partecipare, per conto della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, all’iniziativa, promossa dal Sindaco Salvo Messina e dal consiglio comunale con la partecipazione attiva del sindacato, “1° Maggio 2009. Una festa tanto attesa”.
In casi come questi Wikipedia si rivela più utile che mai. La pagina dedicata a Brolo comincia così: “Brolo (Brolu in siciliano) è un comune di 5.646 abitanti della provincia di Messina”. Ed è così che il piccolo comune siciliano entra ufficialmente a far parte della mia geografia.
Perché vi racconto tutto questo?
Perchè quello di Brolo è stato un 1° Maggio particolare.  L’occasione da un lato per ricordare e per così dire “riabilitare”, con tanto di “revisione” degli atti processuali e di consegna agli eredi di pergamena, i quindici operai che nel 1921 vennero ingiustamente condannati per la loro partecipazione allo sciopero contro il licenziamento di un giovane operaio, finito tragicamente con l’uccisione di una bambina di 10 anni, Angela Barà; dall’altro per connettere l’importanza del lavoro, il suo valore, in una giornata emblematica come il 1 Maggio, ad un atto di riappropriazione collettiva di un pezzo della propria memoria e della propria storia.
Questione di identità. Di valorizzazione di quella risorsa preziosa che ci permette di sapere chi siamo. Questione di cerchie di condivisione. Di valorizzazione dei contesti nei quali ci riconosciamo con altri e ci sentiamo in buona compagnia.
Identità e condivisione che emergono forte dalla discussione, dalla demo di un possibile film di Italo Zeus, dalla bellissima poesia  in siciliano che il consigliere Enzo Avena ha scritto per ricordare quei fatti.
L’aspetto ancora più interessante è che per Brolo tutto questo non è un episodio ma fa parte di un progetto politico che punta molto sul rapporto tra memoria e futuro.
Nasce così l’idea di istituire una Biblioteca Multimediale, diretta in primo luogo ai più giovani, e di intitolarla a Rita Adria. Nasce da qui il progetto “Io Ci Sono”, che a partire dall’11 maggio intende “fermare” in una grande istantanea tutti le facce e dunque le storie dei brolesi residenti e di pubblicare poi le foto in un libro che il Sindaco Messina ha voluto definire la prima grande novità editoriale del 2010.
Brolo. Dove facebook diventa realtà.

Fermate il tempo, voglio scendere

aprile 21, 2009 vincenzo moretti 1 commento

Ebbene sì. Il tempo inafferrabile, che è la misura di tutte le cose, che tutto toglie e tutto dà, non è stato e non è sempre lo stesso tempo né dal punto di vista scientifico, né da quello filosofico, né, tanto meno, da quello sociale.

Basta pensare ad Albert Einstein e alle sue teorie della relatività ristretta e della relatività generale per rendersene conto. O anche ai 40 anni e poco più trascorsi da quando, era il 1967, nel corso della tredicesima Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure, si è convenuto che un secondo è un intervallo di tempo che contiene 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133. O ancora al fatto che il tempo dei romani non è lo stesso tempo di Benedetto da Norcia, quello dei contadini medioevali non è lo stesso dei lavoratori dell’industria tessile inglese del diciannovesimo secolo, così come quello scandito dall’alternarsi del giorno e della notte non è lo dell’orologio a molla da taschino e poi da polso.

Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché produce effetti sulle nostre vite, in particolar modo in questa fase nella quale i cambiamenti sono più veloci e radicali e il modello sociale fondato sulla stabilità – dei valori, delle istituzioni, dei rapporti sociali e umani – vive una profonda crisi.

Viviamo il tempo dei senza tempo. In cui non basta fare presto. Bisogna essere veloci. A prescindere. Sempre di più. A ogni età.

Hai già 6 anni? La scuola e i compiti, tutti i giorni; sport, teatro o ballo, due o tre volte a settimana; l’appuntamento col dentista per registrare la macchinetta il mercoledì; il cinema o la festa di compleanno di qualche compagno di classe il sabato; la domenica col papà.

Correre, correre, correre ancora. Per andare dove?

In una bellissima storia di Dylan Dog, il fumetto culto delle generazioni post Tex Willer, l’indagatore dell’incubo si trova alle prese con una categoria molto speciale di morti viventi. Diversamente dai loro colleghi dei film dell’orrore, canonicamente assettati di vendetta e di sangue, gli inquilini del cimitero di Lowhill ritornano alla vita semplicemente perché intendono recuperare tempo, quello che non hanno speso bene nel corso della loro vita, impegnati come erano a correre avanti e indietro, giorno dopo giorno, come forsennati.

E se provassimo a scendere alla fermata prima?

Un Presidente chiamato cavallo

Ci vorranno poco più di 4 anni. Quelli necessari affinché gli abitanti di Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole, da cui dista per l’appunto 4,2 anni luce, possano leggere, grazie ai lori potentissimi supercannocchiali atermici intelligenti, i commenti seguiti alla consultazione elettorale per l’elezione del Presidente dell’isola culla della civiltà nuragica (da Nuraghes, torri in pietra di forma tronco conica risalenti al II millennio a.C.).

Di certo non rimarranno sorpresi. Loro hanno un altro modo di valutare le cose e di misurare il tempo. E poi di quel curioso Paese a forma di stivale sanno praticamente tutto. A scuola i ragazzi ne studiano la storia e la cultura e i musei sono pieni di opere d’arte che riproducono fedelmente i capolavori di Leonardo, Michelangelo, Raffaello. Che ad un certo punto ci sia stato quel Gaio Giulio Cesare Germanico, come si chiamava, Caligola, sì, lui, il terzo imperatore di Roma, quello che tra le tante stravaganze pare avesse eletto Senatore un cavallo, in fondo cosa importa. Non è stato mica l’unico scellerato comparso sulla Terra. Anche a considerarne solo il pezzetto chiamato Europa che dire di Hitler e Stalin, tipacci che al confronto Caligola è quasi un’educanda.

Eppure c’è chi giura di averli visti corrucciati. A causa di quello strano ometto che imperversa nelle Tv dispensando ottimismo a piene mani anche nelle situazioni più improbabili. Non è particolarmente importante, né lo è il suo paese. Non è neanche particolarmente alto, nonostante una comprovata abilità con tacchi e scalini. Non è particolarmente giovane o bello, nonostante il disperato feeling con il lifting. Eppure piace. Vince. Convince. Dove arriva lui tutto diventa torbido. Indistinto. Si omogeinizza. Si confonde. L’opposizione? Sbiadisce. Si smacchia. Sparisce. Nonostante laser e supercannocchiali.

Facciamo un esempio? Nell’isola dei Nuraghes lo strano ometto è riuscito a far eleggere un Signor N. N come Nessuno. Senza che nessuno si sia scandalizzato. Anzi. In molti l’hanno considerata la prova provata della sua potenza.

A Proxima Centauri ancora non lo sanno. Ma hanno deciso di fare del 2010 l’anno di George Orwell. La Fattoria degli Animali al posto della Divina Commedia. 1984 invece del Don Chisciotte. Non è che ci siano pericoli. Ma è sempre meglio ricordare.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche | Thomas S. Khun

29. Scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore.

38. La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione.

40. Lo scienziato che scrive ha maggiori probabilità di veder danneggiata la propria reputazione professionale che di accrescerne il prestigio.

66. Michael Polanyi ha argomentato che gran parte della riuscita di uno scienziato dipende da una conoscenza tacita, cioè da una conoscenza che è stata acquisita attraverso la pratica e che non può venire articolata esplicitamente.

75. La ricerca governata da un paradigma deve essere una maniera particolarmente efficace di introdurre cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la elaborazione di un altro insieme di regole.
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1979, pag. 75

76. La scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta. L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente additivo, della teoria; finché  tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

89. L’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma.

103. Una volta raggiunto lo status di paradigma, un teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto.

105. Abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa.

117. Coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure nuovi arrivati nel campo governato dal paradigma che essi modificano.

119. Consideriamo qui rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.

119. Le rivoluzioni scientifiche sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada.

138. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche alcune indicazioni indispensabili per costruirlo. Allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte.

138. Poiché nessun paradigma risolve mai tutti i problemi che esso definisce e poiché non succede mai che due paradigmi lascino irrisolti proprio gli stessi problemi, le discussioni su paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Questione dei valori.

140. In periodi di rivoluzione, quando a tradizione della scienza normale muta, la percezione che lo scienziato ha del suo ambiente deve venire rieducata: in alcune situazioni che gli erano familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt. Dopo di che, il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui era vissuto prima.

180. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabolario e dell’apparato, sia concettuale che operazionale, che aveva appartenuto al paradigma tradizionale. Ma raramente essi usano questi elementi ereditati dalla tradizione in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termini, concetti ed esperimenti entrano in nuove relazioni tra di loro.

190. Il punto in discussione consiste invece nel decidere quale paradigma debba guidare la ricerca in futuro, su problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente. Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, avere fiducia che l nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che l vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.

213. Il termine paradigma compare molto presto nelle pagine precedenti e la maniera in cui viene introdotto è intrinsecamente circolare. Un paradigma è ciò che viene condiviso da una comunità scientifica e, inversamente, una comunità scientifica consiste di coloro che condividono un certo paradigma.

214. Una comunità scientifica consiste di coloro che praticano una comunità scientifica.
I membri di una comunità scientifica vedono se stessi e sono visti dagli altri come gli unici responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, compreso l’addestramento dei loro successori.

217. Un paradigma governa, innanzitutto, non un campo di ricerca ma piuttosto un gruppo di ricercatori. Qualsiasi analisi di uan ricerca scientifica che sa governata da un paradigma o che infranga un paradigma deve cominciare cn l’individuare il gruppo o i gruppi responsabili.

218. Una rivoluzione è una specie molto particolare di cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal gruppo.

219. Le crisi non sono necessariamente prodotte ad opera della comunità che ne fa l’esperienza e che talvolta subisce una rivoluzione in conseguenza di esse.

225. Se tutti i membri di una comunità rispondessero a ciascuna anomalia considerandola come una causa di crisi o abbracciassero ogni nuova teoria avanzata da un collega, la scienza cesserebbe di esistere. Se, d’altra parte, nessuno reagisse alle anomalie o a teorie assolutamente nuove in materie che comportano alti rischi non vi sarebbe quasi nessuna rivoluzione. Il situazioni come queste il ricorso a valori comunemente condivisi anziché a regole comuni che governano la scelta individuale può essere la maniera in cui la comunità distribuisce i rischi e assicura il successo duraturo della sua impresa.

230. La natura e le parole vengono conosciute assieme. Per fare uso ancora una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, il risultato d questo processo è una tcita conoscenza che viene appresa facendo scienza piuttosto che acquisendo regole per farla.

232. Stimoli molto differenti possono produrre e stesse sensazioni; lo stessos timolo può produrre sensazioni molto differenti; il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione.

238. Nell’uso metaforico non meno che in quello letterale del vedere, l’interpretazione comincia là dove finisce la percezione. I due processi non sono gli stessi, e che cosa la percezione lasci all’interpretazione perché la completi, dipende essenzialmente dalla natura e dalla misura della esperienza e dell’educazione precedenti.

244. Tradurre una teoria o una concezione del mondo nel proprio linguaggio non equivale a farla propria. Per ottenere questo effetto bisogna naturalizzarsi nel nuovo linguaggio, bisogna scoprire che si pensa e si opera in, e non semplicemente si traduce da, un linguaggio che precedentemente era straniero.

246. Presi come gruppo o in gruppi, coloro che svolgono attività all’interno delle scienze sviluppate sono fondamentalmente dei solutori di rompicapo. Sebbene i valori cui essi fanno ricorso nelle situazioni in cui si tratta di scegliere una teoria derivino anche da altri aspetti della loro attività, la dimostrata capacità di formulare e risolvere rompicapo presentati dalla natura è, nel caso di conflitti fra valori, il criterio dominante per la maggior parte dei membri di un gruppo scientifico.

247. Si ritiene di solito che una teoria scientifica sia migliore di quelle che l’hanno preceduta non solo nel senso che essa costituisce uno strumento migliore per la scoperta e la soluzione di rompicapo, ma anche perché in un certo modo essa fornisce una migliore rappresentazione di ciò che la natura è realmente.

251. La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.

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Lo straniero

“Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero anche se a voi non sembrerà”. Il verso è di Georges Moustaki. L’anno il 1969.  “Lo straniero” il titolo della canzone, traduzione niente affatto letterale di “Le Meteque”,  primo posto nella Hit parade italiana, oltre 500 mila copie vendute in Francia.

Quello che non tutti sanno è che l’idea della canzone nasce come risposta del cantautore greco naturalizzato francese a una signora che aveva la pessima abitudine di troncare le loro conversazioni, quando le opinioni di Georges non le piacevano, con un antipatico tendente al razzista “tais-toi, tu es un métèque” (taci tu, tu sei un meticcio).

Le ragioni per le quali vi raccontiamo tutto questo sono solo in parte evidenti. Evidente, anche solo a leggere le cronache, è che la banalità del male si annida dappertutto, va contrastata colpo su colpo; che lo straniero non deve avere necessariamente la pelle nera, gialla o rossa; che ci si può sentire stranieri anche vivendo da oltre 20 anni in una civilissima città del Centro Nord, come nel caso di un dirigente della locale Camera del Lavoro che in un bar del centro si è sentito dire, in risposta ad un parere espresso sul tema immigrati e sicurezza, “tu non puoi parlare perché sei del Sud”.

Meno evidente è l’idea che, aldilà dei nostri bisogni di semplificazione quotidiana, di segregazone, di differenziazione, occorrerà immaginarci come “immigrati spinti dal caso o dal destino su un territorio che non è il nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartiene”, come scrive Richard Sennett nel prologo de “L’uomo artigiano” (Feltrinelli 2008), per cambiare l’approccio con le limitate risorse del mondo e migliorare il nostro futuro.

Ma forse si può andare ancora più là. Fino a incrociare Levinas e l’idea che “l’origine dell’esistenza etica è la faccia dell’altro, con la sua richiesta di risposta; l’altro diventa il mio prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia mi chiama”.

Io, tu, lui, noi. Con queste facce da straniero.

Merit / Merito

Just look at the covers and headlines of the main weeklies and tabloids, at the most popular TV shows, at the mad scramble for even 15 seconds of fame, at quiz contestants trying to guess the number of beans in a jar; or at the day
traders now bereft of the internet ideology. It’s nice being rich. It gives prestige and social recognition. It’s worlds away from the effort of those who have a job or a profession, or write an article or a book, or paint a picture. And it has nothing in common with the demanding life of a businessman. The advantage is that everyone can dream of making it. The truth is that more people are born rich than become it, that the need of many is the dark side of the force of the wealth of few in a world that by definition does not have infinite resources, and that all this is hard to reconcile with the criteria of justice that should inform democratic, open societies in this controversial opening of the third millennium. The truth is also that an apology for wealth does not make any less common “the sensation of being sucked into a vortex in which all realities and values are annulled, exploded, deconstructed and recombined; an underlying uncertainty about what is fundamental,
what is valuable, and even what is real”.
The idea is that we can try to do much more – rewarding merit and reducing, if not actually eliminating, the inequalities that originate in our social organisation. It is a difficult idea, as we have often seen, particularly in Italy. But being aware that “encouraging merit in Italian society is not easy”, and that “in Italy the two essential values of merit, making individuals responsible for their actions and equal opportunities, are replaced by values of uncritical solidarity and weak permissiveness” does not mean giving up the urgent task of affirming the value of merit and fighting for fairer societies in which there is less inequality and more respect, in which education is more important than wealth, and the social recognition of what people know and can do is an essential part of a deep sense of personal selfesteem and of organisations’ sensemaking processes. Societies which reward the pleasure, at every level, of doing things properly because that is how they should be done.
All this suggests at least three further questions, that we might refer to the organisation of talent, to the definition of the educational system, and the search for strategies and actions that concretely guarantee equal opportunities for all in expressing and making the most of their talent throughout their lives.
The crux of the question is here, in my view, the point that will decide the country’s chances of making a radical change and suiting the word to the deed.
One thinks of Guido Dorso, and of the hundred men of steel with strong moral impulses and will, with clear ideas and programmes, who he thought should be entrusted with the Fate of southern Italy; of his praise of the concrete, what has always been lacking in southern intellectuals, with the result that none of the hundred revolutions that they had imagined has ever come to anything.
One thinks of Vincenzo Cuoco, and his idea that a revolution should be “desired and carried out by the whole nation for its need and not just be someone else’s gift”. A revolution that should represent a need and not a gift, because only then do people really choose the terrain of responsibility and involvement, indispensable factors for any change that aspires to be lasting.
One thinks of Dorso and Cuoco because affirming the culture and practice of merit in Italy’s institutions and society really is a revolution, and, as such, will not be a picnic. It will need men of steel, clear ideas and programmes, the responsible involvement of everyone taking part, and policies designed to eliminate any kind of access barrier.

Basta guardare alle cover e ai titoli dei principali settimanali e tabloid. Ai contenuti dei format televisivi di maggiore ascolto. Ai cacciatori di celebrità formato cluster da 15 secondi. Al popolo dei quiz pronto a indovinare il numero di lenticchie contenute in un vasetto. Ai day trading orfani della edeologia di internet. Essere ricchi è bello. Dà prestigio. Riconoscimento sociale. Niente di paragonabile con la fatica di chi ha un lavoro o un impiego, svolge una professione, scrive un articolo o un libro, dipinge un quadro. Niente a che vedere con il mestiere pur sempre impegnativo di imprenditore.
Il vantaggio è che tutti possono sognare di farcela. La verità che si nasce ricchi molto più di quanto lo si diventi. Che il bisogno di molti rappresenta il lato oscuro della forza della ricchezza di pochi in un mondo che per definizione non ha risorse infinite. Che tutto questo si concilia assai poco con i criteri di giustizia che dovrebbero informare società democratiche, aperte, in questo controverso inizio di terzo millennio. Che l’apologia della ricchezza non rende meno diffusa «la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale».
L’idea è che si possa provare a fare decisamente di più. Dando valore al merito. Riducendo, se non proprio eliminando, le disuguaglianze che trovano la loro origine nell’organizzazione sociale. Idea difficile, come abbiamo visto a più riprese. In particolar modo nel nostro Paese. Ma essere consapevoli che «far sorgere il merito nella società italiana non è compito facile», che «i due valori essenziali del merito, responsabilizzazione degli individui sulle  proprie azioni e pari opportunità, sono da noi sostituiti da valori di solidarietà acritica e permissività lassista133» non vuol dire rinunciare alla possibilità, al compito, all’urgenza di affermare il valore del merito, di battersi per società più giuste. Società in cui ci siano meno disuguaglianze e dunque più rispetto, nelle quali l’essere colti sia più importante dell’essere ricchi, il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare sia una componente essenziale del senso profondo di autostima delle persone e dei processi di costruzione di senso delle organizzazioni. Società nelle quali si assegna un punteggio elevato al piacere, a ogni livello, di fare le cose per bene perché è così che si fa.
Tutto questo suggerisce almeno tre questioni ulteriori, che potremmo riferire all’organizzazione del talento, alla qualificazione del sistema educativo, all’individuazione delle strategie e delle azioni atte a garantire concretamente
a ciascuno eguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita. Sta qui l’aspetto dirimente della questione. Il punto sul quale si gioca buona parte delle possibilità di fare il salto di qualità, di passare dalle parole ai fatti.
Viene da pensare a Guido Dorso. Ai cento uomini d’acciaio animati da forti impulsi morali e da forte proiezione della volontà, con idee e programmi chiari, ai quali egli pensava dovessero essere affidate le sorti del Mezzogiorno d’Italia; al suo elogio della concretezza, quella che è storicamente mancata agli intellettuali meridionali e che ha fatto sì che non una delle cento rivoluzioni che essi avevano fatto nelle loro teste fossero concretamente realizzate.
Viene da pensare a Vincenzo Cuoco. All’idea che una rivoluzione deve essere «desiderata e conseguita dalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono». Una rivoluzione che deve rappresentare un bisogno e non un dono, perché solo in questo caso le persone scelgono consapevolmente il terreno della responsabilità e della partecipazione, fattori indispensabili per ogni cambiamento che aspiri ad avere un carattere duraturo.
Viene da pensare a Dorso e a Cuoco perché affermare la cultura e la pratica del merito nelle istituzioni e nella società italiana è davvero una rivoluzione e, come tale, non sarà un pranzo di gala. Richiederà uomini d’acciaio. Idee e programmi chiari. Partecipazione responsabile dei soggetti coinvolti. Politiche tese a eliminare ogni tipo di barriera all’accesso.

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Making sense

The processes of conferring sense allow us to interpret, understand and activate the environments in which people operate and with which they interact.
Chaplin’s “speech to mankind” in The Great Dictator is one of the most marvellous, moving and involving examples of sensemaking of all times.
If is true, as Weick affirm, that sensemaking begins with a sensemaker, as much that the organization that involve oneself in sensemaking processes is, as such, an organization more capables to construct meaning, create knowledge and make decisions.

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Anno nuovo. Elogio del vecchio

Napoli. Non solo Forcella, i Quartieri Spagnoli, Secondigliano. Anche Bagnoli. Antignano al Vomero. I Calmaldoli. Se metti per una volta da parte i problemi, anche solo come augurio per il nuovo anno, e vai in cerca di facce e voci quotidiane, ti potrà capitare di incrociare la signora che si complimenta con la giovane mamma ’e rimpetto (di fronte) dicendole “guarda a stu criaturo, me pare nu viecchio”. Dite che Napoli è una città nel bene e nel male particolare? Vero. Ma nel caso specifico non pertinente. A Milano, a Roma o a Palermo cambierebbe il dialetto ma non la sostanza. E a Londra al mio amico Fabrizio chiedono How old is he quando vogliono sapere l’età del suo Luca. E lui, ormai londinese provetto, risponde He is five years old. Proprio così. È vecchio di cinque anni.

Non ci siamo abituati eppure è vero: non è affatto inevitabile usare il termine vecchio come sinonimo di decrepito, logoro, inutile, in disuso, prossimo alla fine. Vecchio è anche ciò che dura e per questo ha valore, come dimostra il nostro interesse a visitare vecchie città, a custodire vecchi volumi, ad ascoltare vecchi long playing che girano su vecchi giradischi che si pensava sconfitti per sempre dall’avvento dei compact disc. Da vecchi, come racconta Hillman (La forza del carattere, Adelphi), portiamo a compimento il nostro carattere e  realizziamo il nostro destino. Se ancora non basta è utile ricordare che vecchio non è necessariamente il contrario di nuovo e che ciò che è nuovo non è per ciò stesso bello, desiderabile, positivo né una promessa “a prescindere” di   esiti migliori di quelli precedenti. La frequenza con la quale vengono dati nomi nuovi a contenitori, concezioni e modi di fare politica in realtà assolutamente tradizionali suggerisce a questo proposito qualcosa di significativo. Ne aveva scritto Sartori un pò di anni fa mettendo in guardia dall’insorgente novitismo, dalla ricerca ossessiva del nuovo ad ogni costo.

Fermiamo il mondo voglio scendere? Niente affatto. Si tratta piuttosto di dare valore alle cose più che ai loro nomi. Di usare le parole nel modo giusto per dare più senso e significato alle nostre esistenze. Di vivere vite con più radici, più carattere, più relazioni e dunque più futuro.

Every Breath You Take

I Rem cantano Bad day. Il telefono racconta di nuove possibili complicazioni.
Proprio così. Nei discount del dolore niente saldi. Si paga sempre a prezzo intero. Non è prevista ragione. Giustificazione. Senso. Accade. Ci addolora. Ci stravolge. Ci costringe a ridefinire ciò che per noi vale.
Mi appendo alle parole del mio amico R. La situazione della signora S. è seria ma non è compromessa. C’è spazio per la possibilità. Per la speranza.
Gli U2 cantano Beautiful day. Un giovane nero mi viene incontro. Penso che in questa città anche la carità riesce ad essere invadente. Provo fastidio. E’ a quattro – cinque passi da me e già comincio a dirgli che non ho soldi. Lui fa segno che ha fame. Io ripeto che non ho nulla, che non è giornata, che sono nervoso, che non ce la faccio più ad essere infastidito decine di volte al giorno da persone di varie età e di varia umanità che mi chiedono la carità, che non posso essere io a risolvere i problemi di tutti.
Siamo di fronte. La mia faccia e la sua. Mi da la mano. Mi ringrazia.
Procedo oltre. Due – tre passi ancora. Finalmente mi vergogno. Mi giro. Lo chiamo. Gli do 5 euro. Riprendo la mia strada. Penso che poco meno di un terzo del mio budget giornaliero se n’è andato così. E che lui non ha risolto nulla. Mi sono chiesto perché. Mi sono risposto perché la sua faccia mi ha chiamato. Penso che va bene così. Sting canta Every Breath You Take.

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Collaborative Management (CM)

Collaborative Management (CM) is a business strategy that aims at networking capacity as an essential component of the competition processes, structurally and humanly, needs a creative synthesis between competition and collaboration, and so rejects the concept of technology without innovation.
The capacity of international collaboration, of coherent national systems, businesses, research institutes, is the crucial factor in competitiveness in this new century.
The winner is the one that gets there first and shows originality of vision and the ability to translate that vision into reality. But the field is so vast that winning is impossible without sharing data, information, points of view and knowledge.
The idea is that in the period of the liquid society, knowledge and the internet, more than ever before competition is not enough to win. People need to collaborate and interact, knowing that many are going to almost reach the finishing post, but, as always, only one is going to win.
A paradigmatic example is Riken’s collaboration with the Encode programme, launched in 2003 by the National Institute of Health (Usa), with the aim of developing new technologies52 for analysing the genome and applying them to 1% of the Dna. When the mapping of the genome was complete, it seemed clear that understanding how it worked was almost impossible: it was like holding a book with a monotonous sequence of 3 billion G, A, C, T53 in a line without knowing where each word begins or ends, and with no idea of the punctuation or the grammar. Identifying the areas that codify by protein meant being able to understand the words. Now we are trying to understand how the words are linked to each other. The next challenge is understanding their logic.
Competition. Since 2001 Riken has been developing its own technology to understand where the mRna  and their promoters are.  Collaboration – such as the Riken technologies that complement those of Encode, and the use by Encode of Riken’s technology for identifying when genes start to be transcribed and the promoters, and understanding how and when the genome acts.
Competition again: the winner is the one who attract the best talents from every part of the world, knowing that to attract the best scientists the living conditions for researchers and the capacity to attract the best young people are important.  Collaboration again. The Riken President’s vision gives very high points to the capacity to reward merit, organise talent, develop the possibilities of collaboration in all its forms, and to do research with institutes and centres of excellence from every part of the world.

Il Collaborative Management (CM) è una strategia di business che punta sulla capacità di networking come componente essenziale dei processi di competizione, che coniuga in maniera creativa competizione e collaborazione, che rifiuta il concetto di tecnologia senza innovazione.
La capacità di collaborazione internazionale dei sistemi paese, delle imprese, delle istituzioni di ricerca, delle imprese è il fattore cruciale di competitività in questo nuovo secolo.
Due le parole chiave: competizione e collaborazione.  Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Ma per vincere bisogna condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.
Paradigmatico l’esempio della collaborazione del Riken con il programma Encode lanciato nel 2003 dal National Institutes of Health (Stati Uniti), con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie per l’analisi del genoma e applicarle a una parte, l’1 per cento del totale, del Dna. Completata la mappatura del genoma, è apparso evidente che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né dove comincia né dove finisce ciascuna parola, senza avere idea della punteggiatura, né della grammatica. Individuando le regioni che codificano per proteine è stato possibile comprendere le parole. Oggi si cerca di comprendere come le parole sono correlate tra loro. La prossima sfida è comprendere la loro logica.
Competizione: Riken che dal 2001 sviluppa tecnologie proprie per comprendere dove sono gli mRna e i loro promotori.
Collaborazione: le tecnologie Riken complementari a quelle di Encode. L’utilizzo da parte di Encode della tecnologia ideata dal Riken per identificare l’inizio della trascrizione dei geni, individuare i promotori, capire come e quando il genoma agisce.
Ancora competizione: si vince se si è capaci di attrarre i talenti migliori da ogni parte del mondo. Sapendo che per attrarre gli scienziati migliori sono importanti l’ambiente di ricerca, il living environment, la capacità di attrarre i migliori giovani.
Ancora collaborazione: è decisive la capacità di sviluppare in tutte le sue forme le possibilità di collaborare, di fare ricerca, con istituzioni e centri di eccellenza di ogni parte del mondo.

Pensare l’efficacia | Sottolineato e Note a margine

Francois Jullien, Il saggio è senza idee, Einaudi, 2002, pag. 109, Euro 10.00
Filosofia | Saggezza

Paragrafi
Un’alternativa nella cultura | Lo sconvolgimento del pensiero | Riaprire altri possibili nel proprio spirito | Per essere efficaci: modellizzare | O appoggiarsi sui fattori “portanti”: “surfare” | Domanda: quali sono i limiti di fecondità del modello? | La conduzione della guerra, non essendo modellizzabile, è forse per questo incoerente? | Nelle “Arti della guerra” cinesi: la nozione di potenziale della situazione | Sul coraggio: qualità intrinseca o frutto della situazione? | Valutazione – determinazione | Mezzo – fine | O condizione – conseguenza | Elogio della facilità | Processo: meditare sulla crescita delle piante | Modalità strategiche: l’indiretto e il discreto | Sul versante europeo: azione, eroismo, epopea | Sul versante cinese: il non agire | Azione / trasformazione | Mitologa dell’evento | Si tratta di empirismo? | Anche un contratto è in trasformazione (ma ance l’amicizia è un processo) | Progresso / Processo | Come pensare l’occasione? | Traslazione: efficacia / efficienza |   Obiezioni | La lunga marcia è un’epopea? | Cercare un margine per sopravvivere (anziché sacrificarsi) | Deng ha “trasformato” la Cina | Che cos’è un grande politico?

Filosofia | Saggezza
Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), sensa posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano
La filosofia è storica | La saggezza è senza storia
Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimugnata, “assaporata”)
Generalità | Globalità
Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza
Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)
Senso | Evidenza
Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente
Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa
Rivelazione | Regolazione
Dire | Non c’è niente da dire
Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)
Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)
Libertà | Spontaneità (sponte sua)
Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)
La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

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Che senso che fa

dicembre 17, 2008 vincenzo moretti 1 commento

Per chi oggi ha venti anni è difficile persino crederlo. Ma i nostri nonni dovevano fare per forza un nodo al fazzoletto quando avevano qualche incombenza, lavoro, appuntamento da non dimenticare. I post-it sarebbero stati “inventati” solo molti decenni dopo. Cazzuole, zappe,  chiavi semplici e doppie, a becco, ad anello, combinate, a tubo, a bussola, regolabili, snodate, a stella erano d’uso assai più comune delle penne. E coloro che erano soliti scrivere su un pezzo di carta “non dimenticare di comprare il pane” erano decisamente una minoranza. Poi arrivò László József Bíró, che osservando la scia lasciata da un pallone che continuava la sua corsa dopo essere finito in una pozzanghera ebbe l’idea della penna che ha cambiato il rapporto tra scrittura e popolo. Solo nel 1943 László József riuscirà a brevettare la biro (tra i primi a denominarla in questo modo sarà il grande Italo Calvino), ma gli elevati costi di produzione porteranno lui e il fratello György, che si era occupato della giusta viscosità dell’inchiostro (questione poi risolta grazie a Andor Goy), a vendere il brevetto al barone francese Marcel Bich. Sarà lui ad abbattere i costi del 90%, a presentare, siamo ormai nel 1945, la nuova penna, a commercializzarla in tutto il mondo e a diventare ricchissimo.
Come spesso accade a coloro ai quali la storia riserva la parte dei buoni, László morì povero a Buenos Aires il 24 novembre 1985; in compenso ancora oggi il 29 settembre, giorno del suo compleanno, in Argentina si festeggia il giorno degli inventori.
La morale della storia? Con la seconda metà del secolo breve la penna entra stabilmente a far parte degli utensili di casa. Finchè arriva Altair 8800 e comincia  l’era di sua pervasività il computer, dei telefoni portatili, dei dispositivi senza fili.
Un bip per ogni occasione. SMS, chiamata, videochiamata, mail, Facebook, Skype, Twitter. Cambiano i modi di comunicare e con essi cambiano i nostri modi di attribuire senso e significato, le nostre risposte alle domande circa chi siamo, ciò che c’è, ciò che vale. Questioni di senso. Alle quali dedicheremo la nostra attenzione dal prossimo Mese.

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Il sogno di Obama. E di Crichton.

5 novembre 2008. Chicago. USA. A cantare Sweet home Chicago non sono mai stati così in tanti. Neanche al tempo dei Fleetwood Mac, di Eric Clapton, dei Blues Brothers. La festa coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Le attese sono tante. In che misura saranno soddisfatte sarà il tempo a dirlo. Ma per intanto è tornata la storia con la esse maiuscola. Scusate se è poco.

5 novembre 2008. Los Angeles. USA. Muore all’età di 66 anni Michael Crichton. 150 milioni di libri venduti. Noto anche all’amico della porta affianco grazie soprattutto a Jurassic Park.

5 novembre 2008. Kobe. Giappone. Al Riken Center for Developmental Biology Teruhiko Wakayama dirige il Laboratory for Genomic Reprogramming e grazie alla pubblicazione su Pnas (Proceedings of the National Academy of the Usa) dei risultati dell’esperimento da lui diretto riesce nella non facile impresa di conquistare uno spazio sui media di tutto il mondo. Nel giorno di Obama e di Crichton.

Cosa hanno fatto di tanto importante Wakayama e il suo team? Hanno clonato un topo estraendo il dna da una cellula di topi morti e tenuti in un congelatore da 16 anni. Il passo successivo? Provare a preservare specie a rischio. O anche ri-creare specie estinte. Come ad esempio il mammuth. Impresa teoricamente possibile da quando un team di scienziati russi ha ritrovato, l’anno scorso, la carcassa di un mammuth da poco nato conservato per 40 mila anni dai ghiacci della regione artica di Yamalo-Nenetsk.

Naturalmente la strada da percorrere è ancora lunga e difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile. Così come non è stato impossibile clonare un essere vivente partendo da cellule surgelate abbattendo il muro dei danni prodotti dal ghiaccio sul Dna.

E se domani gli scenari fantascientifici immaginati da Crichton diventassero realtà? Saranno maggiori i rischi o le opportunità? Saprà la comunità degli uomini gestire una tale rivoluzione? Difficile dirlo. Il mio amico Alessio pensa che un post-it ci salverà. C’è scritta una frase di Stieg Larsson: “Non esistono innocenti. Esistono solo diversi gradi di responsabilità”. Io non ne sono sicuro. Ma per intanto lo faccio girare.

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Persone, processi e contesti

ottobre 22, 2008 vincenzo moretti 1 commento

Sono le persone, o per meglio dire i processi che esse attivano con le loro idee, il loro talento, il loro lavoro, con la loro capacità di stabilire relazioni e creare network di qualità o è piuttosto la forza e la consistenza delle strutture nelle quali esse vivono, lavorano, studiano, si divertono a determinare il carattere, i successi e i fallimenti delle organizzazioni?
La risposta di Franco Nori, scienziato con oltre 500 pubblicazioni e oltre 5000 citazioni su riviste come Science, Nature, Physical Review Letters, Nature Materials, Nature Physics, che tra tante altre cose dirige il Digital Materials Laboratory (http://dml.riken.jp) al Riken, istituto di ricerca giapponese di fama mondiale, è decisa, per certi versi persino provocatoria.
Per quanto possa essere un genio straordinario, avere una mente eccezionale, per un ricercatore che vive in Zimbawe, Botswana, Namibia sarà difficile ai confini con l’impossibile che riesca a fare scoperte scientifiche che lasciano il segno.
Al contrario anche una persona mediamente intelligente, naturalmente preparata, che lavora in un laboratorio eccezionale, con molti dati, molti esperimenti, ha parecchie possibilità di vedere il dato anomalo, di fare la scoperta importante. Un laboratorio con queste caratteristiche genera un tsunami di dati e i processi di serendipity, le scoperte per genio e per caso, sono decisamente più probabili dove accadono molte cose, ci sono molti dati, si discutono molte idee, si inseguono molte teorie, si esplorano molte possibilità.
Non è un fatto di modestia o di umiltà, insiste. È che l’ambiente, le relazioni con i colleghi, la qualità della struttura, hanno un’incidenza enorme sulla possibilità di conseguire risultati in ambito scientifico.
Naturalmente, concede infine, il segreto sta nella combinazione dei due fattori: genio e impegno delle persone, ambiente – organizzazione fertile che permette al genio e all’impegno di germogliare, di esplorare possibilità, di scoprire vincoli, analogie e legami inediti fra fenomeni precedentemente non collegati fra loro.
E voi, cosa ne pensate?

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Tra la via Riken e l’Europa

Quello che qui di seguito potete leggere è il paragrafo finale di un lungo articolo apparso sul n.3 del 2008 di Quaderni di Rassegna Sindacale dal titolo Tra la va RIken e l’Europa. Lavoro scientifico, organizzazione della ricerca, cultura del merito, valorizzazione del talento

Si potrebbe concludere il nostro racconto con la definizione di un possibile, provvisorio elenco di priorità che sottolinei la necessità di:
investire di più e meglio nella ricerca, definire le risorse e l’attività ordinaria, pianificare il reclutamento, migliorare la capacità di collaborazione e di networking a livello internazionale, attivare processi di collaborazione competizione;
fare dell’Italia un paese attraente per chi fa ricerca, adottare scelte e definire strategie che puntino ad attrarre l’interesse degli investitori, favorire l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi;
attivare call internazionali allo scopo di portare l’esperienza, il know how, le capabilities degli scienziati più bravi nel nostro paese e di metterle al servizio dei nostri giovani ricercatori, realizzare politiche finalizzate allo scambio di giovani ricercatori, attirare i migliori giovani ricercatori di ogni parte del mondo, quelli che vanno dove ci sono opportunità vere, realtà estremamente qualificate e organizzate, educatori in grado di aiutarli a crescere, a diventare autonomi;
selezionare i luoghi e le strutture alle quali concretamente affidare la mission di innescare questi circuiti virtuosi, ampliare le opportunità per le istituzioni e le organizzazioni, università e imprese in primo luogo, che intendono dedicarsi all’innovazione.
Ci piace invece concludere ritornando a Calvino, al suo elogio della leggerezza, alla sua visione della scienza  per chiederci se non sia proprio la società leggera la risposta alla società liquida, il polimorfismo vivace e mobile l’alternativa al conformismo opaco e bituminoso, la forza dei valori, delle idee, delle connessioni l’antidoto alle paludi dell’anomia, dell’incertezza, dell’insicurezza.
L’idea è che in Italia sia possibile creare le condizioni, se si sceglie di connettere la bellezza, l’intelligenza, la creatività, lo spirito di iniziativa, la capacità di innovazione, il talento, che c’è, con una diversa cultura e modalità di organizzazione e di gestione dell’università e della ricerca scientifica, per sviluppare ambienti socio cognitivi serendipitosi, per attivare processi virtuosi «per genio e per caso» e determinare, in un arco credibile di tempo di 10-15 anni, un nuovo rinascimento. Naturalmente, anche solo la possibilità che ci siano tanti Serendipity Lab nel nostro futuro è strettamente correlata alla volontà delle istituzioni, delle università, delle parti sociali, di interpretarne la necessità, di accompagnarne la crescita favorendo la propensione a (ri)definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali chi fa ricerca opera, a incentivare la voglia di fare rete. L’idea, in definitiva, è che una società che sa dare valore al futuro, al lavoro, al rispetto, al merito è in grado, perciò, di dare più senso, profondità e credibilità a tale prospettiva.

Ulisse controluce

Chi si ricorda chi è Jerry Donohue scagli pure la prima pietra. A tutti gli altri diciamo noi che si tratta del giovane cristallografo americano che da a Watson e Crick la dritta giusta per arrivare per primi alla struttura a doppia elica del DNA. Sorpassando proprio sulla dirittura d’arrivo l’uomo che aveva condotto la maratona dal primo metro, Linus Pauling, lo scienziato che se la scienza, come la vita, fosse una faccenda lineare avrebbe sicuramente meritato di vincere.
Come potè il giovane Jerry riuscire nell’impresa? Osservando che la struttura della guanina (uno dei 4 componenti del DNA) così come era rappresentata sulla monografia di James N. Davidson utilizzata da Watson presentava un errore. E che invece quella giusta era quella basata sul lavoro di June Broomfield. Pochi giorni ancora e Watson e Crick poterono presentare al mondo il loro famoso modello.
Tutto questo ci da lo spunto per parlarvi dell’importanza dell’osservazione e delle immagini nella scienza. E dunque di Ulisse. Non l’intrepido, affabulatore, polimorfo, astuto, ingegnoso, ingannatore, amatore, vendicativo eroe che siamo soliti attribuire alla fantasia di Omero. Quello magari in una prossima occasione. Ma il portale della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) (http://ulisse.sissa.it) dedicato all’informazione scientifica, alla ricerca, ai suoi protagonisti, nell’ambito del quale potete per l’appunto trovare Controluce, immagini per guardare, descrivere e pensare la scienza (http://ulisse.sissa.it/controluce/index_html), l’iniziativa curata da Ettore Parizon di Immaginario Scientifico di Trieste.
Di cosa si tratta è spiegato molto bene sul sito: “Controluce è una raccolta di immagini scientifiche provenienti dai laboratori di ricerca, scelte e descritte da Ulisse con un lavoro di confronto e di dialogo con gli scienziati che le hanno prodotte”.
Cosa aggiungere ancora? Che ciascuna sezione è suddivisa in tre aree: guardare vicino, dentro, lontano; descrivere oggetti, posti, cambi; pensare elementi, relazioni, spazi. Che il sito è facile da navigare, accurato, interessante e semplice nelle spiegazioni. Che le immagini sono davvero da non perdere.
Buona navigazione.

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Elogio del dubbio. E della contraddizione

“Parleransi li omini di remotissimi paesi li uni a li altri e risponderansi”.
Forse, se se ne fosse accorto, Steve Jobs avrebbe utilizzato questa straordinaria profezia di Leonardo, contenuta nel Codice Atlantico, per lanciare il suo iPhone delle meraviglie. O forse no. Il profeta della Mac generation è persona colta e sa che in realtà Leonardo non parla del telefono ma “dello scriver lettere”. E che è piuttosto nei manoscritti dove, disegnando una catena di “citofoni” per trasmettere velocemente notizie, egli scrive: “In cento miglia cento case, nelle quali stia cento guardie, che faranno per sotterranei condotti sentire una novella in tre quarti d’ora”.
Di certo per genio e per curiosità Leonardo ha potuto e saputo vedere cose che noi umani ancora oggi facciamo fatica a immaginare.
Il segreto? Il dubbio, la contraddizione e anche il caso. Proprio così. La capacità di coltivare il dubbio e di non nascondere la contraddizione sono componenti essenziali del progresso scientifico.
Emblematico il caso del chimico torinese Amedeo Avogadro (1776-1856) che vide riconosciuto solo dopo la sua morte, nel congresso di Karlsruhe del 1860, grazie a Stanislao Cannizzaro (1826-1910), il valore delle sue scoperte circa la formazione delle molecole, osteggiate dal barone Jöns Jacob Berzelius, insigne chimico svedese (1779-1848), che non aveva dubbi sulla giustezza delle proprie teorie, in realtà sbagliate.
E che dire dello stesso Codice Atlantico che, come racconta Alessandro Vezzosi (Leonardo da Vinci, Electa Gallimard, 1996), avrebbero potuto portare un ben altro contributo all’evoluzione del sapere in generale e del rapporto tra arte e metodologia della scienza e arte e metodologia della tecnica,
se fossero stati conosciuti e pubblicati come auspicava Antonio De Beatis che, a margine di un incontro con il da Vinci alla corte del re di Francia, presso Amboise, nel 1517, annotò che Leonardo ha tre quadri bellissimi (uno era La Gioconda) e i suoi codici trattano di infinite cose e saranno utilissimi.
La morale della storia? La suggerisce Cartesio: “Il dubbio è l’inizio della sapienza”. Senza dubbio.

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Alla ricerca della politica | Revelli | Eguaglianza

1. VI secolo a.C. Otane, Megabizo e Dario, che diventerà re, ucciso l’usurpatore che aveva occupato il trono di Cambise, formulano per la prima volta la celebre ripartizione delle forme di governo in monarchia, aristocrazia, isonomia. Cfr. Erodoto, Bobbio.
1647, Putney, Londra. Carlo I viene giustiziato. Circa 90 uomini, eletti capillarmente nei reparti, discutono, nel pieno della rivoluzione inglese, i fondamenti del nuovo ordine politico cui si intende dar vita. Si discute il Patto del popolo. I Livellatori, ala radicale dei soldati appoggiati da un piccolo numero di ufficiali sostengono il principio della sovranità popolare e del suffragio universale. Secondo tale tesi, caldeggiata dal colonnello Reinborough, tutti gli inglesi debbono essere considerati politicamente eguali. Ad essi si oppongono i Moderati, che, per bocca di Ireton, sostengono invece che a tutti i cittadini spetta l’eguaglianza giuridica e non quella politica e che pertanto il diritto di voto spetta soltanto ai proprietari terrieri.

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Alla ricerca della politica | Bovero | Libertà

Premessa metodologica.
Libertà è una parola ambigua. Più le parole sono grosse (parole-chiavi) più sono ambigue. Ci sono filosofi che sostengono che la parola libertà è per sua natura ambigua, perchè ad essa sono associati contestabili giudizi di valore. Non condivisibile.
Hanno piuttosto ragione coloro, tra cui Bobbio e Oppenheim, che considerano possibile e fruttuoso la ricostruzione in termini neutri ed avalutativi il significato del termine libertà.
Per sciogliere le ambiguità di parole e concetti occorre distinguere. Distinguere un concetto dai concetti affini. Distinguere un concetto dai concetti opposti.
Una buona tecnica è quella di chiedersi qual’è il contrario della parola il cui significato stiamo cercando di chiarirci.
Definizioni logiche.
Abbiamo un’idea intutitiva di quale sia l’opposto di libertà? Schiavitù, servitù.
Libero è un soggetto che non è schiavo, non è servo e viceversa. Schiavo e servo sono quasi sinonimi: lo schiavo è in catene, il servo no.
Prima definizione approssimativa: Libero è chi è senza catene, senza lacci, senza vincoli di vario tipo.
Non c’è servo o schiavo se non c’è il potere di qualcuno che li tiene in condizione di servo  o di schiavo.
Il potere del signore è la negazione della libertà del servo e viceversa.
Opposizione concettuale fondamentale: libertà e potere. Cfr. Bobbio.
Anna e Bruna. Anna ha potere su Bruna nella misura in cui condiziona la condotta di Bruna. La condotta di Bruna sarebbe diversa da quella che è se potesse esplicarsi al di fuori del potere di Anna. Bruna, rispetto ad Anna, non è libera. Anna è libera rispetto a Bruna e Bruna non ha potere su Anna. La libertà di Bruna si attua contro il potere di Anna, negandolo in tutto o in parte.
Per conquistare spazi di libertà occorre superare due tipi di ostacoli: obblighi e divieti, impedimenti e costrizioni. La relazione tra potere e libertà va vista in maniera dinamica, con possibili spostamenti di confine.
Anna è libera se Bruna non ha potere su di lei. Ma Anna è libera anche se Bruna si libera. O meglio, ci sono due possibilità: se Bruna fa la rivoluzione, prende lei il potere su Anna; se Bruna si emancipa, si sottrae al potere di Anna ed in questo caso Anna e Bruna sono entrambe libere.
Aspetto della libertà che coincide con il potere su di sè: la mia libertà si realizza per un verso negando aspetti, spazi, dimensioni di potere altrui e per un altro conquistando la possibilità di essere autonomo, cioè di esercitare potere su me stesso.
Benjamin Constant: Libertà degli antichi= partecipazione degli individui al potere politico e all’autodeterminazione collettiva (autonomia di potere su di sè; Libertà dei moderni= godimento individuale di spazi liberi e protetti dal potere altrui, in primo luogo quello politico.
Libertà negativa: una persona può essere definita libera se e nella misura in cui la sua condotta non incontra impedimenti e non subisce costrizioni. (Negativo è un concetto logico e non di valore. Constant: supremo valore positivo le libertà negative; le libertà individuali fondamentali sono anzitutto libertà negative).
Libertà positiva: forma o specie di libertà che coincide  con il potere su di sè, con l’autonomia. Una persona è libera in quanto è in grado di decidere, scegliere.
Perchè sia libertà negativa, dunque, debbono mancare impedimento e costrizione; perchè sia libertà positiva deve esserci capacità di determinare la propria volontà.
Chiarimenti e aprrofondimenti, obiezioni e risposte.
Libertà da e Libertà di sono due definizioni vuote ed ingannevoli.
Un modo per approfondire la distinzione tra le due specie di libertà: la Libertà negativa si riferisce soprattutto alla sfera dell’agire; la Libertà positiva alla sfera della volontà.
L’opposizione logica delle due Libertà non implica necessariamente una loro opposizione assiologica. Del resto, sulla congiunzione di aspetti fondamentali di queste due libertà si fonda la nozione comune di liberaldemocrazia.
Ha davvero senso tenere separate queste due libertà? Si, perchè possiamo incontrare situazioni in cui un aspetto della libertà vige e l’altro no.
E’ opportuno distinguere anche terminologicamente i due concetti, chiamando la libertà positiva Autonomia? No, perchè anche l’autonomia, in quanto definisce la libertà di non essere eterodiretti è a suo modo una libertà negativa.
RIdefinizioni politiche.
Al livello delle relazioni sociali concrete i singoli individui saranno più o meno liberi nel loro agire (L. N.) a seconda che sia più o meno ampio lo spazio di comportamenti permessi dalle norme collettive, principalmente dallo Stato. Cfr. Thomas HObbes e Libertas silentium legis, l’individuo è libero là dove la legge tace. Quando però alcuni spazi di libertà dell’agire sono garantiti, ossia sottoposti alla tutela delle costituzioni, allora certe Libertates non coincidono più con un semplice silentium legis ma diventano verbum legis, esplicita norma costituzionale.
Al livello delle relazioni di ciascuno con sè stesso: l’individuo è autonomo se è in grado di determinare da sè la propria volontà, di dar norme a sè stesso.
Se i singoli individui sono più o meno liberi (negativamente) nel loro agire quanto maggiore o minore è la sfera dei comportamenti permessi dalle norme collettive, gli stessi individui sono più o meno liberi (positivamente) nel loro volere, o meglio autonomi, a seconda che partecipano più o meno direttamente ed efficacemente alla formazione di quelle norme alle quali essi stessi saranno sottoposti (formazione decisioni collettive).
La distinzione tra libertà negativa e libertà positiva tende a presentarsi come distinzione tra la libertà privata o civile e la libertà pubblica o politica.
Hans Kelsen: si può essere sottoposti ad un ordinamento sociale ed essere libero se e perchè c’è libertà politica. La libertà politica come autonomia è l’autodeterminazione dell’individuo mediante la sua partecipazione alla creazione dell’ordinamento sociale: in ciò consiste il principio della democrazia.
Bobbio e quattro grandi libertà dei moderni: la libretà personale, la libertà di opinione e di stampa, la libertà di riunione, la libertà di associazione.
La libertà liberale, spazi di libertà d’azione garantiti e protetti da chiunque, è una forma di libertà eguale, perchè deve essere goduta da tutti in egual misura.
La libertà democratica, la possibilità di partecipare al processo di definizione delle scelte politiche, è una forma di autonomia eguale, perchè la frazione di potere attribuita a ciascun cittadino deve essere equivalente a quella di tutti gli altri.
Libertà liberale e libertà democratica, diritti civili o personali fondamentali e diritti di cittadinanza politica si sostengono a vicenda nelle liberaldemocrazie. Senza libertà civili l’esercizio della libertà politica è un inganno ma senza questa partecipazione le libertà civile fondamentali restano prive di efficace difesa.
Conclusione.
Finchè c’è una costituzione democratica ci viene riconosciuta ed attribuita la libertà. Ci sono mille possibile domande sui condizionamenti, sulle apparenti libertà, sulle possibilità di persuasione più o meno occulta ma proprio perchè ci facciamo tali domande non siamo servi stupidi e contenti e forse siamo anche in grado di riconquistare la libertà. O almeno di provarci.

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Alla ricerca della politica | Veca | Etica

E’ possibile parlare di rapporto tra etica e politica? Qual’è la natura di questo rapporto?  Tante risposte possibili. Cfr. Platone o Aristotele, Agostino o Tommaso; Machiavelli; Hobbes, Locke, Rousseau, Kant; Hegel; Marx; Stuart Mill o Weber. Tanti tentativi.
Occorre prendere sul serio la storia di questi tentativi alle nostre spalle.
Disponiamo di principi o valori etici per la valutazione della politica? Per Aristotele il fine della politica non è la vita o il vivere, quanto piuttosto la vita buona o il vivere bene. Ciascuno di noi ha un proprio criterio di valutazione delle scelte e se vogliamo rendere conto del fatto che ciascuno è capace di impegnarsi in criteri di giudizio politico (giusto, ingiusto, accettabile, non accettabile) dobbiamo affermare che esistono dei criteri etici di valutazione della politica. Asserire che esistono dei criteri etici non equivale a dire che tali criteri esistono come esistono gli oggetti, le cose materiali.
Un’Etica della politica può coincidere con una teoria, una concezione, un modo di guardare le cose che mira alla giustificazione delle istituzioni e delle scelte collettive. Teoria della giustizia.
Giustificabilità, accettabilità di una determinata politica, di una scelta o un provvedimento, di un determinato assetto delle istituzioni fondamentali (costituzione). Cfr. Kant e la sua concezione del Ragionevole.
Il campo del ragionevole richiede che ognuno di noi disponga di un doppio modo di guardare  e valutare le cose. Selezionare ragioni che possono valere per chi le presenta come per colui a cui vengono presentate. Prendere sul serio il punto di vista dell’altro.
L’Ordinamento impersonale è quello in virtù del quale ci impegniamo a rispondere al fatto elementare che ci sono altri come noi. La Responsabilità deriva dalla capacità di risposta a ciò. Cfr. Kant e l’insieme delle Ragioni Pubbliche, le ragioni dovute all’uso pubblico della ragione.
L’etica per la politica si basa sul confronto delle ragioni impersonali che le persone possono assumere miranti alla giustificazione o meno di istituzioni politiche e scelte collettive.
Un’ Etica politica si costruisce nello spazio che abbiamo chiamato del ragionevole, grazie all’esercizio della libera ragione pubblica. Cfr. John Rawls, Liberismo politico.
I criteri etici, per giustificare politiche e scelte, basate su ragioni pubbliche, devono superare un qualche test di generalità, universalità e impersonalità. In questo senso, per etica si intende etica pubblica.
Due impegni relativi alla libertà e all’eguaglianza. Sarà non libero chi sarà escluso dal confronto tra le ragioni miranti alla giustificazione. E sarà ineguale chi avrà ragioni che contano più o meno delle ragioni degli altri.
In un’Etica pubblica la giustificazione riguarda la vita giusta e non tanto la vita buona. I valori di un’Etica per la politica coincidono con quelli che potremmo chiamare gli elementi costituzionali essenziali, sullo sfondo di una poliarchia costituzionale.
Distinzione tra etica condivisibile  e non (convergenza ecc.). Ma esiste una sola etica condivisibile? Di fronte al pluralismo delle prospettive di valore (Etica utilitaristica ed Etica  Comunitaria. Etica del discorso di Karl Otto Apel. Etica di Jurgen Habermas. Nell’ultimo trentennio le principali etiche in competizione hanno oscillato dall’accento posto sulla nozione di utilità, a quello posto sull’eguale libertà negativa, a quello posto sull’equità, a quello posto sulla comunità) ha senso parlare di un’Etica per la politica?.
Ciascuna di queste etiche pubbliche è centrata su un singolo o un singolo insieme di valori.
Utilitarismo. Cfr. benessere collettivo, giustificazione di istituzioni e politiche che lo massimizzano;
Teorie libertarie. Cfr. valore della libertà negativa, libertà da, giustificazione di politica e istituzioni che minimizzano l’area dei vincoli sulle scelte e le transazioni individuali;
Teorie della giustizia come equità. Cfr. eguaglianza nelle opportunità fondamentali, eguale cittadinanza, giustificazione di politiche e istituzioni che le tutelano;
Teorie comunitarie. Condivisione di una identità collettiva, di una storia congiunta, di un noi senza il quale nient’altro può avere valore.
Come se ne esce?
Forse dovremmo chiedere ad un’etica per la politica di essere più propriamente un’etica politica: definire i valori fondamentali, concernenti l’ambito circoscritto del politico, che possono essere riconosciuti e condivisi da tutti, per ragioni che chiunque può trovare all’interno della propria particolare concezione etica. Pur non condividendo tutto possiamo, forse dobbiamo, condividere qualcosa.
Adottando la prospettiva di un’etica politica non richiediamo di condividere tutti i valori, come pretendono i comunitari, ma chiediamo di condividere quei valori che siano pertinenti per ciascuno di noi in quanto ciascuno di noi si pensa come partner, come socius, come compagno di pari dignità nella polis, nella città. A Libertà ed Eguaglianza bisogna dunque aggiungere un terzo valore ereditato: Reciprocità di Cittadinanza.
In questo ambito, l’etica politica perimetra l’area della condivisione, della comune lealtà civile, fissa e custodisce i termini del patto in cui ci impegnamo a modellare le nostre forme di vita collettiva e le comuni istituzioni entro i quali perseguire i nostri differenti obiettivi, ideali o interessi derivanti da una varietà di lealtà, di attaccamenti, di impegni, di riferimenti a differenti e plurali comunità o cerchie di riferimento.
La giustizia è così la prima virtù della società come unione di unioni sociali, se miriamo a delineare i tratti di un’etica per la politica fin de siécle.
Questioni aperte. Tante. Giustizia globale. Destini del mondo. Cfr. Kant e pensiero largo: impegno a guardare vite di donne e di uomini al di là dei confini dopo tutto contingenti e di frontiere più o meno arbitrarie, rassicuranti, rischiose, crudeli.

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Alla ricerca della Politica | Bobbio | Democrazia

Democrazia= popolo (demos) + potere (crazia).
Potere= capacità di determinare il comportamento altrui. Il potere viene dunque rappresentato come rapporto tra due soggetti, colui che ha il potere e colui che lo subisce. Il significato di potere si comprende meglio se viene messo in relazione con la libertà. Potere e libertà indicano due situazioni in cui una è la negazione dell’altra.
Il rapporto politico si può presentare tanto come rapporto tra potere e non libertà quanto come un rapporto tra libertà e non potere. Tutta la storia politica può essere interpretata come una continua lotta tra coloro che vogliono conquistare il potere o non vogliono perderlo e coloro che vogliono conquistare o non perdere la libertà.
Se nel rapporto tra due soggetti potere e libertà sono uno la negazione dell’altro, nello stesso soggetto potere e libertà, non potere e non libertà, coincidono. Chi acquista libertà acquista anche potere e viceversa. Ogni lotta per la libertà è anche lotta per il potere.
Le tre forme di potere: economico, politico, culturale.
Il potere economico si esercita attraverso il possesso della ricchezza. Il potere politico, in ultima istanza, con la forza. Il potere culturale con le idee, le dottrine, le ideologie. Il potere politico è il potere dei poteri.
Dalla ineguale distribuzione di questi tre poteri nascono tre tipi di diseguaglianza: tra ricchi e poveri, tra forti e deboli, tra sapienti e ignoranti.
Prima definizione di Democrazia: forma di governo che tende a correggere, attenuare le diseguaglianze tra gli uomini. Storicamente essa è la più egualitaria tra le forme di governo. Non a caso nell’antichità essa era definita Isonomia, eguaglianza di diritti ed eguaglianza di fronte alla legge. Cfr. Erodoto e dibattito tra tre principi persiani.
Popolo= avere certi diritti, in particolare quelli politici. Activae civitatis, cittadinanza attiva per distinguerli dai diritti personali e di libertà, iura civitatis.
Popolo è una parola ingannevole. Cfr. Dio e Popolo, Il Popolo d’Italia (quotidiano ufficiale del regime fascista), le due parole chiave del nazismo, Fuhrer (duce) e Volk (popolo).
Non è vero che Popolo comprende tutti. Cfr. Senatus Populusque Romanus, Statuto Albertino del 1848, introduzione in Italia del suffragio universale soltanto dopo la seconda guerra mondiale.
Popolo è un termine anche emotivamente ambiguo. Esso indica inoltre una collettività indifferenziata. La democrazia dei moderni si regge invece sul principio una testa un voto. La volontà popolare è in realtà la volontà dei singoli cittadini.
La democrazia dei contemporanei potrebbe essere ridefinita come potere dei cittadini piuttosto che potere del popolo. La democrazia dei moderni si fonda sulla concezione individualistica della società e dello stato.
Democrazia= potere dei cittadini.
Ma vi sono tanti modi di avere, conquistare, conservare, perdere il potere.
Le  varie forme di governo si distinguono in base alle regole che stabiliscono come si esercita il potere, attraverso quali procedure ed entro quali limiti. Cfr. le Leggi Costituzionali.
Le leggi costituzionali fondano la legittimità del potere e permettono di distinguere tra il potere legittimo, che richiede obbedienza e potere illegittimo contro cui è lecito opporre resistenza. Sempre le leggi permettono di distinguere l’uso legale e quello illegale del potere.
Le regole fondamentali di una costituzione democratica sono quattro:
Il suffragio, che deve tendere ad essere  universale;
Il voto deve essere eguale. Cfr. art. 48 della costituzione. L’eguaglianza di voto è una caratteristica della rappresentanza politica e la differenzia dalla rappresentanza degli interessi. Cfr. Condominio, Consiglio di Amministrazione;
Il voto deve essere libero in un duplice senso. Il singolo votante non deve ricevere imposizioni da chicchessia e deve avere la possibilità di scegliere tra diversi candidati e diversi partiti. Non è democratica la forma di governo in cui tutti hanno egual diritto di voto ma non hanno libertà di scelta. Non è democratico il regime in cui solo pochi hanno libertà di voto e che a buon diritto può chiamarsi liberale ma non democratico;
Le decisioni collettive debbono essere prese almeno a maggioranza. Libertà di discussione. Voto. Legittima la decisione approvata a maggioranza. Mediante questa quarta regola la democrazia, oltre ai valori dell’eguaglianza e della libertà, incorpora il valore della non violenza.
Migliore definizione di democrazia: forma di governo, modo di convivenza retto da regole tali che permettono di risolvere conflitti sociali senza bisogno di ricorrere all’uso della violenza reciproca, cioè all’uso della forza tra le diverse parti contrapposte. Un governo democraticamente eletto, contrariamente ad una dittatura,  non può usare la forza per mantenere il potere.
L’umanità deve tendere verse la non violenza.
Democrazia= potere del popolo; più corretto= potere dei cittadini; potere= capacità che ha un soggetto di determinare l’azione di un altro soggetto.
Su chi i cittadini esercitano il loro potere? Su se stessi.
Distinzione tra autonomia ed eteronomia. Cfr. Kant e distinzione della morale da tutti gli altri sistemi normativi.
Autonomia= un soggetto da legge a sè stesso. Eteronomia= un soggetto riceve una legge da altri (Dio, società, Stato ecc.). Nell’Autonomia chi pone la norma e chi la deve osservare sono la stessa persona; nell’Eteronomia il legislatore e l’esecutore sono due soggetti diversi.
Libertà negativa è quella situazione nella quale non siamo impediti, non siamo costretti, non siamo obbligati a fare o non fare. Questa forma di libertà può chiamarsi anche indipendenza.
La libertà come autonomia può essere definita come il dare leggi a  se stessi. Cfr. Rousseau e Contratto sociale.
Hans Kelsen: Democrazia (autonomia) e Autocrazia (eteronomia).
La Democrazia è quella forma di governo in cui il popolo è insieme legislatore ed esecutore delle leggi. Essa ha come sua caratteristica anche la libertà intesa come autonomia.
Autonomia= ideale-limite. Le decisioni in realtà non sono prese da tutti i cittadini ma dai loro rappresentanti. Si può parlare di autonomia per la maggioranza ma non per la minoranza.
Democrazia= potere regolato. Democrazia e Stato di diritto (qualunque potere è sottoposto a regole che lo delimitano e stabiliscono quello che può e deve fare e quello che  non può e non deve fare).
Democrazia è governo delle leggi contrapposto al governo degli uomini.
Non si può però confondere il populus, o l’insieme dei cittadini, con la moltitude o, come diremmo oggi, la piazza. Cfr. Hobbes. Non si può confondere democrazia con il potere della piazza.
Democrazia e sue regole, piazza senza regole. In democrazia ciascuno è una persona.
Pari dignità sociale. Cfr. art. 3 della Costituzione.
Partendo dalla pari dignità sociale si può dare un senso ai valori della democrazia: eguaglianza, libertà, autonomia, non violenza.
Solo essendo bene informati sui tratti essenziali, necessari e sufficienti, per stabilire che cosa significa Democrazia e quali sono le sue regole principali, saremo in grado di giudicare in quale misura ed entro quali limiti una determinata forma di governo sia una democrazia e trarne eventualmente motivo per migliorarla.

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Alla ricerca della politica | D’Orsi | Introduzione

L’arte della convivenza nella polis
Il filosofo insegna la virtù d’essere cittadini.
Nel IV secolo a.C., Platone crea, con l’ Accademia, la prima scuola di politica.
Politica come congiunzione di una buona fortuna con una meravigliosa preparazione. Cfr. Machiavelli: virtù e fortuna del Principe.
Secondo Werner Jaeger in Platone, accanto alla Politéia, c’è la Paidèia, la funzione educativa. Cfr. Città ideale, retta dai filosofi, e formazione di uomini giusti.
Con Aristotele la politica diviene epistème, scienza: una forma specifica di sapere che ha per oggetto la vita delle città e dei cittadini.
Guglielmo di Moerbeke traduce l’opera aristotelica in latino che si diffonde però soprattutto grazie a san Tommaso d’Aquino: la politica come arte del buongoverno. Cfr. Cicerone e  recta iustitia.

La democrazia, tra libertà ed eguaglianza
Isonomia: uguaglianza di fronte alla legge. Cfr. Erodoto. Regole e contenuti della democrazia. Eguaglianza e Libertà: le due gambe sulle quali cammina la democrazia.
Libertà: Locke e Montesquieu. Liberismo esasperato. Liberalismo.
Eguaglianza: Rousseau. Egualitarismo esasperato: Babeuf. Socialismo e comunismo.
Tocqueville: libertà ed eguaglianza.
Liberalismo e socialismo: John Dewey. In Italia liberalsocialismo di Calogero e Capitini e socialismo liberale di Rosselli e Giustizia e Libertà. Nel pensiero comunista esperienza di Rosa Luxemburg.
Benjamin Constant e due tipi di libertà. Non ci sono bandiere nè cause per le quali si possa sacrificare la libertà dell’individuo.
Isaiah Berlin: meglio Hobbes che Rousseau.
Determinazione delle Libertà e delle Uguaglianze.
Isonomia:uguaglianza formale; Isomoiria: uguaglianza delle parti, distributiva, sostanziale.
Tocqueville e l’égalité des conditions; Ralph Dahrendorf e l’uguaglianza delle opportunità (lebenschancen) a metà strada fra eguaglianza formale e sostanziale.

Dell’utopismo
Thomas More: Utopia, non luogo, luogo che non esiste, luogo del bene, luogo felice. Cfr. La repubblica di Platone. La grande stagione dell’utopia è il Cinquecento e con esso faranno i conti tutti i sognatori di repubbliche perfette, a partire da Tommaso Campanella.
L’altra età dell’oro dell’Utopia è il secolo dei Lumi, ricco e ambiguo.
Nella prima metà dell’ottocento il concetto di Utopia si coniuga con quello di progettualità sociale. Cfr. Saint Simon, Fourier, Owen, Cabet, Weitling, Proudhon.
William Morris, Notizie da nessun luogo, uno degli ultimi classici dell’Utopia.
Bloch e lo spirito dell’Utopia, Mannheim, i francofortesi da Horkheimer e Adorno a Marcuse e Habermas.
Distopia: paradigma negativo dell’utopia che serve a denunciare i limiti, le ingiustizie, gli errori, la brutalità del potere. La distopia appare una sorta di avviso estremo ai naviganti prima della tempesta distruttrice.

La laicizzazione della politica
Idealismo platonico v/s realismo naturalistico, descrittivo, sistemico di Aristotele; rigore analitico e crudo realismo di Machiavelli v/s l’utopismo di More ed Erasmo.
Con Machiavelli la scoperta dell’autonomia della politica. La politica da arte del buon governo a ragione di stato. Cfr. Giovanni Botero, 1589. In nome dell’asserito utile dello Stato vengono messi in subordine i diritti dei cittadini, ai quali il potere si sovrappone e si contrappone, facendo cadere così il significato originario della politica.
Bodin, République, 1576: senza la teoria politica non può esserci governo, indipendentemente dalla forma istituzionale.
Laicizzazione della politica: ruolo di Altusio, Grozio, Spinoza, Montesquieu.
Lo spirito delle leggi, 1748, è un lavoro da sociologo.
La politica positiva di Comte sinonimo di Scienza della politica e al suo maestro Saint-Simon va attribuito il primo progetto di rinnovamento culturale in senso efficientista, industrialista e scientista della borghesia europea.
Importanza di Tocqueville.
La politica come scienza del potere, come scienza deputata a conquistare e conservare gli Stati.
Staatskunst e Staatswissenschaft. Cfr. Adam Muller, Hegel, Carl Ludwig von Haller.
Con Marx la politica perde quel che aveva guadagnato in autonomia ma acquista in ricchezza di sfondo. Da Marx prende il via una distinzione tra il politico e la politica: il primo è dappertutto, alla luce della verità eterna della lotta di classe, la seconda è la forma contingente ed ideologica del dominio borghese. La politica è la sovrastruttura caduca della formazione economica sociale.
Oggi la politica è fondamentalmente scienza che si occupa del potere. E’ stato soprattutto Max Weber ad abbandonare il punto di vista giuridico istituzionale servendosi di categorie storiche e sociologiche volte a determinare il potere nell’età dello stato moderno. Cfr. anche Karl Schmitt, autonomia e brutalità della politica.

La politica fra etica e religione
Vanno definiti dei criteri per la valutazione morale della politica?
Salvatore Veca: Etica e politica, espressione solenne, vaga e complicata.
Diritti e necessità di una loro più equa distribuzione: da questione dell’etica a questioni di giustizia, eguaglianza per qualificare la libertà. Cfr. Kant e la sua idea di Stato di diritto, razionale ed eticamente fondato.
Accanto alla ragione c’è però un’altra fonte della morale: la speranza in qualche dio, il culto della divinità. Cfr. Henri Bergson.
La storia dei rapporti tra religione e politica è innanzitutto storia delle relazioni tra Stati e Chiese.
Sul piano storico sia la Chiesa di Pietro che le Chiese riformate, a partire da Lutero, si sono rivelate centri di potere politico, culturale ed economico.
In Italia da Costantino il Grande in poi la storia rende difficile un’azione politica che non tenga conto del rapporto con il cattolicesimo.
Critica della religione: Hegel, sinistra hegeliana, Marx, Nietzsche, positivismo, Kierkegaard.
Mondo contemporaneo, crisi della modernità, crisi della ragione. Negli anni ottanta: ritorno verso la religione, restaurazione politica a livello internazionale, nuova importanza politica e sociale delle fedi ultraterrene parallela alla crisi delle ideologie politiche. Papa polacco, Islam.
Si incrina l’identità tra modernizzazione e secolarizzazione. Religione= Altare e Trono.

Il mito nazione.
Mytos nella cultura greca si contrappone a logos. Ambedue significano Parola, Discorso, ma il primo è prerazionale, immaginativo, sentimentale, il secondo è razionale, consapevole.
Il secolo del mito politico è il Novecento, a partire da George Sorel, le parole mito nascono un pò prima tra il tardo Settecento e l’inizio dell’ Ottocento.
Uno dei miti più potenti della storia è quello della Nazione, termine dalla immensa forza emotiva ma che rimane tra i più vaghi ed incerti del vocabolario politico.
La nazione in senso moderno nasce con la Rivoluzione francese e, sul piano dell’elaborazione teoretica, specialmente con il romanticismo tedesco.
Autonomizzazione della politica e comparsa di soggetti e concetti autonomi , autogiustificati, autocentrati come il Principe (Machiavelli), lo Stato (Hobbes), il Popolo (Rousseau).
Nazione e nazionalismo ( parola coniata dal tedesco Herder, 1774)
Il nazionalismo è l’ideologia più compatta ed espansiva dell’età contemporanea. Nel secolo XIX diventa forza propulsiva che mira a trasformare la nazione dal terreno prevalentemente spirituale a fatto territoriale e politico statuale. Non è da sottovalutare la teoria che sostiene che è il nazionalismo che precede la nazione.
Sia nato prima il nazionalismo e poi la Nazione o viceversa, sta di fatto che l’ideologia della Nazione, il nazionalismo (cuore, appartenza, identità, sangue, suolo, lingua, ETHNOS) ha quasi sempre vinto contro le ideologie contrarie. Con la prima guerra mondiale, davanti a questa parola, falliscono i due principali internazionalismi, quello socialista e quello cattolico.
Nazionalismo ottocentesco, patriottico, e Nazionalismo novecentesco,  imperialistico vanno probabilmente tenuti distinti. Se il primo mira a far coincidere Patria e Stato, al secondo sono sottese idee di supremazia e progetti di egemonia, all’interno di un panorama culturale complesso, popolato da positivismo, darwinismo, organicismo.
Prevale in questo secondo nazionalismo il concetto di comunità come elemento costitutivo della nazione. E il lessico della comunità ha poco o nulla a che spartire col lessico della democrazia che è invece un lessico societario.
Proposta di una nazione non come fatto di stirpe, come dato naturale, ma come costruzione storica in cui, nel corso dei secoli o degli anni, si esprime la patria. Essa vorrebbe contribuire alla rinascita democratica attorno ad un nuovo patto, capace di coniugare identità nazionale, interna solidarietà e dialogo sovranazionale.

Fra progresso e conservazione
Il progresso è un’idea che ha conosciuto i suoi fasti nel secolo dell’ottimismo borghese e che è caduta in disgrazia nel Novecento, il secolo delle incertezze.
Hiroshima ed Auschiwitz segnano la fine della fiducia un pò cieca e un pò cinica nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità. Cfr. Asor Rosa e vicenda dell’Occidente.
L’ideologia del progresso si affaccia nella nostra cultura nell’età moderna, a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento. La sua piena esplicitazione si realizza con l’età dei Lumi. Cfr. Voltaire, Filosofia del progresso e filosofia della storia. Con l’illuminismo il progresso diventa un’idea forza da far valere mediante il pensiero e l’azione, una possibilità da far diventare realtà.
Nel secolo successivo l’idea del progresso tende a lasciare sullo sfondo la soggettività umana e a cogliere le leggi che presiedono allo svolgimento delle umane vicende. Cfr. Inevitabile sviluppo progressivo che conduce al socialismo ed al comunismo.
In polemica con l’ideologia del progresso, l’ideologia della conservazione.
Chateaubriand, Le Conservateur, 1817, Francia sembra sia stato il primo ad usare la parola. Nel 1830 in Inghilterra il partito Tory viene ribattezzato Conservative Party.
Quando la conservazione è volonta di restaurare lo status quo ante si può parlare di restaurazione; la tradizione è invece una conservazione estesa nel tempo e nello spazio; per reazione va in teso infine il comportamento collettivo di chi intende riportare indietro la ruota della storia.
La concessione di diritti ai ceti inferiori ha lo scopo di impedire un cambiamento radicale e irreversibile nella società.
La conservazione come negazione di valori e culture contrarie? Cfr. Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese. Burke è un conservatore nobile, attento ai valori della conservazione più che agli interessi, non a caso ritiene legittima la rivoluzione inglese del 1688. Riformismo conservatore?
Dialettica progresso conservazione: da una parte fiducia nell’essere umano, di cui l’egualitarismo è una componente essenziale, dall’altra pessimismo antropologico, scarsa fiducia, resistenza all’allargamento dell’arena politica e sociale.
Il conservatorismo riformatore o democratico rientra nell’alveo dello Stato e del pensiero liberale, la rivoluzione conservatrice, creatura dell’età dell’imperialismo ne esce e si intreccia strettamente al nazionalismo, sfociando nei tolitarismi fascisti del Novecento.

Della rivoluzione
La parola rivoluzione è una delle più controverse del lessico politico.
Essa nasce con gli eventi inglesi del seicento, il secolo della rivoluzione scientifica. Rivoluzione proviene proprio dal lessico scientifico.
Più che le due rivoluzioni inglesi e quella americana è la Rivoluzione Francese la rivoluzione per antonomasia. Essa diventa idea forza ed idea valore.
Parlare di rivoluzione, nella storia delle idee, significa affrontare un discorso sulle cause, sui fini, sui mezzi e, infine, sui soggetti politici e sociali degli eventi rivoluzionari.
Cause e Crisi. Cfr. Gramsci e crisi organica. Fini e Ridistribuzione del potere sul terreno economico, culturale e politico. Mezzi e Strumenti al di fuori della legalità, quasi sempre violenti anche se non mancano esempi contrari. Cfr. Gandhi ed in Italia Capitini. Soggetti e Borghesia, contadini, proletari, donne, giovani.
La teoria della rivoluzione sorge nel vivo di una crisi ad opera di leaders che spesso conducono in prima persona la lotta. Babeuf, Buonarroti, Blanqui, Weitling, Pisacane, Bakunin, Lenin, Luxemburg, Trockij, Mao. Il centro è ovviamente Marx.
Storia del pensiero rivoluzionario e (è) storia del pensiero comunista.

Le nuove forme della politica
La comunicazione rappresenta una rivoluzione in atto, se non la rivoluzione. Nell’insieme delle tecnologie e delle pratiche della comunicazione risiede il più potente mezzo di conservazione o anche di reazione ma altresì uno strumento straordinario di emancipazione, almeno potenziale.
Novitismo. Cfr: Sartori. Perorazione del trapasso dalla prima alla seconda repubblica.
Televisione come mezzo e luogo della nuova politica.
Televisione come agorà elettronica della Piazza. Cfr. Bobbio.
Novitismo e Direttismo alla base del Videopotere. Esso ha contenuti di destra e sostanzialmente antidemocratici. Cfr. Stati Uniti, Brasile, Italia. Insofferenza verso le regole democratiche, tendenze a stabilire un rapporto diretto capo/massa, economicamente neoliberiste, antiegualitariste ed antisolidaristiche sul piano sociale. Telefascismo. Orwell.
Le folle in delirio sono esistite in tutti i tempi ed in tutti i luoghi ma il Novecento è il secolo delle ideologie, dei totalitarismi, ed è il secolo della persuasione politica: il cittadino è perfettamente equiparato ad un consumatore; prima di rivolgersi a lui si compiono studi di mercato, si individuano tendenze, si fanno simulazioni e sondaggi. Dalla democrazia alla sondocrazia?
Karl Popper e la cattiva maestra televisione. Regis Debray e lo Stato seduttore. Carlo Maria Martini e l’emergenza mediale. Francesco Casavola e la comunicazione come intelaiatura della società civile.
Dall’autonomia della politica all’autonomia della videopolitica? Dalla democrazia alla videocrazia? Con i mutamenti in atto, e la comunicazione globale, il cittadino ha più o meno possibilità di contare politicamente? Nel villaggio globale abbiamo più o meno possibilità di essere autentici politeis?
TUTTO CIO’ CHE NEGA LA POLITICA FINISCE PER NEGARE LA DEMOCRAZIA. Non esiste una società civile benefica ed una società politica malefica:l’uno è lo specchio dell’altra.
NECESSITA’ DELLA POLITICA come importanza della conoscenza, scelta consapevole, partecipazione alla cosa pubblica. LA POLITICA E’ DI TUTTI.
Da Aristotele a Hanna Arendt per una politica fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, ma a cui occorre dare un senso. Cfr Arendt. Intesa così la politica non può non costituire la preoccupazione di ogni uomo libero. Cfr. B. Crick.

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Tutta l’importanza del contesto

L’articolo è del marzo di quest’anno. È stato pubblicato su Materials Research Innovations. A firma di Rustum Roy, M. L. Rao e John Kanzius. E ha inteso in qualche modo mettere la parola fine alle polemiche seguite alla notizia, di qualche mese prima, che il cancerologo irlandese John Kanzius, mentre cercava di desalinizzare l’acqua del mare con l’ausilio di un generatore di frequenze radio a 13.56 MHz di sua invenzione (una sorta di forno a micro onde), ha visto l’acqua bruciare e sviluppare una fiammella con annesse temperature superiori a 3000° Farhenheit.
Come spesso accade sono stati in tanti ad invocare l’ennesimo trionfo della serendipity. E a schierarsi senza esitazione nel partito degli apocalittici. O in quello degli integrati. Da una parte quelli che “l’energia necessaria per attivare la reazione è superiore a quella prodotta dalla fiammella e dunque non c’è nessuna ragione di esaltarsi”. Dall’altra quelli che “la possibilità di usare l’acqua come combustibile ci libererà finalmente dalla tirannia dei signori del petrolio”.
Niente naturalmente di paragonabile alla ferocia che contrappose i Guelfi e i Ghibellini. O alla passione che separò le schiere di Coppi da quelle di Bartali. Ma la discussione c’è. E a tratti è davvero impegnativa.
Difficile dire come finirà. Ciò che è certo è che, differentemente da come viene da più parti presentata, la faccenda ha a che fare con serendipity non per la causalità della scoperta ma per il contesto che l’ha resa possibile.
È proprio Robert K. Merton a spiegarlo. Alla fine del suo libro. Citando l’articolo nel quale John Ziman sottolinea che “il punto chiave è che la serendipity non produce di per sè scoperte: produce opportunità per effettuare scoperte. Gli eventi accidentali non hanno alcun significato scentifico in sè: essi acquistano significato soltanto quando catturano l’attenzione di qualcuno in grado di collocarli in un contesto scientifico [quanto basta per gli esprits préparés di Pasteur]. Anche allora, la percezione di un’anomalia è sterile a meno che non possa essere fatto oggetto di una ricerca”.
Il che riporta alla questione degli ambienti sociocognitivi serendipitosi. All’importanza dei “luoghi” dove si fa ricerca. Al loro rapporto con l’attivazione e lo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”.

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Peter Drucker

From: Vincenzo Moretti, Dizionario del Pensiero Organizzativo, third edition, Ediesse, Rome, 2008

DRUCKER (PETER)

LINK:
APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO – BARNARD – DEMING – DECISIONE – GESTIONE della CONOSCENZA AZIENDALE – LIKERT – MODELLO GIAPPONESE

IDEE
Il profitto è soltanto uno dei tanti fini dell’impresa. Peter Drucker, ideatore del metodo di Direzione per Obiettivi, parte da qui per sostenere che chi dirige un’impresa deve saper guardare all’equilibrio tra vincoli e obiettivi, alla determinazione di priorità e scadenze, alla valutazione del contributo apportato da chi lavora sulla base dei risultati raggiunti (dati gli obiettivi) piuttosto che della fedeltà e del-l’accondiscendenza gerarchica.
Nello schema concettuale di Drucker gli obiettivi devono essere concreti, credibili, verificabili, il più possibile quantificabili; né troppo facili né troppo difficili (altrimenti generano scetticismo, scoraggiamento, ecc.) e comunque raggiungibili in un arco di tempo determinato; definibili, in particolar modo in tutti quei campi in cui il livello di attività e i risultati hanno un’influenza vitale e diretta sulla sopravvivenza e la prosperità dell’organizzazione (posizione occupata sul mercato, innovazioni, risorse finanziarie e fisiche, redditività, operato dei dirigenti e loro formazione, prestazioni e atteggiamenti dei dipendenti, responsabilità pubbliche); fissati non in modo unilaterale dai capi ma nel corso di riunioni atte a individuare le aree strategiche di sviluppo (per ogni area strategica la direzione generale discute collegialmente con i vari responsabili di area i piani di sviluppo d’azione di gruppo e individuali da raggiungere entro certe scadenze, a loro volta i responsabili di area e i loro superiori tengono delle riunioni periodiche di verifica dei risultati raggiunti rispetto a quelli previsti).

Ma cosa vuol dire stabilire un obiettivo?
Nella sostanza, sostiene Drucker, vuol dire attivare un processo che è insieme pratico e conoscitivo, ricco di feed-back e di controlli interni, che può essere articolato in 5 fasi:
1.    tradurre l’insieme dei fenomeni che caratterizzano l’attività aziendale in un numero il più possibile ridotto di proposizioni;
2.    verificare tali proposizioni alla luce dell’esperienza sul campo;
3.    prevedere il comportamento aziendale;
4.    valutare validità e opportunità delle decisioni nel momento in cui sono assunte;
5.    creare le condizioni affinché i manager possano valutare la propria esperienza e i risultati prodotti dal proprio operato.
Affinché ciò sia possibile, è necessario:
1.    costruire una matrice risultati/responsabilità che tenga conto della struttura organizzativa reale (deleghe, processi, risultati attesi);
2.    definire gli obiettivi in funzione del budget e delle competenze;
3.    attribuire obiettivi (di innovazione, di gestione, di integrazione del proprio team ecc.) di tipo qualitativo in funzione della vision aziendale;
4.    definire un sistema incentivante costruito intorno alla determinazione oggettiva del contributo fornito dai diversi ruoli individuati e alla verifica della correlazione fra obiettivi attesi e risultati conseguiti.

In definitiva, secondo DRUCKER, dirigere per obiettivi vuol dire sviluppare le strategie aziendali a partire dalla definizione e dalla qualificazione del comportamento organizzativo di tutti coloro che operano in azienda. Solo potendo contare in ogni momento su dati verificabili e analizzabili si può davvero governare, con la necessaria flessibilità e tempestività, il complesso processo di valorizzazione e di crescita dell’azienda e del capitale intellettuale che in essa opera.

Di estremo interesse anche quanto  afferma Drucker a proposito del processo decisionale in merito alle differenze esistenti tra Occidente e Giappone rispetto a ciò che significa «prendere una decisione». In Occidente – egli sottolinea – l’attenzione è rivolta alla possibilità – necessità di approcciare in maniera sistematica la «risposta alla domanda». In Giappone, invece, l’elemento portante, l’essenza della decisione, è rappresentato dalla definizione della domanda (c’è bisogno di prendere una decisione? che cosa essa riguarda?); nella misura in cui la risposta alla domanda (ciò che per gli occidentali rappresenta la decisione) dipende dalla sua definizione, il processo decisionale è riferibile alla definizione di ciò che effettivamente riguarda la decisione piuttosto che a quale decisione dovrebbe essere presa.

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Questioni di conoscenza

Si chiama Chun Wei Choo. Ed ha scritto un bellissimo libro. Purtroppo non ancora tradotto in italiano. Il titolo è Knowing Organization (Oxford University Press, 2006). In questo modo l’autore definisce l’organizzazione nella quale le persone, singolarmente e in gruppo, usano le informazioni per raggiungere 3 risultati principali: 1. creare identità e contesti condivisi per l’azione e la riflessione; 2. acquisire nuova conoscenza e nuove capacitazioni (secondo Amartya Sen gli insiemi di combinazioni alternative di funzionamenti – stati di essere o di fare cui gli individui attribuiscono valore come ad esempio essere adeguatamente nutriti o non soffrire malattie evitabili – che una persona è in grado di realizzare); 3. prendere decisioni che impegnino risorse e capacità allo scopo di intraprendere azioni efficaci.
Cosa c’entra tutto questo con la serendipity ve lo diciamo subito. Ricordando innanzitutto che il grande Merton aveva insistito non poco, nella definizione della sua teoria, sul fatto che il caso favorisce particolarmente le menti preparate che operano in microambienti che agevolano le interazioni socio cognitive impreviste. Ed evidenziando poi le connessioni forti esistenti tra l’aspetto soggettivo (le menti preparate) e quello intersoggettivo (le interazioni socio cognitive) della faccenda. Questioni di conoscenza, insomma, di sapere e di saper fare. Che, come ci hanno spiegato Michael Authier e Pierre Lévy (Gli alberi di conoscenze: educazione e gestione dinamica delle competenze, Feltrinelli) non sono non solo un bene personale, ma anche un bene sociale che ha la peculiarità di poter essere scambiato senza essere perduto da chi lo dona. Anche per questo occorre investire su una migliore gestione dei saperi, sulla moltiplicazione degli approcci cognitivi, sulla costruzione di legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza, sull’ascolto e sulla valorizzazione dei singoli, sulla promozione di una intelligenza collettiva in grado di riscoprire la vitalità dell’invenzione, del pensiero collettivo, della creatività.

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Why. Perchè?

Se negare la politica vuol dire negare la possibilità che una qualunque persona, in quanto aderente a un partito, un’associazione, un sindacato, un’organizzazione, un movimento, o in quanto semplice cittadino, possa partecipare alla costruzione del discorso pubblico, possa cioè giudicare e adottare, in quanto persona titolare di diritti, criteri autonomi per definire ciò che è giusto o ingiusto, buono o cattivo, desiderabile o deplorevole e partecipare alla costruzione di cerchie di comunicazione politica alternative a quelle dominanti.

Se nonostante la globalizzazione, la drastica accelerazione da essa impressa al processo di sgretolamento dello Stato nazionale, la cattiva maestra televisione, il quotidiano tentativo di dissolvere idee, interessi, rappresentanze, vite, in una sorta di grande circo mediatico, è in quanto partecipiamo che possiamo, ancora oggi, ritenerci consapevolmente cittadini.

Se siamo cittadini in quanto persone che, disponendo di opzioni diverse, si confrontano, si battono, scelgono, si assumono responsabilità, elaborano strategie, contribuiscono all’individuazione e alla ricerca autonoma di contenuti e obiettivi politici, si danno forme e strumenti organizzativi per perseguirli in maniera efficace, verificano sul campo idee, progetti, risultati.

Se questo rapporto tra partecipazione ed esercizio della cittadinanza ci accompagna non solo quando sono in campo grandi idee e movimenti, ma in ogni momento della nostra vita pubblica, quando facciamo la fila al seggio per dare il voto al candidato del nostro collegio uninominale, così come quando partecipiamo a una manifestazione per la pace in Medio Oriente, quando interveniamo alla riunione nella scuola elementare dove è iscritto nostro figlio, così come quando firmiamo un esposto al presidente della circoscrizione per ottenere un corrimano che aiuti i più anziani a non scivolare all’uscita della stazione della funicolare.

Se la politica è il principale antidoto che ciascuno di noi ha a disposizione per provare a vivere da cittadino e non da suddito, da titolare di diritti e non da destinatario di favori, da persona politicamente libera e non da servo contento.

Perchè nei confronti della politica aumenta sempre più la disaffezione, lo scoramento, l’incomprensione, il rifiuto, il disprezzo?

About Partecipare

Ci piacerebbe discutere di politica. Delle opportunità che essa rende disponibili per sottrarsi alla dittatura della necessità e aprire la strada alla dimensione della possibilità.
Una politica fatta di passione, senso di responsabilità, lungimiranza (1), che non sia indifferente alla distribuzione della felicità, attenta a ciò che le persone riescono a essere e a fare effettivamente, capace di sostenerle nei loro tentativi di ampliare la gamma delle possibilità tra le quali possono effettivamente scegliere.
Una politica che sappia dare valore ai diritti, non sottovaluti i rischi del condizionamento sociale e dell’adattamento, non riduca la libertà a un semplice vantaggio, sappia stabilire un ordine di priorità nella definizione dei criteri che ci dicono della nostra riuscita reale e della nostra libertà di riuscire.
Racconteremo dunque di donne e di uomini che hanno a cuore un interesse personale o collettivo, un ideale sociale, un progetto di società più felice o anche solo meno ingiusta e intendono operare, per variegate ragioni e motivazioni, con aspettative, tempi e impegno diversi, per vederli realizzati.
Persone che a tale scopo cercano di stabilire connessioni con altri, come loro facenti parte di cerchie, gruppi, comunità, associazioni, sindacati, partiti e, per questa via, tentano di rendere più forti e stabili le reti sociali di cui fanno parte e, con esse, le norme di reciprocità e di fiducia che le sostengono.
Persone che non intendono rinunciare rassegnarsi all’idea della politica come pratica del meno peggio (2), che credono nella possibilità di dare agli altri senza rinunciare ad avere cura e a valorizzare sé stessi (3), che considerano il sapere non solo una delle più significative ricchezze della società contemporanea ma anche una delle opportunità più importanti a nostra disposizione per essere e sentirci liberi e per esercitare la solidarietà con altri esseri, come noi, umani (4).
In questo libro si racconta insomma di persone che in sintonia con i propri convincimenti e, soprattutto, con le proprie azioni, ritengono giusto partecipare da attori alla costruzione del discorso pubblico.
E di persone che invece no. Perché non hanno più né voglia né fiducia per fare domande alla politica. Perché se proprio sono costretti a farlo si limitano a chiedere favori. Perché vivono la politica come una sommatoria indistinta e poltigliosa di ingredienti diversi che più soggetti solo apparentemente alternativi propongono a cittadini sempre meno interessati a investire tempo, impegno, ingegno, in questa direzione. Perché ritengono che la discussione, il confronto con punti di vista diversi dai propri, lo sforzo di comprendere le ragioni degli altri, siano esercizi a volte nobili, più spesso ipocriti, sempre inutili. Perché non credono nella possibilità che le idee, le convinzioni, le azioni di ciascun individuo possano realmente incidere, nell’ambito della sfera pubblica, sullo stato di cose esistenti. Perché sono stufi di sentirsi dire che stanno per diventare tutti ricchi, soprattutto se sono percettori di reddito fisso, o che stanno tutti impoverendo, in particolar modo se fanno parte della schiera dei cosiddetti patrimonializzati. Perché non hanno più voglia di perdere tempo con gli infiniti paroloni dei teorici dell’eccellenza, e aspirano a vedere riconosciuti dal versante sociale, professionale ed economico gli sforzi di chi, come loro, punta sulla crescita di buone competenze intermedie.
Per questa via, proveremo a porci sia domande che riguardano la teoria politica descrittiva, quella che punta, per l’appunto, a descrivere come stanno le cose e non come esse dovrebbero stare alla luce di un qualche criterio, sia domande che chiamano in causa i nostri impegni normativi, i nostri criteri del giudizio politico, la nostra idea di società giusta o desiderabile.
Ci ritroveremo in questo modo a ragionare sulla natura della politica democratica, su quale ruolo o spazio essa continua ad avere nelle nostre vite. E potremo vedere come cambiano, più specificatamente nella parte ricca del mondo, i soggetti della politica democratica, come e perché cittadini e cittadine governati possono agire politicamente, nello spazio pubblico, e in che modo sono in grado di scegliere e valutare i governanti (come sappiamo, il criterio del giudizio del cittadino sulla politica è la sua prima forma di partecipazione, dato che, rinunciando a giudicare, il cittadino si tira fuori dalla vita pubblica).

Comunicare e vivere sono la stessa cosa?

In questo nostro mondo nel quale sembra avverarsi la profezia di Baudrillard (l’inflazione dell’informazione produce la deflazione del senso) è realistico l’ideale astratto del “cittadino informato”, cioè del cittadino che deve essere informato su tutto per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica?
O, come suggerisce Michael Schudson, è più utile per il cittadino limitarsi ad essere monitorante (monitorial citizen)? A fare scanning dell’ambiente che lo circonda, in modalità a basso consumo cognitivo, ed essere pronto a diventare attivo solo quando il suo intervento sia rilevante?
E ancora.
Come cambiano al tempo della società della comunicazione i luoghi e i protagonisti dello spazio pubblico?
In che senso la capacità di comunicare condiziona sempre più l’effettiva possibilità di partecipare in maniera attiva alla costruzione del discorso pubblico? E concetti come Informazione / Comunicazione, Condivisione / Partecipazione, Apprendimento – Conoscenza appaiono correlati più che iin ogni altra fase della storia dell’umanità?
Di tutto questo ci piacerebbe discutere su queste pagine. Come sempre senza nessuna prestesa di dire parole risolutive.
Buona partecipazione.

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La parola ai giurati

Il film è “La parola ai giurati”. Il regista, geniale, Sidney Lumet. Gli attori, straordinari, Henry Fonda, Lee J. Cobb, Ed Begley, E.G. Marshall, Jack Warden, Martin Balsam, John Fiedler, Jack Klugman.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
giurati.jpgPerché i 12 giurati in questione devono prendere una decisione importante. Che può portare un ragazzo alla condanna per parricidio. E dunque alla sedia elettrica. E perché anche di decisioni ci piacerebbe discutere da queste parti. Con un occhio rivolto alle idee (a partire da quelle di Herbert Simon e James March) e l’altro rivolto a ciò che concretamente facciamo ogni qualvolta prendiamo una decisione, da soli o in compagnia, in famiglia, nello sport o sul posto di lavoro. Buona partecipazione.

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Comunicare vuol dire

1. Si potrebbe cominciare ricordando che dal marzo 2000 nei documenti ufficiali dell’Unione europea la strategia di Lisbona e lo sviluppo della società dell’informazione, della comunicazione, della conoscenza sono di gran lunga gli eventi più citati; o che Google da 3 milioni e 670 mila risposte alla ricerca relativa a “information society” (767 mila se la richiesta è “Information and Communication Technology”; 38 milioni e 500 mila se l’interrogazione si riferisce a “ICT”); o ancora che in una delle storie di solitudine e di allegria che compongono il suo ultimo lavoro (La grammatica di Dio, Feltrinelli) Stefano Benni racconta la meraviglia e l’incubo di un uomo senza qualità in cerca della sua identità in un negozio di telefonini; o infine che in un saggio del 1983 Maryan S. Schall scrive che “le organizzazioni sono entità sviluppate e mantenute semplicemente attraverso i continui scambi di attività comunicativa e di interpretazioni tra i partecipanti. In altri termini, i processi comunicativi inerenti all’organizzare creano una cultura organizzativa che si rivela attraverso le sue attività comunicative [...] ed è contrassegnata dai vincoli comunicativi – le regole – legati al ruolo e al contesto”.

2. In realtà gli argomenti che giustificano la scelta di discutere di “comunicazione” sono, come gli uomini dagli specchi, moltiplicabili all’infinito. E quelli appena ricordati non sono necessariamente i più geniali o i più significativi.
Il magico verso di Donne, “Nessun uomo è un’isola”, sarebbe stato di certo assai più evocativo. Così come la filosofia di Hume, l’idea che “una solitudine totale è forse il peggior castigo che ci si possa infliggere”, che “qualsiasi piacere languisce se non è gustato in compagnia, e qualsiasi dolore diventa più crudele e intollerabile”. O la consapevolezza che in questa materia la questione relativa alla selezione e alla completezza delle fonti è di grande rilevanza per almeno tre diverse ragioni: perché l’informazione non è solo un prodotto di consumo ma anche, soprattutto, un bene pubblico; perché nella fase attuale della modernità il potere di informare si interseca saldamente, più che in ogni altro periodo, con il potere di formare; perché una società nella quale non ci fosse la possibilità di proporre e di disporre di visioni e punti di vista alternativi, non potrebbe essere a giusta ragione definita pluralista.
Nei cieli dell’informazione e della comunicazione le cose sono insomma così tante che si corre davvero il rischio di cadere nella tautologia e dunque più che soffermarci ancora sul “perché”, proveremo a formulare qualche considerazione sul “come”, intorno cioè alle scelte e alle modalità che hanno orientato questo lavoro. La cornice, i tre movimenti e le due parole chiave che seguono sono per l’appunto l’esito di tale tentativo.

3. La cornice è quella data dal titolo, Comunicare vuol dire, che tradisce per così dire l’intenzione di raccontare più cose, da più versanti e prospettive, senza perdere di vista le trait d’union, il filo rosso che connette le diverse parti del racconto.
I tre movimenti si riferiscono alle interviste (di Cinzia Massa a Fulvio Fammoni e a George Siemens), alle storie (di Luca De Biase, Raffaele Fiengo, Piergiovanni Mometto, Nicoletta Rocchi e Rosario Strazzullo), al commento alla normativa europea ed italiana in materia di sistemi radiotelevisivi (di Antonio Lieto) e permetteranno al lettore di familiarizzare con idee, esperienze, fatti ed opinioni che in vario modo e per diverse ragioni rappresentano aspetti rilevanti della discussione intorno allo stato e al futuro dell’informazione, della comunicazione, della conoscenza.
Le due parole chiave sono cambiamento e partecipazione. Che naturalmente non esauriscono la molteplicità di concetti, idee guida, sollecitazioni, notizie che il lettore incontrerà nel corso della lettura e che però di tale molteplicità rappresentano il possibile background, lo spazio nel quale ricercare una tavola di valori, di riferimenti, di interpretazioni condivise, qualcosa che assomigli a ciò che in altri contesti Rawls ha definito overlapping consensus (consenso per intersezione).

4. L’idea è in definitiva che nei nostri modi di comunicare così come nei nostri modi di apprendere la partecipazione è un aspetto – fattore costitutivo dei cambiamenti in atto. Non per immaginare un mondo, che non c’è, tutto reti e niente gerarchie. Ma per lavorare con pazienza, intelligenza, ogni giorno, per rendere questo nostro mondo almeno un po’ meno ingiusto.
È un lavoro che richiede l’impegno, ancora una volta la partecipazione, di molti. Persone che sanno dare senso a ciò che fanno. Persone consapevoli, come direbbe Calvino, della necessità di “non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”.
Forse si può cominciare proprio così. Con l’idea che in questo controverso inizio di terzo millennio comunicare vuol dire partecipare. Partecipare vuol dire cambiare. Cambiare vuol dire rendere almeno un po’ meno evanescenti e più reali le possibilità di accesso, le opportunità, delle donne e degli uomini di ogni età, di ogni ceto sociale, di ogni parte del mondo. Un mondo capace finalmente di essere normale.
Buona lettura.

Il soggetto. E l’organizzazione

Confesso che diventa sempre più difficile. Soprattutto per chi, come me, non facendolo di mestiere, si ritrova per varie ragioni a recensire soltanto libri che gli sono piaciuti. Che ha trovato belli. Interessanti. Degni per l’appunto di un articolo che li analizza in modo critico (come da definizione del termine “recensione” del Vocabolario De Mauro Paravia). Si rischia di finire vittima dell’autocensura. Della ricerca a tutti i costi di limiti e difetti da mostrare come garanzia di obiettività. Della categorica necessità di non esagerare con l’entusiasmo, con i commenti positivi.
Per una volta ancora no. Si farebbe un torto troppo grande al libro. E a chi lo ha scritto. Della produttività è infatti non solo un libro colto. Agile. Utile. Mai banale. Ma è anche di quei volumi che hanno la straordinaria qualità di dirti, darti, delle cose e di spingerti allo stesso tempo a saperne di più. Di quelli insomma che mentre li leggi ti fanno venire voglia di leggerne altri. Che ti danno piacere oltre che dati, informazioni, conoscenze.
Lo stile narrativo di Franco Farina, la sua naturale capacità di tenere assieme la dimensione pubblica del discorso e quella privata, gioca sicuramente una parte importante in questa direzione, come appare con particolare evidenza nella bella Postfazione dedicata a Bruno Trentin. Ma c’è di più. C’è la formazione culturale dell’Autore, quel suo essere una sorta di strano ircocervo un po’ sociologo, un po’ filosofo, un po’ sindacalista, come appare dal titolo che ha voluto dare al suo lavoro, dagli incipit scelti, dai primi autori citati, Hans Magnus Enzensberger e Fredrick Taylor, Luciano Gallino e Ludwig Wittgenstein. C’è soprattutto il fatto che Farina parla di cose che conosce a fondo sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista pratico, aspetto questo molto meno scontato di quanto di norma non si sia portati a credere.
Questioni di conoscenza, insomma. E di compentenze. Di sapere. E di saper fare. Che per l’appunto permettono all’Autore di condensare in poco più di 100 pagine un percorso, non solo organizzativo, che, come egli stesso esplicita a più riprese, esplora le ragioni per le quali sono le persone, con le loro conoscenze e le loro competenze, il punto di riferimento chiave per comprendere come funzionano le organizzazioni. Per individuare le strategie più adatte, a livello di sistemi territoriali così come a livello di singola unità produttiva, per migliorare la qualità del lavoro e dunque la produttività.
È questo a nostro avviso le trait d’union che attraversa e tiene assieme i quattro capitoli che, ancora una volta con una efficace contaminazione tra elementi di teoria e di analisi, esperienze e proposte,  compongono il volume.
La qualità del lavoro è la bussola che accompagna il lettore nel viaggio dall’uomo impersonale e senza qualità, rotella da sincronizzare nell’ineccepibile ingranaggio dell’industria tipico della One Best Way di Taylor fino alla soggettività del lavoro, all’importanza dei fattori istituzionali e ambientali nell’analisi delle strutture e dei processi organizzativi,  all’idea che l’impresa può essere compresa a partire dalle culture organizzative che in esse si affermano e sono prevalenti e che dunque sono i soggetti molto più delle strutture a determinare il carattere, i processi decisionali, le storie, i successi e i fallimenti delle organizzazioni.
Buona lettura.

Innovazione e sviluppo. Appunti di viaggio

Si chiama Philippe de Taxis du Poët. È a capo del settore ricerca ed innovazione della Delegazione della Commissione Europea in Giappone. E ci racconta tante cose interessanti. Come quelle che potete leggere di seguito.
Il principale gap in Europa è la mancanza di investimenti privati in ricerca rispetto al Giappone o agli USA. Il Giappone investe in scienza e tecnologia più del 3,6 del PIL (in Europa la media è del 2%, in Italia ancora meno). E per l’80% si tratta di finanziamenti privati (il 63% dall’industria).
E poi rispetto a 5 o 10 anni fa oggi è praticamente impossibile, persino per gli USA, essere competitivi a livello globale senza cooperazione internazionale.
Oggi in California, alle giovani start-up che cercano di essere finanziate dai venture capitalist, vengono fatte tre domande: “quale è il tuo business plan?”, “quale è il tuo management plan?”, “quale è il tuo piano in termini di collaborazioni internazionali?”. E anche qui in Giappone la sfida è riuscire ad avere una maggiore cooperazione internazionale, una maggiore flessibilità nel sistema.
Per questo non basta dire, come l’Europa ha fatto troppo spesso nel passato, noi siamo aperti, se c’è qualcuno nel mondo che è interessato venga pure. Sono necessari comportamenti proattivi. Per dire ad esempio al Giappone che possiamo fare le cose insieme ed avere una situazione cooperativa di tipo win win. Ognuno può vincere. Una cooperazione di questo tipo è possibile non solo in Europa ma in tutto il mondo.
Il sistema americano cerca di attrarre lì i cervelli migliori. Ma ciò è positivo per loro ma non per gli altri paesi. Perché c’è un vincitore, gli USA, e ci sono dei perdenti. Questo non è quello che stiamo cercando di fare noi europei. Il nostro è una sorta di “approccio sandwich” che mira a fare in modo, ad esempio, che gli scienziati italiani abbiano esperienze in Francia, in USA, in Giappone. E che quelli di questi paesi vengano anche in Italia. Vogliamo attrarre in Europa più studenti e ricercatori giapponesi. È la circolazione dei cervelli, che è cosa ben diversa dalla fuga o dallo spreco. Perché l’Europa non è solo un grande mercato ma anche una grande potenza scientifica.

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Ritratto di Akira Tonomura

Edwin Cartlidge, sul numero di febbraio 2008 di Physics World, ha ricordato che è uno dei 5 fisici (due dei quali Premi Nobel) ad essere stato eletto membro della Japan Academy per i suoi studi sull’olografia degli elettroni e per essere riuscito a dimostrare la veridicità del controverso effetto Aharonov Bohm (quando un fascio o “beam” di particelle con carica elettrica, come gli elettroni, viene diviso in due ed i suoi componenti vengono diretti intorno ad un tubo di flusso magnetico, tali componenti acquisiscono “fasi quantistiche” differenti che possono essere investigate mediante delle interferenze).
Fabio Marchesoni, professore ordinario di Fisica all’Università di Camerino e membro di prestigiose istituzioni scientifiche di tutto il mondo, nella Laudatio per la Laurea magistralis honoris causa in Fisica conferitagli dalla sua Università, ha citato Paolo Coelho per sottolineare la sua capacità visionaria, la sua determinazione, il suo impegno al servizio dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Di chi stiamo parlando?
Di Akira Tonomura, una vita alla Hitachi Ltd., Foreign Associate all’Accademia Nazionale delle Scienze negli USA, Direttore del Single Quantum Dynamics Research Group al RIKEN, Giappone, Visiting Professor alla Tokyo Denki University, Membro dello Japan Science Council.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché Akira Tonomura non è solo una mente geniale. Ma anche un eccellente team manager. Uomo di scienza. E uomo d’impresa. Con una innata, coltivata, capacità di tenere assieme talento scientifico e capacità di tradurre le teorie in tecnologie, le idee in brevetti, le intuizioni in soluzioni.
Perché ciò suggerisce qualcosa di probabilmente significativo intorno alla possibilità di stabilire relazioni virtuose tra Università e impresa, di impegnare risorse per coltivare il talento e favorire lo sviluppo scientifico e tecnologico.
E perché ci piacerebbe che le storie come quelle di Akira Tonomura fossero raccontate di più nelle università italiane. Magari dagli stessi protagonisti. Che di certo potrebbero insegnare molto. Anche solo raccontando loro stessi.

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Un modello di ricerca da importare

Tokio. RIKEN. Headquarters. L’appuntamento è per le 14 in punto. Non riesco a celare una certa agitazione. Ryoji Noyori è il Presidente del RIKEN (www.riken.jp). Premio Nobel per la chimica 2001. E qui in Giappone i Nobel sono considerati una sorta di semidei. Insomma non proprio una di quelle persone che si intervistano ogni giorno. Mi soccorre Jorge Luis Borges. L’idea che i giapponesi sono così gentili da darti ragione anche quando hai torto. Salgo le scale. Resto due minuti due in attesa. I saluti. Pronti. Si parte.

La funzione sociale della scienza
Negli ultimi cento anni lo sviluppo delle tecnologie ha avuto un ruolo fondamentale nei processi di mutamento economico e sociale. Naturalmente non mancano i problemi (cambiamenti climatici, deterioramento ambientale, scarsità delle risorse energetiche, sovrappopolazione, etc.), in larga parte il risultato di uno sviluppo delle tecnologie guidato troppo e per troppo tempo dalle logiche di mercato.
Il tema centrale è oggi la sostenibilità dei processi di sviluppo. In un mondo che non può fare a meno di energia nucleare, di cibi geneticamente modificati, di clonazione di piante ed animali è necessario che la comunità scientifica, l’industria, l’insieme dei business actors si diano valori comuni, definiscano un’etica condivisa.
Sviluppo tecnologico e ricerca scientifica devono saper guardare alle generazioni future, muovere da un principio di giustizia sociale. I governi basati su regole legittime e attenti al sociale sono indispensabili per lo sviluppo delle future tecnologie.

Capacità di attrarre talenti
Nell’era della conoscenza sarà sempre più impegnativo competere. Occorre riuscire a catturare i numeri uno ovunque essi siano. Purtroppo non sempre riesce. Per attrarre i migliori scienziati occorre non solo che l’ambiente di ricerca sia, come al RIKEN, eccellente, ma anche che ci sia un living environment di livello internazionale, e non è semplice.

Questioni di merito
Al RIKEN il merito è molto importante. È una “organizzazione comprendente”, che punta a creare connessioni tra i diversi aspetti della ricerca e renderla più ricca di variabili. L’idea è che la conoscenza di qualunque scienziato o ricercatore, per quanto possa essere ricco di talento, è per definizione limitata. E che la collaborazione tra ricercatori produce effetti assolutamente benefici così come quella tra istituzioni e paesi diversi.
Scontato? Niente affatto. L’organizzazione RIKEN è ad esempio diversa da quella della Max Planck Society. Naturalmente anche lì la qualità della ricerca è molto alta ma gli istituti di ricerca lavorano in modo indipendente, persino isolato. Il RIKEN invece incentiva fortemente i processi di collaborazione e integrazione tra differenti istituti.
Gli obiettivi? Fare ricerca al top della qualità. Promuovere lo sviluppo di nuove aree di ricerca attraverso i meccanismi di integrazione. Creare infrastrutture di ricerca dagli elevati standard per la comunità scientifica.

Prendere decisioni
L’Executive Board è il più alto organismo decisionale del RIKEN, ma hanno una funzione strategicamente rilevante anche organismi come il RIKEN Advisory Board, che consente di avere consulenze di esperti esterni alla comunità scientifica in materia di management, e il RIKEN Science Council, che discute autonomamente la gestione di RIKEN e può dare indicazioni al Presidente in merito a specifiche tematiche.
Dato questo sfondo, il bilanciamento dei processi decisionale di tipo top-down (che nascono dal management) e quelli di tipo bottom-up (generati invece dagli scienziati) è un ulteriore obiettivo della struttura.

Framework Research
Le aree di ricerca al RIKEN sono molto vaste e vengono perciò intraprese ricerche inerenti diversi framework; anche le abilità e le capacità richieste ai vari “RIKEN workers” sono molto diverse tra loro. RIKEN Discovery Research Institute, RIKEN Spring 8, RIKEN Nishina Center operano ad esempio su una prospettiva di lungo periodo. Frontier Research System e Life Science Research Centers sono concentrati su obiettivi di medio periodo. Da sottolineare infine che al RIKEN il “permanent staff” rappresenta solo il 15% del totale, il restante 85% è impiegato con contratti a termine (compresi i direttori e i team leaders).

Delle connessioni
RIKEN ha attualmente accordi di collaborazione con 110 istituzioni in 30 diversi paesi e regioni e sono stati realizzati 120 progetti di ricerca grazie ad accordi di collaborazione internazionale. Un forte contributo in questa direzione viene anche dalla forza relazionale dei ricercatori, dalla loro storica capacità di attivare collaborazioni internazionali. Bisogna fare di più, saper migliorare costantemente anche su questo terreno.

L’approccio olistico
Alle profonde contraddizioni della modernità paesi come il Giappone e gli USA, gli stessi paesi dell’Unione Europea devono rispondere gestendo al meglio i grandi temi legati allo sviluppo compatibile. Non si possono risolvere le questioni epocali che il mondo ha di fronte senza comprenderle a fondo. C’è bisogno di esplorare il settore delle scienze della vita e della biologia per capire l’essenza degli organismi viventi. E per farlo, così come per conoscere e capire le proprietà dei materiali o della mente è indispensabile un approccio olistico. Non esiste futuro in una prospettiva riduzionista.

È la domanda a guidarci
L’organizzazione RIKEN può essere un esempio per l’Europa e l’Italia?
Il presidente Noyori non sembra avere dubbi. E vista dal versante organizzativo è difficile dargli torto. Il fatto è che è questione anche di volontà politica. Di capacità di sistema. Di risorse disponibili.

La condivisione necessaria

Di comunicazione. Di controllo. Di decisione. Di fiducia. Di partecipazione. Di programmazione. Di rendicontazione. Di responsabilità. Di trasparenza. Di tutto questo e di molto altro ancora si può leggere acquistando “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (un titolo che forse non rende del tutto giustizia alla ricchezza delle idee, della metodologia, dei casi di studio, delle indicazioni che in esso sono presentate).
Come spiegano Cristiana Rogate e Tarcisio Tarquini nell’introduzione, nei cinque capitoli  che compongono il volume sono introdotte le idee guida fondamentali della responsabilità e della rendicontazione sociale, viene approfondito nei suoi diversi aspetti e per le sue molteplici implicazioni (direttiva Funzione Pubblica, riforma degli enti territoriali, ecc.) il tema rendicontazione nell’ambito pubblico, viene indicata ed esplicitata, con l’ausilio di diversi esempi, la metodologia adottata, sono presentate le storie di caso relative a due regioni, una provincia e tre comuni, vengono declinate alcune possibili ulteriori articolazioni della rendicontazione sociale, come ad esempio il bilancio ambientale, di sostenibilità, di genere, partecipativo, Agenda 21.

A fare da filo conduttore c’è l’importanza del “rendersi conto per rendere conto”, come scrive Leonardo Domenici, Presidente ANCI, nella sua presentazione. Con il loro lavoro Rogate e Tarquini parlano infatti al management, a quelli che l’ente pubblico (o l’impresa privata) hanno necessità di conoscerlo per definire strategie, per prendere decisioni, per ridurre il più possibile il divario necessariamente esistente, nei nostri controversi, ambigui mondi a razionalità limitata, tra ciò chi ci si prefigge di fare e ciò che effettivamente si riesce a fare; parlano a quelli che nell’ente pubblico (o nell’impresa privata) lavorano, cercano motivazioni, consapevolezza, senso per assolvere meglio al proprio compito, per coniugare soddisfazione, efficacia, efficienza, per dare valore al proprio lavoro; parlano a quelli che, per variegate ragioni e in contesti differenti (utenti, clienti, partner, finanziatori, in una parola gli stakeholder), con l’ente pubblico (o l’impresa) interagiscono, e che in tale interazione possono tanto più attivare e incontrare percorsi virtuosi quanto più possono condividere dati, informazioni, consapevolezza, conoscenza.

Ma non finisce qui. Perché il lato buono della forza di questo volume, l’ulteriore lato buono, sta a nostro avviso nel suo background connettivista, nell’idea che sono le persone, con la loro capacità di apprendere, di comunicare, di strutturare comunità di interazione, a creare conoscenza, a rendere riconoscibili le organizzazioni che dirigono, nelle quali lavorano, con le quali interagiscono e che dunque le organizzazioni (enti pubblici, associazioni non profit, imprese, etc.) hanno l’interesse a favorire contesti e percorsi di condivisione, di partecipazione, di sviluppo delle conoscenze, delle competenze, della creatività dei singoli per sviluppare idee, per creare valore, per essere coerenti con la propria mission, per rendere trasparenti e verificabili i risultati conseguiti.

Sta qui a nostro avviso un ulteriore importante valore aggiunto del libro. Che per questo non è solo un volume specialistico. Un saggio da leggere o da studiare se si intendono percorrere le vie della rendicontazione sociale. Una guida per tutti quelli che hanno già avuto esperienze in questo ambito e vogliono migliorare il proprio approccio, la propria possibilità-capacità di raggiungere gli obiettivi programmati. E per tutti quelli che di rendicontazione sociale hanno solo sentito parlare e hanno voglia di saperne di più.
“Fiducia e Responsabilità nel governo dell’ente pubblico” è anche, per taluni versi soprattutto, una straordinaria operazione di sensemaking, un tentativo molto ben riuscito di focalizzare questioni e opportunità che le organizzazioni incontrano mentre operano, di conferire senso e significato a un processo, quello della rendicontazione sociale, che non può rimanere nei confini della sperimentazione, della decisione di classi dirigenti e leadership illuminate, ma deve diventare norma, “pratica usuale di un paese normale”. E se è vero che lo spazio di intersezione tra i processi di   creazione di senso e i processi di organizzazione si fanno sempre più ampi, ecco che tale “pratica” può dare un contributo davvero importante all’affermazione di un agire sociale basato sulla responsabilità, sulla partecipazione, sulla costruzione di un contesto condiviso per l’azione.
Chi pensa che l’Italia non ne abbia bisogno scagli pure la prima pietra.
Buona lettura.

Cristiana Rogate, Tarcisio Tarquini
Fiducia e Responsabilità nel governo dell’ente pubblico
Maggioli Editore
Pagg. 382
Euro 38.00

Non c’è caso che vale se manca il genio

Serendipity è un termine sempre più utilizzato per definire, più o meno a proposito, tante cose diverse. Un esempio divenuto celebre al punto da essere inserito nella top ten delle scoperte serendipitose è quello del ghiacciolo. Si, proprio lui, il gelato con lo stecco per antonomasia, che una gelida mattina del 1905 l’undicenne Frank Epperson si ritrova fuori dalla porta proprio là dove la sera prima aveva lasciato una limonata in un contenitore di plastica con annesso indispensabile stecco. Frank lo chiama Epsicle (contrazione non necessariamente brillante di Epperson e icicle) e si tiene la sua scoperta per sé e i suoi compagni di scuola. 18 anni dopo, siamo ormai nel 1923, il fortunato Frank brevetta Popsicle (nome forse suggerito dai figli), il “gelato ghiacciato con uno stecco” e nel 1925 ne cede i diritti alla Joe Lowe Company di New York.
Detto che ogni anno continuano ad essere venduti più di 3 milioni di Popsicle (che nel frattempo è diventato un marchio Good Humor, a sua volta controllata da Unilever) c’è da aggiungere che nel mondo della ricerca scientifica, quella vera, dove pure gli “accidenti” serendipitosi, dalla mela di Newton alla muffa di Fleming, hanno avuto un ruolo importante, le cose non funzionano esattamente come nel mondo dei gelati, con o senza lo stecco.
La ragione? Presto detta. Nel mondo della ricerca il caso cerca, agisce, favorisce il genio. Detto con parole più appropriate, è la presenza di menti preparate che operano in ambienti socio cognitivi serendipitosi a determinare l’attivazione di processi virtuosi “per genio e per caso”.
C’è bisogno insomma di intelligenza. Creatività. Spirito di iniziativa. Capacità di innovare. Capacità di organizzare. Assieme agli scienziati e alle loro idee sono infatti molto importanti le strutture e i processi organizzativi che essi hanno alle spalle. È fondamentale la “cornice” che fa da sfondo al loro lavoro. Che li sostiene nei loro sforzi tesi ad attivare senso. A intuire scenari. A costruire opportunità. Per genio prima di tutto. E poi anche per caso.

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Sognando Riken

About RIKEN »
3.441 scienziati direttamente impegnati nelle diverse attività; 2.456 provenienti da strutture di ricerca di ogni parte del mondo; 1.185 studenti impegnati nelle attività di tirocinio; un budget per il 2007 di circa 90mila milioni di yen; un’attività di sperimentazione e ricerca che attraversa, escluse quelle umane e sociali, ogni campo delle scienze e delle tecnologie; l’impegno a rendere pubblici i risultati delle proprie attività: è il RIKEN oggi. Per saperne di più non perdetevi le due storie che seguono.

Ego in rete »
Piero Carninci già lo conoscete (Nova 24, 12 luglio 2007). Con le sue ricerche ha messo in discussione il dogma dell’immutabilità del DNA. È stato il primo scienziato non giapponese ad essere insignito del Yamazaki-Teiichi Prize. Ribadisce che nella ricerca si confrontano “ego” notevoli, che lo scienziato è per “sua natura” competitivo. E che però per ottenere risultati importanti bisogna fare rete con chi ha competenze complementari. Un modello di collaborazione tutto RIKEN – aggiunge – è il consorzio FANTOM, nato nel 2000 dalla consapevolezza che pur essendo molto forti nel produrre i full-length cDNA, (DNA complementare di mRNA a lunghezza completa), nel fare datasets estesi, eravamo deboli nell’analizzarne la funzione. Dunque occorrevano ricercatori più capaci di focalizzarsi sullo specifico. Sono arrivati così una cinquantina di biologi provenienti da campi diversi e felici di lavorare in laboratori attrezzati per analizzare tutti i geni, o gli RNA, in un colpo solo. Sono stati determinanti per il successo del progetto. FANTOM ha creato un modello che può essere imitato. A patto però di apportare idee e visioni originali. Altrimenti fare come fanno gli altri non funziona. Da noi questa cultura è molto forte. Il “RIKEN Presidential Fund”, presieduto dal presidente Noyori, è ad esempio un premio bandito 2 volte all’anno che assegna finanziamenti biennali alla ricerca che mette assieme due istituti diversi del RIKEN (ad esempio genomica e neurobiologia) intorno a un progetto il più possibile pazzo e rischioso.

Il gene interruttore »
Nel futuro prossimo venturo di Carninci ci sono molte cose. La correlazione tra le sequenze del genoma che regolano l’espressione dei vari RNA cellulari ed il livello di espressione di questi ultimi (per sapere come e perchè differenti geni vengono espressi in condizioni e tessuti differenti). L’analisi degli elementi che regolano l’espressione genica in specifici neuroni come le cellule nervose (si tratta di studi molto complessi che hanno tra gli altri l’obiettivo di capire la funzione della plasticità del cervello, di individuare meccanismi su come riattivarla, di definire e sviluppare metodologie per studiare la neurodegenerazione). L’esplorazione di tipi di RNA prodotti dal genoma (il genoma produce tanti RNA di diversi tipi e dimensioni; la parte più importante ed eccitante è che tra questi ci sono RNA “interruttori” di attività genica: usando RNA si potrà in futuro accendere o spegnere la funzione di vari geni (si potrà ad esempio alterare il decorso di malattie prima incurabili, anche se per ora la ricerca non è ancora rivolta alle malattie ma alla comprensione dei meccanismi).

Una geniale fabbrica di serendipity »
Al Frontier Research System la ricerca è davvero ad alto rischio. Vi lavorano in 179 tra scienziati e ricercatori. Dodici le aree di ricerca attive intorno a tutto quanto fa frontiera, dai robot umani interattivi alle nanoscienze, dai controlli biomimetici ai computer quantici.
Cose da (scienziati) pazzi? Assolutamente no. Perché le scoperte che avvengono per genio e per caso lasciano spesso un segno importante. Perché il risultato, quando c’è, assicura un vantaggio cognitivo – competitivo di grande rilevanza.
Franco Nori è a capo del Digital Materials Laboratory (DML) al Single Quantum Dynamics Research Group. Teoria. Idee. Per vedere, manipolare, sfruttare nuovi fenomeni quantici. Nori è membro della American Physical Society dal 2002 e dell’Institute of Physics del Regno Unito dal 2003; sarà eletto, il prossimo 16 febbraio, membro dell’American Association for the Advancement of Science; ha ricevuto nel 1998 un “Excellence in Research Award” e nel 1997 un “Excellence in Education Award” dall’Università del Michigan; nel suo cv oltre 160 pubblicazioni (e oltre 4600 citazioni) su riviste come Physical Review Letters, Science, Nature, Nature Materials, Nature Physics. È l’uomo che ha maggiori probabilità di vincere la corsa per la realizzazione del computer in grado di risolvere in pochi secondi ciò che i computer attuali non possono risolvere in un anno.
La possibilità di utilizzare le tecnologie dell’informazione quantistica non è più solo un sogno – afferma – anche se sui tempi occorre essere ancora cauti. In fondo gli studi sull’elaborazione di questo tipo di informazione sono partiti da poco. Non si sa ancora quali dispositivi o sistemi (atomi, fotoni, spin ecc.) saranno più adatti. Tante sono le sfide ancora aperte. Ma anche se i tempi non sono ancora prevedibili, è comunque una questione di tempo. Così come è certo che la discussione attiva e continua con scienziati che provengono da altre parti del mondo, il continuo scambio di idee, l’intensa dinamica di gruppo rappresentano il fondamentale punto di forza del DML.

E’ la domanda a guidarci »
Si può parlare di modello RIKEN nella ricerca scientifica così come si è parlato di modello Toyota nell’industria? Da questa domanda è nata un’idea. Dall’idea una scommessa. Che il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Salerno ha deciso di cogliere. Con un progetto di ricerca per l’anno 2008. Che si propone di analizzare, sulla base di una ricerca sul campo, a partire da alcuni studi di caso, il modello organizzativo RIKEN; la struttura dei suoi processi decisionali; le dinamiche di collaborazione – competizione, di creazione di senso, di costruzione di ambienti sociocognitivi serendipitosi che caratterizzano la sua attività; la sua elevata capacità di attrarre talenti da ogni parte del mondo.

The winner is »
Gli obiettivi? Verificare se e come il RIKEN può essere un modello vincente. Se e come tale modello può indurre processi di isomorfismo. Se e come tali processi possono delineare, per l’Italia e l’Europa, opportunità inedite di organizzazione e sviluppo della ricerca scientifica. Definire scenari e indicare proposte che frenino la fuga e lo spreco di cervelli. Incoraggiare i giovani a non abbandonare la difficile ma entusiasmante via della ricerca scientifica. Offrire alle comunità di manager e di ricercatori elementi utili alla loro riflessione e al loro agire. Dare una qualche risposta alla domanda di studi innovativi sul pensiero organizzativo.
That’s all folks. Per ora.

Illuminato dal potere della chimica

All’inizio delle scuole medie, mio padre mi portò a una conferenza sul nylon. Fui profondamente impressionato dalle potenzialità della chimica, che può creare cose importanti a partire quasi dal nulla! La conferenza ebbe un enorme impatto su quello studente allora dodicenne, eravamo nel 1951, subito dopo la guerra mondiale. Il Giappone era molto povero. Avevamo davvero fame. In quel momento capii che il mio sogno era quello di diventare un chimico che potesse essere in prima linea nel contribuire al bene della società attraverso l’invenzione di prodotti utili. Si racconta così Ryoji Notori nell’autobiografia pubblicata su www.nobelprize.com.
Il presidente del Riken ha oggi 70 anni (Kobe, 1938). Ha conseguito il dottorato all’Università di Kyoto, ha proseguito gli studi all’Università di Harvard, ed è tornato in Giappone come professore all’Università di Nagoya, dove ha ricoperto numerose cariche, compresa quella di direttore del Centro ricerche per le scienze dei materiali.
È autore di oltre 400 pubblicazioni e ha firmato 145 brevetti. I suoi studi e le sue scoperte sulla produzione di catalizzatori chirali, vale a dire di molecole capaci di controllare selettivamente le reazioni di sintesi di determinate molecole chirali, gli sono valsi il Premio Nobel (insieme a William Knowles e K. Barry Sharpless).
Il 20 settembre del 2002 gli è stata conferita dall’Università di Bologna la laurea honoris causa in chimica industriale con la seguente motivazione: «La ricerca sulle sintesi asimmetriche catalitiche, che gli ha valso il Nobel, riguarda processi ecocompatibili, che vengono applicati a livello industriale nella sintesi di numerosi composti per ottenere antibiotici, antibatterici, vitamine. Importante è stato lo studio dell’uso dell’anidride carbonica come mezzo a basso impatto ambientale per ottenere prodotti ad alto valore aggiunto della chimica industriale. La sua ricerca ha consentito progressi in ambito chimico, della scienza dei materiali, biologia e medicina».
Il 30 ottobre 2003 è stato ordinato da Papa Giovanni Paolo II Membro Ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.