Tutta l’importanza del contesto

L’articolo è del marzo di quest’anno. È stato pubblicato su Materials Research Innovations. A firma di Rustum Roy, M. L. Rao e John Kanzius. E ha inteso in qualche modo mettere la parola fine alle polemiche seguite alla notizia, di qualche mese prima, che il cancerologo irlandese John Kanzius, mentre cercava di desalinizzare l’acqua del mare con l’ausilio di un generatore di frequenze radio a 13.56 MHz di sua invenzione (una sorta di forno a micro onde), ha visto l’acqua bruciare e sviluppare una fiammella con annesse temperature superiori a 3000° Farhenheit.
Come spesso accade sono stati in tanti ad invocare l’ennesimo trionfo della serendipity. E a schierarsi senza esitazione nel partito degli apocalittici. O in quello degli integrati. Da una parte quelli che “l’energia necessaria per attivare la reazione è superiore a quella prodotta dalla fiammella e dunque non c’è nessuna ragione di esaltarsi”. Dall’altra quelli che “la possibilità di usare l’acqua come combustibile ci libererà finalmente dalla tirannia dei signori del petrolio”.
Niente naturalmente di paragonabile alla ferocia che contrappose i Guelfi e i Ghibellini. O alla passione che separò le schiere di Coppi da quelle di Bartali. Ma la discussione c’è. E a tratti è davvero impegnativa.
Difficile dire come finirà. Ciò che è certo è che, differentemente da come viene da più parti presentata, la faccenda ha a che fare con serendipity non per la causalità della scoperta ma per il contesto che l’ha resa possibile.
È proprio Robert K. Merton a spiegarlo. Alla fine del suo libro. Citando l’articolo nel quale John Ziman sottolinea che “il punto chiave è che la serendipity non produce di per sè scoperte: produce opportunità per effettuare scoperte. Gli eventi accidentali non hanno alcun significato scentifico in sè: essi acquistano significato soltanto quando catturano l’attenzione di qualcuno in grado di collocarli in un contesto scientifico [quanto basta per gli esprits préparés di Pasteur]. Anche allora, la percezione di un’anomalia è sterile a meno che non possa essere fatto oggetto di una ricerca”.
Il che riporta alla questione degli ambienti sociocognitivi serendipitosi. All’importanza dei “luoghi” dove si fa ricerca. Al loro rapporto con l’attivazione e lo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”.

Questioni di conoscenza

Si chiama Chun Wei Choo. Ed ha scritto un bellissimo libro. Purtroppo non ancora tradotto in italiano. Il titolo è Knowing Organization (Oxford University Press, 2006). In questo modo l’autore definisce l’organizzazione nella quale le persone, singolarmente e in gruppo, usano le informazioni per raggiungere 3 risultati principali: 1. creare identità e contesti condivisi per l’azione e la riflessione; 2. acquisire nuova conoscenza e nuove capacitazioni (secondo Amartya Sen gli insiemi di combinazioni alternative di funzionamenti - stati di essere o di fare cui gli individui attribuiscono valore come ad esempio essere adeguatamente nutriti o non soffrire malattie evitabili - che una persona è in grado di realizzare); 3. prendere decisioni che impegnino risorse e capacità allo scopo di intraprendere azioni efficaci.
Cosa c’entra tutto questo con la serendipity ve lo diciamo subito. Ricordando innanzitutto che il grande Merton aveva insistito non poco, nella definizione della sua teoria, sul fatto che il caso favorisce particolarmente le menti preparate che operano in microambienti che agevolano le interazioni socio cognitive impreviste. Ed evidenziando poi le connessioni forti esistenti tra l’aspetto soggettivo (le menti preparate) e quello intersoggettivo (le interazioni socio cognitive) della faccenda. Questioni di conoscenza, insomma, di sapere e di saper fare. Che, come ci hanno spiegato Michael Authier e Pierre Lévy (Gli alberi di conoscenze: educazione e gestione dinamica delle competenze, Feltrinelli) non sono non solo un bene personale, ma anche un bene sociale che ha la peculiarità di poter essere scambiato senza essere perduto da chi lo dona. Anche per questo occorre investire su una migliore gestione dei saperi, sulla moltiplicazione degli approcci cognitivi, sulla costruzione di legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza, sull’ascolto e sulla valorizzazione dei singoli, sulla promozione di una intelligenza collettiva in grado di riscoprire la vitalità dell’invenzione, del pensiero collettivo, della creatività.

Why. Perchè?

Se negare la politica vuol dire negare la possibilità che una qualunque persona, in quanto aderente a un partito, un’associazione, un sindacato, un’organizzazione, un movimento, o in quanto semplice cittadino, possa partecipare alla costruzione del discorso pubblico, possa cioè giudicare e adottare, in quanto persona titolare di diritti, criteri autonomi per definire ciò che è giusto o ingiusto, buono o cattivo, desiderabile o deplorevole e partecipare alla costruzione di cerchie di comunicazione politica alternative a quelle dominanti.

Se nonostante la globalizzazione, la drastica accelerazione da essa impressa al processo di sgretolamento dello Stato nazionale, la cattiva maestra televisione, il quotidiano tentativo di dissolvere idee, interessi, rappresentanze, vite, in una sorta di grande circo mediatico, è in quanto partecipiamo che possiamo, ancora oggi, ritenerci consapevolmente cittadini.

Se siamo cittadini in quanto persone che, disponendo di opzioni diverse, si confrontano, si battono, scelgono, si assumono responsabilità, elaborano strategie, contribuiscono all’individuazione e alla ricerca autonoma di contenuti e obiettivi politici, si danno forme e strumenti organizzativi per perseguirli in maniera efficace, verificano sul campo idee, progetti, risultati.

Se questo rapporto tra partecipazione ed esercizio della cittadinanza ci accompagna non solo quando sono in campo grandi idee e movimenti, ma in ogni momento della nostra vita pubblica, quando facciamo la fila al seggio per dare il voto al candidato del nostro collegio uninominale, così come quando partecipiamo a una manifestazione per la pace in Medio Oriente, quando interveniamo alla riunione nella scuola elementare dove è iscritto nostro figlio, così come quando firmiamo un esposto al presidente della circoscrizione per ottenere un corrimano che aiuti i più anziani a non scivolare all’uscita della stazione della funicolare.

Se la politica è il principale antidoto che ciascuno di noi ha a disposizione per provare a vivere da cittadino e non da suddito, da titolare di diritti e non da destinatario di favori, da persona politicamente libera e non da servo contento.

Perchè nei confronti della politica aumenta sempre più la disaffezione, lo scoramento, l’incomprensione, il rifiuto, il disprezzo?

About Partecipare

Ci piacerebbe discutere di politica. Delle opportunità che essa rende disponibili per sottrarsi alla dittatura della necessità e aprire la strada alla dimensione della possibilità.
Una politica fatta di passione, senso di responsabilità, lungimiranza (1), che non sia indifferente alla distribuzione della felicità, attenta a ciò che le persone riescono a essere e a fare effettivamente, capace di sostenerle nei loro tentativi di ampliare la gamma delle possibilità tra le quali possono effettivamente scegliere.
Una politica che sappia dare valore ai diritti, non sottovaluti i rischi del condizionamento sociale e dell’adattamento, non riduca la libertà a un semplice vantaggio, sappia stabilire un ordine di priorità nella definizione dei criteri che ci dicono della nostra riuscita reale e della nostra libertà di riuscire.
Racconteremo dunque di donne e di uomini che hanno a cuore un interesse personale o collettivo, un ideale sociale, un progetto di società più felice o anche solo meno ingiusta e intendono operare, per variegate ragioni e motivazioni, con aspettative, tempi e impegno diversi, per vederli realizzati.
Persone che a tale scopo cercano di stabilire connessioni con altri, come loro facenti parte di cerchie, gruppi, comunità, associazioni, sindacati, partiti e, per questa via, tentano di rendere più forti e stabili le reti sociali di cui fanno parte e, con esse, le norme di reciprocità e di fiducia che le sostengono.
Persone che non intendono rinunciare rassegnarsi all’idea della politica come pratica del meno peggio (2), che credono nella possibilità di dare agli altri senza rinunciare ad avere cura e a valorizzare sé stessi (3), che considerano il sapere non solo una delle più significative ricchezze della società contemporanea ma anche una delle opportunità più importanti a nostra disposizione per essere e sentirci liberi e per esercitare la solidarietà con altri esseri, come noi, umani (4).
In questo libro si racconta insomma di persone che in sintonia con i propri convincimenti e, soprattutto, con le proprie azioni, ritengono giusto partecipare da attori alla costruzione del discorso pubblico.
E di persone che invece no. Perché non hanno più né voglia né fiducia per fare domande alla politica. Perché se proprio sono costretti a farlo si limitano a chiedere favori. Perché vivono la politica come una sommatoria indistinta e poltigliosa di ingredienti diversi che più soggetti solo apparentemente alternativi propongono a cittadini sempre meno interessati a investire tempo, impegno, ingegno, in questa direzione. Perché ritengono che la discussione, il confronto con punti di vista diversi dai propri, lo sforzo di comprendere le ragioni degli altri, siano esercizi a volte nobili, più spesso ipocriti, sempre inutili. Perché non credono nella possibilità che le idee, le convinzioni, le azioni di ciascun individuo possano realmente incidere, nell’ambito della sfera pubblica, sullo stato di cose esistenti. Perché sono stufi di sentirsi dire che stanno per diventare tutti ricchi, soprattutto se sono percettori di reddito fisso, o che stanno tutti impoverendo, in particolar modo se fanno parte della schiera dei cosiddetti patrimonializzati. Perché non hanno più voglia di perdere tempo con gli infiniti paroloni dei teorici dell’eccellenza, e aspirano a vedere riconosciuti dal versante sociale, professionale ed economico gli sforzi di chi, come loro, punta sulla crescita di buone competenze intermedie.
Per questa via, proveremo a porci sia domande che riguardano la teoria politica descrittiva, quella che punta, per l’appunto, a descrivere come stanno le cose e non come esse dovrebbero stare alla luce di un qualche criterio, sia domande che chiamano in causa i nostri impegni normativi, i nostri criteri del giudizio politico, la nostra idea di società giusta o desiderabile.
Ci ritroveremo in questo modo a ragionare sulla natura della politica democratica, su quale ruolo o spazio essa continua ad avere nelle nostre vite. E potremo vedere come cambiano, più specificatamente nella parte ricca del mondo, i soggetti della politica democratica, come e perché cittadini e cittadine governati possono agire politicamente, nello spazio pubblico, e in che modo sono in grado di scegliere e valutare i governanti (come sappiamo, il criterio del giudizio del cittadino sulla politica è la sua prima forma di partecipazione, dato che, rinunciando a giudicare, il cittadino si tira fuori dalla vita pubblica).

Comunicare e vivere sono la stessa cosa?

In questo nostro mondo nel quale sembra avverarsi la profezia di Baudrillard (l’inflazione dell’informazione produce la deflazione del senso) è realistico l’ideale astratto del “cittadino informato”, cioè del cittadino che deve essere informato su tutto per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica?
O, come suggerisce Michael Schudson, è più utile per il cittadino limitarsi ad essere monitorante (monitorial citizen)? A fare scanning dell’ambiente che lo circonda, in modalità a basso consumo cognitivo, ed essere pronto a diventare attivo solo quando il suo intervento sia rilevante?
E ancora.
Come cambiano al tempo della società della comunicazione i luoghi e i protagonisti dello spazio pubblico?
In che senso la capacità di comunicare condiziona sempre più l’effettiva possibilità di partecipare in maniera attiva alla costruzione del discorso pubblico? E concetti come Informazione / Comunicazione, Condivisione / Partecipazione, Apprendimento – Conoscenza appaiono correlati più che iin ogni altra fase della storia dell’umanità?
Di tutto questo ci piacerebbe discutere su queste pagine. Come sempre senza nessuna prestesa di dire parole risolutive.
Buona partecipazione.

La parola ai giurati

Il film è “La parola ai giurati”. Il regista, geniale, Sidney Lumet. Gli attori, straordinari, Henry Fonda, Lee J. Cobb, Ed Begley, E.G. Marshall, Jack Warden, Martin Balsam, John Fiedler, Jack Klugman.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
giurati.jpgPerché i 12 giurati in questione devono prendere una decisione importante. Che può portare un ragazzo alla condanna per parricidio. E dunque alla sedia elettrica. E perché anche di decisioni ci piacerebbe discutere da queste parti. Con un occhio rivolto alle idee (a partire da quelle di Herbert Simon e James March) e l’altro rivolto a ciò che concretamente facciamo ogni qualvolta prendiamo una decisione, da soli o in compagnia, in famiglia, nello sport o sul posto di lavoro. Buona partecipazione.

Comunicare vuol dire

1. Si potrebbe cominciare ricordando che dal marzo 2000 nei documenti ufficiali dell’Unione europea la strategia di Lisbona e lo sviluppo della società dell’informazione, della comunicazione, della conoscenza sono di gran lunga gli eventi più citati; o che Google da 3 milioni e 670 mila risposte alla ricerca relativa a “information society” (767 mila se la richiesta è “Information and Communication Technology”; 38 milioni e 500 mila se l’interrogazione si riferisce a “ICT”); o ancora che in una delle storie di solitudine e di allegria che compongono il suo ultimo lavoro (La grammatica di Dio, Feltrinelli) Stefano Benni racconta la meraviglia e l’incubo di un uomo senza qualità in cerca della sua identità in un negozio di telefonini; o infine che in un saggio del 1983 Maryan S. Schall scrive che “le organizzazioni sono entità sviluppate e mantenute semplicemente attraverso i continui scambi di attività comunicativa e di interpretazioni tra i partecipanti. In altri termini, i processi comunicativi inerenti all’organizzare creano una cultura organizzativa che si rivela attraverso le sue attività comunicative [...] ed è contrassegnata dai vincoli comunicativi - le regole - legati al ruolo e al contesto”.

2. In realtà gli argomenti che giustificano la scelta di discutere di “comunicazione” sono, come gli uomini dagli specchi, moltiplicabili all’infinito. E quelli appena ricordati non sono necessariamente i più geniali o i più significativi.
Il magico verso di Donne, “Nessun uomo è un’isola”, sarebbe stato di certo assai più evocativo. Così come la filosofia di Hume, l’idea che “una solitudine totale è forse il peggior castigo che ci si possa infliggere”, che “qualsiasi piacere languisce se non è gustato in compagnia, e qualsiasi dolore diventa più crudele e intollerabile”. O la consapevolezza che in questa materia la questione relativa alla selezione e alla completezza delle fonti è di grande rilevanza per almeno tre diverse ragioni: perché l’informazione non è solo un prodotto di consumo ma anche, soprattutto, un bene pubblico; perché nella fase attuale della modernità il potere di informare si interseca saldamente, più che in ogni altro periodo, con il potere di formare; perché una società nella quale non ci fosse la possibilità di proporre e di disporre di visioni e punti di vista alternativi, non potrebbe essere a giusta ragione definita pluralista.
Nei cieli dell’informazione e della comunicazione le cose sono insomma così tante che si corre davvero il rischio di cadere nella tautologia e dunque più che soffermarci ancora sul “perché”, proveremo a formulare qualche considerazione sul “come”, intorno cioè alle scelte e alle modalità che hanno orientato questo lavoro. La cornice, i tre movimenti e le due parole chiave che seguono sono per l’appunto l’esito di tale tentativo.

3. La cornice è quella data dal titolo, Comunicare vuol dire, che tradisce per così dire l’intenzione di raccontare più cose, da più versanti e prospettive, senza perdere di vista le trait d’union, il filo rosso che connette le diverse parti del racconto.
I tre movimenti si riferiscono alle interviste (di Cinzia Massa a Fulvio Fammoni e a George Siemens), alle storie (di Luca De Biase, Raffaele Fiengo, Piergiovanni Mometto, Nicoletta Rocchi e Rosario Strazzullo), al commento alla normativa europea ed italiana in materia di sistemi radiotelevisivi (di Antonio Lieto) e permetteranno al lettore di familiarizzare con idee, esperienze, fatti ed opinioni che in vario modo e per diverse ragioni rappresentano aspetti rilevanti della discussione intorno allo stato e al futuro dell’informazione, della comunicazione, della conoscenza.
Le due parole chiave sono cambiamento e partecipazione. Che naturalmente non esauriscono la molteplicità di concetti, idee guida, sollecitazioni, notizie che il lettore incontrerà nel corso della lettura e che però di tale molteplicità rappresentano il possibile background, lo spazio nel quale ricercare una tavola di valori, di riferimenti, di interpretazioni condivise, qualcosa che assomigli a ciò che in altri contesti Rawls ha definito overlapping consensus (consenso per intersezione).

4. L’idea è in definitiva che nei nostri modi di comunicare così come nei nostri modi di apprendere la partecipazione è un aspetto - fattore costitutivo dei cambiamenti in atto. Non per immaginare un mondo, che non c’è, tutto reti e niente gerarchie. Ma per lavorare con pazienza, intelligenza, ogni giorno, per rendere questo nostro mondo almeno un po’ meno ingiusto.
È un lavoro che richiede l’impegno, ancora una volta la partecipazione, di molti. Persone che sanno dare senso a ciò che fanno. Persone consapevoli, come direbbe Calvino, della necessità di “non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”.
Forse si può cominciare proprio così. Con l’idea che in questo controverso inizio di terzo millennio comunicare vuol dire partecipare. Partecipare vuol dire cambiare. Cambiare vuol dire rendere almeno un po’ meno evanescenti e più reali le possibilità di accesso, le opportunità, delle donne e degli uomini di ogni età, di ogni ceto sociale, di ogni parte del mondo. Un mondo capace finalmente di essere normale.
Buona lettura.

Il soggetto. E l’organizzazione

Confesso che diventa sempre più difficile. Soprattutto per chi, come me, non facendolo di mestiere, si ritrova per varie ragioni a recensire soltanto libri che gli sono piaciuti. Che ha trovato belli. Interessanti. Degni per l’appunto di un articolo che li analizza in modo critico (come da definizione del termine “recensione” del Vocabolario De Mauro Paravia). Si rischia di finire vittima dell’autocensura. Della ricerca a tutti i costi di limiti e difetti da mostrare come garanzia di obiettività. Della categorica necessità di non esagerare con l’entusiasmo, con i commenti positivi.
Per una volta ancora no. Si farebbe un torto troppo grande al libro. E a chi lo ha scritto. Della produttività è infatti non solo un libro colto. Agile. Utile. Mai banale. Ma è anche di quei volumi che hanno la straordinaria qualità di dirti, darti, delle cose e di spingerti allo stesso tempo a saperne di più. Di quelli insomma che mentre li leggi ti fanno venire voglia di leggerne altri. Che ti danno piacere oltre che dati, informazioni, conoscenze.
Lo stile narrativo di Franco Farina, la sua naturale capacità di tenere assieme la dimensione pubblica del discorso e quella privata, gioca sicuramente una parte importante in questa direzione, come appare con particolare evidenza nella bella Postfazione dedicata a Bruno Trentin. Ma c’è di più. C’è la formazione culturale dell’Autore, quel suo essere una sorta di strano ircocervo un po’ sociologo, un po’ filosofo, un po’ sindacalista, come appare dal titolo che ha voluto dare al suo lavoro, dagli incipit scelti, dai primi autori citati, Hans Magnus Enzensberger e Fredrick Taylor, Luciano Gallino e Ludwig Wittgenstein. C’è soprattutto il fatto che Farina parla di cose che conosce a fondo sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista pratico, aspetto questo molto meno scontato di quanto di norma non si sia portati a credere.
Questioni di conoscenza, insomma. E di compentenze. Di sapere. E di saper fare. Che per l’appunto permettono all’Autore di condensare in poco più di 100 pagine un percorso, non solo organizzativo, che, come egli stesso esplicita a più riprese, esplora le ragioni per le quali sono le persone, con le loro conoscenze e le loro competenze, il punto di riferimento chiave per comprendere come funzionano le organizzazioni. Per individuare le strategie più adatte, a livello di sistemi territoriali così come a livello di singola unità produttiva, per migliorare la qualità del lavoro e dunque la produttività.
È questo a nostro avviso le trait d’union che attraversa e tiene assieme i quattro capitoli che, ancora una volta con una efficace contaminazione tra elementi di teoria e di analisi, esperienze e proposte,  compongono il volume.
La qualità del lavoro è la bussola che accompagna il lettore nel viaggio dall’uomo impersonale e senza qualità, rotella da sincronizzare nell’ineccepibile ingranaggio dell’industria tipico della One Best Way di Taylor fino alla soggettività del lavoro, all’importanza dei fattori istituzionali e ambientali nell’analisi delle strutture e dei processi organizzativi,  all’idea che l’impresa può essere compresa a partire dalle culture organizzative che in esse si affermano e sono prevalenti e che dunque sono i soggetti molto più delle strutture a determinare il carattere, i processi decisionali, le storie, i successi e i fallimenti delle organizzazioni.
Buona lettura.

Innovazione e sviluppo. Appunti di viaggio

Si chiama Philippe de Taxis du Poët. È a capo del settore ricerca ed innovazione della Delegazione della Commissione Europea in Giappone. E ci racconta tante cose interessanti. Come quelle che potete leggere di seguito.
Il principale gap in Europa è la mancanza di investimenti privati in ricerca rispetto al Giappone o agli USA. Il Giappone investe in scienza e tecnologia più del 3,6 del PIL (in Europa la media è del 2%, in Italia ancora meno). E per l’80% si tratta di finanziamenti privati (il 63% dall’industria).
E poi rispetto a 5 o 10 anni fa oggi è praticamente impossibile, persino per gli USA, essere competitivi a livello globale senza cooperazione internazionale.
Oggi in California, alle giovani start-up che cercano di essere finanziate dai venture capitalist, vengono fatte tre domande: “quale è il tuo business plan?”, “quale è il tuo management plan?”, “quale è il tuo piano in termini di collaborazioni internazionali?”. E anche qui in Giappone la sfida è riuscire ad avere una maggiore cooperazione internazionale, una maggiore flessibilità nel sistema.
Per questo non basta dire, come l’Europa ha fatto troppo spesso nel passato, noi siamo aperti, se c’è qualcuno nel mondo che è interessato venga pure. Sono necessari comportamenti proattivi. Per dire ad esempio al Giappone che possiamo fare le cose insieme ed avere una situazione cooperativa di tipo win win. Ognuno può vincere. Una cooperazione di questo tipo è possibile non solo in Europa ma in tutto il mondo.
Il sistema americano cerca di attrarre lì i cervelli migliori. Ma ciò è positivo per loro ma non per gli altri paesi. Perché c’è un vincitore, gli USA, e ci sono dei perdenti. Questo non è quello che stiamo cercando di fare noi europei. Il nostro è una sorta di “approccio sandwich” che mira a fare in modo, ad esempio, che gli scienziati italiani abbiano esperienze in Francia, in USA, in Giappone. E che quelli di questi paesi vengano anche in Italia. Vogliamo attrarre in Europa più studenti e ricercatori giapponesi. È la circolazione dei cervelli, che è cosa ben diversa dalla fuga o dallo spreco. Perché l’Europa non è solo un grande mercato ma anche una grande potenza scientifica.

Ritratto di Akira Tonomura

Edwin Cartlidge, sul numero di febbraio 2008 di Physics World, ha ricordato che è uno dei 5 fisici (due dei quali Premi Nobel) ad essere stato eletto membro della Japan Academy per i suoi studi sull’olografia degli elettroni e per essere riuscito a dimostrare la veridicità del controverso effetto Aharonov Bohm (quando un fascio o “beam” di particelle con carica elettrica, come gli elettroni, viene diviso in due ed i suoi componenti vengono diretti intorno ad un tubo di flusso magnetico, tali componenti acquisiscono “fasi quantistiche” differenti che possono essere investigate mediante delle interferenze).
Fabio Marchesoni, professore ordinario di Fisica all’Università di Camerino e membro di prestigiose istituzioni scientifiche di tutto il mondo, nella Laudatio per la Laurea magistralis honoris causa in Fisica conferitagli dalla sua Università, ha citato Paolo Coelho per sottolineare la sua capacità visionaria, la sua determinazione, il suo impegno al servizio dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Di chi stiamo parlando?
Di Akira Tonomura, una vita alla Hitachi Ltd., Foreign Associate all’Accademia Nazionale delle Scienze negli USA, Direttore del Single Quantum Dynamics Research Group al RIKEN, Giappone, Visiting Professor alla Tokyo Denki University, Membro dello Japan Science Council.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché Akira Tonomura non è solo una mente geniale. Ma anche un eccellente team manager. Uomo di scienza. E uomo d’impresa. Con una innata, coltivata, capacità di tenere assieme talento scientifico e capacità di tradurre le teorie in tecnologie, le idee in brevetti, le intuizioni in soluzioni.
Perché ciò suggerisce qualcosa di probabilmente significativo intorno alla possibilità di stabilire relazioni virtuose tra Università e impresa, di impegnare risorse per coltivare il talento e favorire lo sviluppo scientifico e tecnologico.
E perché ci piacerebbe che le storie come quelle di Akira Tonomura fossero raccontate di più nelle università italiane. Magari dagli stessi protagonisti. Che di certo potrebbero insegnare molto. Anche solo raccontando loro stessi.

Un modello di ricerca da importare

Tokio. RIKEN. Headquarters. L’appuntamento è per le 14 in punto. Non riesco a celare una certa agitazione. Ryoji Noyori è il Presidente del RIKEN (www.riken.jp). Premio Nobel per la chimica 2001. E qui in Giappone i Nobel sono considerati una sorta di semidei. Insomma non proprio una di quelle persone che si intervistano ogni giorno. Mi soccorre Jorge Luis Borges. L’idea che i giapponesi sono così gentili da darti ragione anche quando hai torto. Salgo le scale. Resto due minuti due in attesa. I saluti. Pronti. Si parte.

La funzione sociale della scienza
Negli ultimi cento anni lo sviluppo delle tecnologie ha avuto un ruolo fondamentale nei processi di mutamento economico e sociale. Naturalmente non mancano i problemi (cambiamenti climatici, deterioramento ambientale, scarsità delle risorse energetiche, sovrappopolazione, etc.), in larga parte il risultato di uno sviluppo delle tecnologie guidato troppo e per troppo tempo dalle logiche di mercato.
Il tema centrale è oggi la sostenibilità dei processi di sviluppo. In un mondo che non può fare a meno di energia nucleare, di cibi geneticamente modificati, di clonazione di piante ed animali è necessario che la comunità scientifica, l’industria, l’insieme dei business actors si diano valori comuni, definiscano un’etica condivisa.
Sviluppo tecnologico e ricerca scientifica devono saper guardare alle generazioni future, muovere da un principio di giustizia sociale. I governi basati su regole legittime e attenti al sociale sono indispensabili per lo sviluppo delle future tecnologie.

Capacità di attrarre talenti
Nell’era della conoscenza sarà sempre più impegnativo competere. Occorre riuscire a catturare i numeri uno ovunque essi siano. Purtroppo non sempre riesce. Per attrarre i migliori scienziati occorre non solo che l’ambiente di ricerca sia, come al RIKEN, eccellente, ma anche che ci sia un living environment di livello internazionale, e non è semplice.

Questioni di merito
Al RIKEN il merito è molto importante. È una “organizzazione comprendente”, che punta a creare connessioni tra i diversi aspetti della ricerca e renderla più ricca di variabili. L’idea è che la conoscenza di qualunque scienziato o ricercatore, per quanto possa essere ricco di talento, è per definizione limitata. E che la collaborazione tra ricercatori produce effetti assolutamente benefici così come quella tra istituzioni e paesi diversi.
Scontato? Niente affatto. L’organizzazione RIKEN è ad esempio diversa da quella della Max Planck Society. Naturalmente anche lì la qualità della ricerca è molto alta ma gli istituti di ricerca lavorano in modo indipendente, persino isolato. Il RIKEN invece incentiva fortemente i processi di collaborazione e integrazione tra differenti istituti.
Gli obiettivi? Fare ricerca al top della qualità. Promuovere lo sviluppo di nuove aree di ricerca attraverso i meccanismi di integrazione. Creare infrastrutture di ricerca dagli elevati standard per la comunità scientifica.

Prendere decisioni
L’Executive Board è il più alto organismo decisionale del RIKEN, ma hanno una funzione strategicamente rilevante anche organismi come il RIKEN Advisory Board, che consente di avere consulenze di esperti esterni alla comunità scientifica in materia di management, e il RIKEN Science Council, che discute autonomamente la gestione di RIKEN e può dare indicazioni al Presidente in merito a specifiche tematiche.
Dato questo sfondo, il bilanciamento dei processi decisionale di tipo top-down (che nascono dal management) e quelli di tipo bottom-up (generati invece dagli scienziati) è un ulteriore obiettivo della struttura.

Framework Research
Le aree di ricerca al RIKEN sono molto vaste e vengono perciò intraprese ricerche inerenti diversi framework; anche le abilità e le capacità richieste ai vari “RIKEN workers” sono molto diverse tra loro. RIKEN Discovery Research Institute, RIKEN Spring 8, RIKEN Nishina Center operano ad esempio su una prospettiva di lungo periodo. Frontier Research System e Life Science Research Centers sono concentrati su obiettivi di medio periodo. Da sottolineare infine che al RIKEN il “permanent staff” rappresenta solo il 15% del totale, il restante 85% è impiegato con contratti a termine (compresi i direttori e i team leaders).

Delle connessioni
RIKEN ha attualmente accordi di collaborazione con 110 istituzioni in 30 diversi paesi e regioni e sono stati realizzati 120 progetti di ricerca grazie ad accordi di collaborazione internazionale. Un forte contributo in questa direzione viene anche dalla forza relazionale dei ricercatori, dalla loro storica capacità di attivare collaborazioni internazionali. Bisogna fare di più, saper migliorare costantemente anche su questo terreno.

L’approccio olistico
Alle profonde contraddizioni della modernità paesi come il Giappone e gli USA, gli stessi paesi dell’Unione Europea devono rispondere gestendo al meglio i grandi temi legati allo sviluppo compatibile. Non si possono risolvere le questioni epocali che il mondo ha di fronte senza comprenderle a fondo. C’è bisogno di esplorare il settore delle scienze della vita e della biologia per capire l’essenza degli organismi viventi. E per farlo, così come per conoscere e capire le proprietà dei materiali o della mente è indispensabile un approccio olistico. Non esiste futuro in una prospettiva riduzionista.

È la domanda a guidarci
L’organizzazione RIKEN può essere un esempio per l’Europa e l’Italia?
Il presidente Noyori non sembra avere dubbi. E vista dal versante organizzativo è difficile dargli torto. Il fatto è che è questione anche di volontà politica. Di capacità di sistema. Di risorse disponibili.

La condivisione necessaria

Di comunicazione. Di controllo. Di decisione. Di fiducia. Di partecipazione. Di programmazione. Di rendicontazione. Di responsabilità. Di trasparenza. Di tutto questo e di molto altro ancora si può leggere acquistando “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (un titolo che forse non rende del tutto giustizia alla ricchezza delle idee, della metodologia, dei casi di studio, delle indicazioni che in esso sono presentate).
Come spiegano Cristiana Rogate e Tarcisio Tarquini nell’introduzione, nei cinque capitoli  che compongono il volume sono introdotte le idee guida fondamentali della responsabilità e della rendicontazione sociale, viene approfondito nei suoi diversi aspetti e per le sue molteplici implicazioni (direttiva Funzione Pubblica, riforma degli enti territoriali, ecc.) il tema rendicontazione nell’ambito pubblico, viene indicata ed esplicitata, con l’ausilio di diversi esempi, la metodologia adottata, sono presentate le storie di caso relative a due regioni, una provincia e tre comuni, vengono declinate alcune possibili ulteriori articolazioni della rendicontazione sociale, come ad esempio il bilancio ambientale, di sostenibilità, di genere, partecipativo, Agenda 21.

A fare da filo conduttore c’è l’importanza del “rendersi conto per rendere conto”, come scrive Leonardo Domenici, Presidente ANCI, nella sua presentazione. Con il loro lavoro Rogate e Tarquini parlano infatti al management, a quelli che l’ente pubblico (o l’impresa privata) hanno necessità di conoscerlo per definire strategie, per prendere decisioni, per ridurre il più possibile il divario necessariamente esistente, nei nostri controversi, ambigui mondi a razionalità limitata, tra ciò chi ci si prefigge di fare e ciò che effettivamente si riesce a fare; parlano a quelli che nell’ente pubblico (o nell’impresa privata) lavorano, cercano motivazioni, consapevolezza, senso per assolvere meglio al proprio compito, per coniugare soddisfazione, efficacia, efficienza, per dare valore al proprio lavoro; parlano a quelli che, per variegate ragioni e in contesti differenti (utenti, clienti, partner, finanziatori, in una parola gli stakeholder), con l’ente pubblico (o l’impresa) interagiscono, e che in tale interazione possono tanto più attivare e incontrare percorsi virtuosi quanto più possono condividere dati, informazioni, consapevolezza, conoscenza.

Ma non finisce qui. Perché il lato buono della forza di questo volume, l’ulteriore lato buono, sta a nostro avviso nel suo background connettivista, nell’idea che sono le persone, con la loro capacità di apprendere, di comunicare, di strutturare comunità di interazione, a creare conoscenza, a rendere riconoscibili le organizzazioni che dirigono, nelle quali lavorano, con le quali interagiscono e che dunque le organizzazioni (enti pubblici, associazioni non profit, imprese, etc.) hanno l’interesse a favorire contesti e percorsi di condivisione, di partecipazione, di sviluppo delle conoscenze, delle competenze, della creatività dei singoli per sviluppare idee, per creare valore, per essere coerenti con la propria mission, per rendere trasparenti e verificabili i risultati conseguiti.

Sta qui a nostro avviso un ulteriore importante valore aggiunto del libro. Che per questo non è solo un volume specialistico. Un saggio da leggere o da studiare se si intendono percorrere le vie della rendicontazione sociale. Una guida per tutti quelli che hanno già avuto esperienze in questo ambito e vogliono migliorare il proprio approccio, la propria possibilità-capacità di raggiungere gli obiettivi programmati. E per tutti quelli che di rendicontazione sociale hanno solo sentito parlare e hanno voglia di saperne di più.
“Fiducia e Responsabilità nel governo dell’ente pubblico” è anche, per taluni versi soprattutto, una straordinaria operazione di sensemaking, un tentativo molto ben riuscito di focalizzare questioni e opportunità che le organizzazioni incontrano mentre operano, di conferire senso e significato a un processo, quello della rendicontazione sociale, che non può rimanere nei confini della sperimentazione, della decisione di classi dirigenti e leadership illuminate, ma deve diventare norma, “pratica usuale di un paese normale”. E se è vero che lo spazio di intersezione tra i processi di   creazione di senso e i processi di organizzazione si fanno sempre più ampi, ecco che tale “pratica” può dare un contributo davvero importante all’affermazione di un agire sociale basato sulla responsabilità, sulla partecipazione, sulla costruzione di un contesto condiviso per l’azione.
Chi pensa che l’Italia non ne abbia bisogno scagli pure la prima pietra.
Buona lettura.

Cristiana Rogate, Tarcisio Tarquini
Fiducia e Responsabilità nel governo dell’ente pubblico
Maggioli Editore
Pagg. 382
Euro 38.00

Non c’è caso che vale se manca il genio

Serendipity è un termine sempre più utilizzato per definire, più o meno a proposito, tante cose diverse. Un esempio divenuto celebre al punto da essere inserito nella top ten delle scoperte serendipitose è quello del ghiacciolo. Si, proprio lui, il gelato con lo stecco per antonomasia, che una gelida mattina del 1905 l’undicenne Frank Epperson si ritrova fuori dalla porta proprio là dove la sera prima aveva lasciato una limonata in un contenitore di plastica con annesso indispensabile stecco. Frank lo chiama Epsicle (contrazione non necessariamente brillante di Epperson e icicle) e si tiene la sua scoperta per sé e i suoi compagni di scuola. 18 anni dopo, siamo ormai nel 1923, il fortunato Frank brevetta Popsicle (nome forse suggerito dai figli), il “gelato ghiacciato con uno stecco” e nel 1925 ne cede i diritti alla Joe Lowe Company di New York.
Detto che ogni anno continuano ad essere venduti più di 3 milioni di Popsicle (che nel frattempo è diventato un marchio Good Humor, a sua volta controllata da Unilever) c’è da aggiungere che nel mondo della ricerca scientifica, quella vera, dove pure gli “accidenti” serendipitosi, dalla mela di Newton alla muffa di Fleming, hanno avuto un ruolo importante, le cose non funzionano esattamente come nel mondo dei gelati, con o senza lo stecco.
La ragione? Presto detta. Nel mondo della ricerca il caso cerca, agisce, favorisce il genio. Detto con parole più appropriate, è la presenza di menti preparate che operano in ambienti socio cognitivi serendipitosi a determinare l’attivazione di processi virtuosi “per genio e per caso”.
C’è bisogno insomma di intelligenza. Creatività. Spirito di iniziativa. Capacità di innovare. Capacità di organizzare. Assieme agli scienziati e alle loro idee sono infatti molto importanti le strutture e i processi organizzativi che essi hanno alle spalle. È fondamentale la “cornice” che fa da sfondo al loro lavoro. Che li sostiene nei loro sforzi tesi ad attivare senso. A intuire scenari. A costruire opportunità. Per genio prima di tutto. E poi anche per caso.

Sognando Riken

About RIKEN »
3.441 scienziati direttamente impegnati nelle diverse attività; 2.456 provenienti da strutture di ricerca di ogni parte del mondo; 1.185 studenti impegnati nelle attività di tirocinio; un budget per il 2007 di circa 90mila milioni di yen; un’attività di sperimentazione e ricerca che attraversa, escluse quelle umane e sociali, ogni campo delle scienze e delle tecnologie; l’impegno a rendere pubblici i risultati delle proprie attività: è il RIKEN oggi. Per saperne di più non perdetevi le due storie che seguono.

Ego in rete »
Piero Carninci già lo conoscete (Nova 24, 12 luglio 2007). Con le sue ricerche ha messo in discussione il dogma dell’immutabilità del DNA. È stato il primo scienziato non giapponese ad essere insignito del Yamazaki-Teiichi Prize. Ribadisce che nella ricerca si confrontano “ego” notevoli, che lo scienziato è per “sua natura” competitivo. E che però per ottenere risultati importanti bisogna fare rete con chi ha competenze complementari. Un modello di collaborazione tutto RIKEN – aggiunge - è il consorzio FANTOM, nato nel 2000 dalla consapevolezza che pur essendo molto forti nel produrre i full-length cDNA, (DNA complementare di mRNA a lunghezza completa), nel fare datasets estesi, eravamo deboli nell’analizzarne la funzione. Dunque occorrevano ricercatori più capaci di focalizzarsi sullo specifico. Sono arrivati così una cinquantina di biologi provenienti da campi diversi e felici di lavorare in laboratori attrezzati per analizzare tutti i geni, o gli RNA, in un colpo solo. Sono stati determinanti per il successo del progetto. FANTOM ha creato un modello che può essere imitato. A patto però di apportare idee e visioni originali. Altrimenti fare come fanno gli altri non funziona. Da noi questa cultura è molto forte. Il “RIKEN Presidential Fund”, presieduto dal presidente Noyori, è ad esempio un premio bandito 2 volte all’anno che assegna finanziamenti biennali alla ricerca che mette assieme due istituti diversi del RIKEN (ad esempio genomica e neurobiologia) intorno a un progetto il più possibile pazzo e rischioso.

Il gene interruttore »
Nel futuro prossimo venturo di Carninci ci sono molte cose. La correlazione tra le sequenze del genoma che regolano l’espressione dei vari RNA cellulari ed il livello di espressione di questi ultimi (per sapere come e perchè differenti geni vengono espressi in condizioni e tessuti differenti). L’analisi degli elementi che regolano l’espressione genica in specifici neuroni come le cellule nervose (si tratta di studi molto complessi che hanno tra gli altri l’obiettivo di capire la funzione della plasticità del cervello, di individuare meccanismi su come riattivarla, di definire e sviluppare metodologie per studiare la neurodegenerazione). L’esplorazione di tipi di RNA prodotti dal genoma (il genoma produce tanti RNA di diversi tipi e dimensioni; la parte più importante ed eccitante è che tra questi ci sono RNA “interruttori” di attività genica: usando RNA si potrà in futuro accendere o spegnere la funzione di vari geni (si potrà ad esempio alterare il decorso di malattie prima incurabili, anche se per ora la ricerca non è ancora rivolta alle malattie ma alla comprensione dei meccanismi).

Una geniale fabbrica di serendipity »
Al Frontier Research System la ricerca è davvero ad alto rischio. Vi lavorano in 179 tra scienziati e ricercatori. Dodici le aree di ricerca attive intorno a tutto quanto fa frontiera, dai robot umani interattivi alle nanoscienze, dai controlli biomimetici ai computer quantici.
Cose da (scienziati) pazzi? Assolutamente no. Perché le scoperte che avvengono per genio e per caso lasciano spesso un segno importante. Perché il risultato, quando c’è, assicura un vantaggio cognitivo - competitivo di grande rilevanza.
Franco Nori è a capo del Digital Materials Laboratory (DML) al Single Quantum Dynamics Research Group. Teoria. Idee. Per vedere, manipolare, sfruttare nuovi fenomeni quantici. Nori è membro della American Physical Society dal 2002 e dell’Institute of Physics del Regno Unito dal 2003; sarà eletto, il prossimo 16 febbraio, membro dell’American Association for the Advancement of Science; ha ricevuto nel 1998 un “Excellence in Research Award” e nel 1997 un “Excellence in Education Award” dall’Università del Michigan; nel suo cv oltre 160 pubblicazioni (e oltre 4600 citazioni) su riviste come Physical Review Letters, Science, Nature, Nature Materials, Nature Physics. È l’uomo che ha maggiori probabilità di vincere la corsa per la realizzazione del computer in grado di risolvere in pochi secondi ciò che i computer attuali non possono risolvere in un anno.
La possibilità di utilizzare le tecnologie dell’informazione quantistica non è più solo un sogno – afferma – anche se sui tempi occorre essere ancora cauti. In fondo gli studi sull’elaborazione di questo tipo di informazione sono partiti da poco. Non si sa ancora quali dispositivi o sistemi (atomi, fotoni, spin ecc.) saranno più adatti. Tante sono le sfide ancora aperte. Ma anche se i tempi non sono ancora prevedibili, è comunque una questione di tempo. Così come è certo che la discussione attiva e continua con scienziati che provengono da altre parti del mondo, il continuo scambio di idee, l’intensa dinamica di gruppo rappresentano il fondamentale punto di forza del DML.

E’ la domanda a guidarci »
Si può parlare di modello RIKEN nella ricerca scientifica così come si è parlato di modello Toyota nell’industria? Da questa domanda è nata un’idea. Dall’idea una scommessa. Che il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Salerno ha deciso di cogliere. Con un progetto di ricerca per l’anno 2008. Che si propone di analizzare, sulla base di una ricerca sul campo, a partire da alcuni studi di caso, il modello organizzativo RIKEN; la struttura dei suoi processi decisionali; le dinamiche di collaborazione - competizione, di creazione di senso, di costruzione di ambienti sociocognitivi serendipitosi che caratterizzano la sua attività; la sua elevata capacità di attrarre talenti da ogni parte del mondo.

The winner is »
Gli obiettivi? Verificare se e come il RIKEN può essere un modello vincente. Se e come tale modello può indurre processi di isomorfismo. Se e come tali processi possono delineare, per l’Italia e l’Europa, opportunità inedite di organizzazione e sviluppo della ricerca scientifica. Definire scenari e indicare proposte che frenino la fuga e lo spreco di cervelli. Incoraggiare i giovani a non abbandonare la difficile ma entusiasmante via della ricerca scientifica. Offrire alle comunità di manager e di ricercatori elementi utili alla loro riflessione e al loro agire. Dare una qualche risposta alla domanda di studi innovativi sul pensiero organizzativo.
That’s all folks. Per ora.

Illuminato dal potere della chimica

All’inizio delle scuole medie, mio padre mi portò a una conferenza sul nylon. Fui profondamente impressionato dalle potenzialità della chimica, che può creare cose importanti a partire quasi dal nulla! La conferenza ebbe un enorme impatto su quello studente allora dodicenne, eravamo nel 1951, subito dopo la guerra mondiale. Il Giappone era molto povero. Avevamo davvero fame. In quel momento capii che il mio sogno era quello di diventare un chimico che potesse essere in prima linea nel contribuire al bene della società attraverso l’invenzione di prodotti utili. Si racconta così Ryoji Notori nell’autobiografia pubblicata su www.nobelprize.com.
Il presidente del Riken ha oggi 70 anni (Kobe, 1938). Ha conseguito il dottorato all’Università di Kyoto, ha proseguito gli studi all’Università di Harvard, ed è tornato in Giappone come professore all’Università di Nagoya, dove ha ricoperto numerose cariche, compresa quella di direttore del Centro ricerche per le scienze dei materiali.
È autore di oltre 400 pubblicazioni e ha firmato 145 brevetti. I suoi studi e le sue scoperte sulla produzione di catalizzatori chirali, vale a dire di molecole capaci di controllare selettivamente le reazioni di sintesi di determinate molecole chirali, gli sono valsi il Premio Nobel (insieme a William Knowles e K. Barry Sharpless).
Il 20 settembre del 2002 gli è stata conferita dall’Università di Bologna la laurea honoris causa in chimica industriale con la seguente motivazione: «La ricerca sulle sintesi asimmetriche catalitiche, che gli ha valso il Nobel, riguarda processi ecocompatibili, che vengono applicati a livello industriale nella sintesi di numerosi composti per ottenere antibiotici, antibatterici, vitamine. Importante è stato lo studio dell’uso dell’anidride carbonica come mezzo a basso impatto ambientale per ottenere prodotti ad alto valore aggiunto della chimica industriale. La sua ricerca ha consentito progressi in ambito chimico, della scienza dei materiali, biologia e medicina».
Il 30 ottobre 2003 è stato ordinato da Papa Giovanni Paolo II Membro Ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.

Per genio e per plagio

Friedrich August Kekulé von Stradonitz (1829 - 1896) è stato un personaggio singolare da molti punti di vista.
Si iscrive all’Università come aspirante architetto e la lascia come chimico. Passa alla storia per la sua definizione della struttura esagonale del benzene, per la scoperta delle catene e dei cicli di carbonio formati da atomi di carbonio legati tra loro su base quattro. È con lui che la chimica organica diventa insomma quella che oggi, non sempre con il necessario entusiasmo, conosciamo.

Proprio alla struttura del benzene è legato l’aspetto più curioso della storia.
Il geniale chimico non volle infatti mai raccontare come era arrivato alla sua scoperta, che cosa lo aveva indirizzato nella sua ricerca, quale metodo aveva seguito e solo 25 anni dopo si deciderà finalmente a svelare il mistero: addormentatosi accanto al fuoco gli era venuto in sogno Ourobouros, che secondo i trattati alchimistici è il cerchio magico formato dal serpente che, unendo la testa alla coda, preserva i corpi dalla decomposizione ed esalta la circolarità del rapporto tra la vita e la morte; una notte di lavoro servì a colmare lo spazio tra il serpente e la struttura ciclica esagonale del benzene.

La leggenda si è tramandata per quasi 100 anni, fino a quando, nel 1984, i biochimici John Wotiz e Susanna Rudofsky hanno rinvenuto negli archivi di Kekulé una lettera del 1854 nella quale si citava un saggio del chimico francese A. Laurent. Trovato il saggio, scoperto il plagio: a pagina 408 il chimico francese proponeva per il cloruro di benzoile una formula di struttura esagonale.

Cosa aggiungere ancora? Due cose.
La prima. Anche i grandi scenziati, Kekulè certamente lo era, sono esseri umani. Dicono bugie. Non sanno resistere al fascino indiscreto del successo, ma sanno essere prudenti (il chimico tedesco aspettò diversi anni prima di divulgare la sua “scoperta”);
La seconda. Di tutto questo e di molto altro ancora potete leggere in Le bugie della scienza, di Federico Di Trocchio, Mondadori (1993).

La posta è alta: usare in alcuni casi le macchine al posto degli uomini

Si può raccontare di Intelligenza Artificiale in molti modi. Si può cominciare dal cinema. Da film famosi come A.I.. Io Robot. Minority Report. Da film culto come 2001 Odissea nello Spazio. Blade Runner. Matrix. Si può cominciare dalla letteratura. Da Isaac Asimov. Fredric Brown. Philip K. Dick. Dean R. Koontz. Dan Simmons. Si può cominciare dalla leggenda. Dal rabbino Jehuda Löw ben Bezalel. Dalla Praga del XVI secolo. Dal Golem che si anima se gli si scrive emet (verità) sulla fronte. Che si spegne cancellando la e (met in ebraico vuol dire morte).
Si può. Viene persino naturale. Facile il gioco di parole. Emet/Met. On/Off. Zero/Uno. Linguaggio binario. Calcolatore. Intelligenza Artificiale.
E invece no. Decisamente no. E non per malcelato spirito di contraddizione. Né per picca, per ripicca e per puntiglio come la furba Bice di “Uomo e Galantuomo” di Eduardo De Filippo. Ma perché questa è una storia che va raccontata dal principio. E al principio non ci sono il cinema. La letteratura. La leggenda. Ma la voglia dell’uomo di pensare l’inpensabile. Di raggiungere l’irraggiungibile. Fino a farlo diventare realtà. Grazie al genio. Alla tecnologia. All’innovazione. Al lavoro.

Genio. Tecnologia. Innovazione. Lavoro. Parole del futuro. Parole antiche come le montagne. Parole che ci hanno fatto incontrare il fuoco. La ruota. La leva. Il telaio. La locomotiva. L’automobile. Il DNA. Il computer.
È importante non perdere di vista questa Storia. Collocare gli eventi nella giusta cornice. Perché ci aiuta a comprendere, spiegare, attribuire significati. A definire l’approccio, la metodologia, che ci fanno accorgere che quella determinata idea, quel particolare fatto o evento sono destinati a cambiare i nostri modi di vivere, studiare, lavorare, divertirci. A riconoscere l’innovazione. In un mondo che ama troppo la velocità e troppo poco la profondità. Troppo la precarietà e troppo poco la creatività. Troppo il denaro e troppo poco la cultura. Un mondo che vale la pena cercare di migliorare almeno un po’. Con pazienza e lavoro.

Dentro questa Storia ha senso raccontare di intelligenza artificiale, narrare storie che vantano già protagonisti importanti, anche nel nostro Paese.
Le donne e gli uomini che nella campagna veneta fabbricano avatar (termine sanscrito che definisce l’assunzione di un corpo fisico da parte di un dio e che è diventato nel linguaggio di internet sinonimo di rappresentazione virtuale di una persona reale) sono tra questi. Così come Matteo Loddo e Alessandro Ciaralli, che lo scorso 21 novembre si sono laureati alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza animando e facendo parlare al loro posto due avatar rigorosamente in 3D (sistema che usa tecniche come la prospettiva e l’ombreggiatura per rappresentare a tre dimensioni immagini che in realtà sono a due dimensioni).
Molte cose sono dunque accadute da quando, nel 1956, a Dartmouth, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester, Claude Shannon e John Mc Carthy promossero il seminario che diede alla luce il concetto di Intelligenza Artificiale. L’obiettivo? Lo stesso che un po’ di anni prima era stato dichiarato da Alan Turing: “costruire una macchina che si comporti in modi che sarebbero considerati intelligenti se un essere umano si comportasse in quel modo”.
Gli esiti, come sempre in questi casi, sono stati talvolta incoraggianti (come la volta che Deep Blue, il calcolatore progettato e realizzato dalla IBM, ha vinto la sua sfida con Garry Kasparov, campione mondiale di scacchi), altre volte meno. Ma in ogni caso quella dell’Intelligenza Artificiale rimane una sfida doppia. Che mira da un lato a ingegnerizzare “macchine” sempre più sofisticate e dall’altro a riprodurre caratteristiche e capacità cognitive tipiche dell’uomo.
Gli obiettivi? Organizzare, catalogare, gestire, il linguaggio matematico. Rappresentare le conoscenze nei database in maniera intelligente. Costruire robot sempre più “umani”. Creare interfacce web sempre più intelligenti, in grado, a seconda delle cose che gli vengono chieste, di “farsi un’idea”, di definire un profilo di chi ha di fronte, di fornirgli “soltanto” le informazioni che davvero gli servono.

Facciamo un esempio? Immaginiamo di dover realizzare le pagine web di un sito archeologico come Pompei, e che esso sia stato strutturato con una dote assai ricca di database, informazioni, percorsi, notizie.
Una possibilità è quella di finire vittime del paradosso reso celebre da Jean Braudillard, secondo il quale l’inflazione delle informazioni produce la deflazione del senso (una mole potenzialmente infinita di informazioni disponibili può avere come effetto una sostanziale impossibilità di selezionarle, di gestirle e dunque di utilizzarle). Un’alternativa possibile è quella di realizzare l’ipertesto in questione in maniera tale che esso comprenda, grazie alla intelligenza artificiale di cui è stato dotato, chi è la persona che lo sta interrogando e quali informazioni vuole da lui.
Per rimanere all’esempio in questione il sistema dovrebbe poter capire se colui che ha di fronte è un esperto archeologo, uno studente che deve fare una ricerca, un turista curioso che vuole semplicemente qualche indicazione utile per decidere se fermarsi lì o spostarsi di qualche chilometro e visitare gli scavi di Ercolano. Dato che ciascuna di queste persone avrà degli interessi specifici, il sistema si rivelerà tanto più intelligente quanto più sarà in grado, sulla base delle richieste che gli vengono fatte, di selezionare il profilo di chi lo interroga e rendere disponibili, tra le tantissime informazioni di cui dispone, le risorse più appropriate per ciascuna persona.

Genio. Tecnologia. Innovazione. Lavoro. Mai come questa volta le connessioni tra le quattro venerande parole si presentano ambigue. Mai come questa volta le domande, le perplessità, le riserve appaiono ampie. Profonde. Difficili da sciogliere. Anche perché questa volta la posta in gioco non riguarda la possibilità di usare una macchina al posto di un’altra, ma quella di usare una macchina al posto di un uomo.
Ci saranno meno o più occupati? Il lavoro sarà più o meno “buono”? A guadagnarci saranno solo i soliti noti o davvero questa volta ci saranno maggiori opportunità per un numero più consistente di persone?
Davvero difficile immaginarlo. Non basta pensare, come Miles e Snow, che stiamo entrando nella quarta ondata della storia industriale (la prima è quella relativa all’industrializzazione originaria; la seconda quella fordista; la terza quella postfordista), caratterizzata dal versante delle strutture dalla diffusione delle organizzazioni minimali (sferiche, cellulari), dalla crisi della gerarchia, dall’individuazione e dallo sviluppo delle competenze essenziali (core competence) e delle professioni necessarie, dal governo delle carriere; dal versante delle persone dalla capacità di svolgere più iniziative e ricoprire più ruoli, di migliorare attraverso processi di competizione -collaborazione, di investire su se stessi puntando su conoscenza e responsabilità, di ampliare le proprie capacità professionali, di definire in maniera autonoma la propria carriera, di connettersi in ogni momento con qualunque anello della catena di creazione del valore. Non basta neanche sapersi nani sulle spalle di giganti. O gettare lo sguardo oltre l’orizzonte.
Lo sforzo è encomiabile. L’approccio suggestivo. Ma le risposte rimangono necessariamente troppo vaghe e ambigue per essere considerate risolutive. Davvero troppo alta è la possibilità di finire vittima della “fallacia della centralità”, di sottovalutare e contrastare ciò che accade perché si sovrastima la probabilità che, se esso avesse una reale consistenza, se ne sarebbe certamente a conoscenza.

Che fare, dunque?
Ancora una volta potrebbe essere utile guardare a ciò che abbiamo alle spalle. Ad esempio alle rivoluzioni industriali e alla forza con la quale hanno scompaginato assetti sociali, economici, politici, preesistenti. Alle condizioni della classe operaia inglese della prima metà dell’ottocento. Allo sviluppo del lavoro industriale nell’Italia di inizio novecento. Alla crisi del modello sociale fordista nella seconda metà del secolo breve. Alle metamorfosi di città come Genova, Milano, Napoli, Torino. O come Barcellona, Berlino, Liverpool.
Ogni volta grandi sconvolgimenti. Ogni volta vincenti e perdenti sociali.
Quella dell’innovazione continua insomma ad essere una partita doppia. Al tempo dell’intelligenza artificiale così come al tempo della macchina a vapore.
Gli apocalittici (in ogni caso meno pericolosi dei loro antenati luddisti) e gli integrati continueranno a darsi battaglia a colpi di argomenti, idee, scomuniche. Lavori tradizionali scompariranno. Altri si trasformeranno. Nuovi lavori avranno le luci della ribalta. Conquistare più tempo per le persone e per le loro attività sociali, dare più qualità alla prestazione lavorativa saranno probabilmente tra le sfide più impegnative per il mondo del lavoro e per il sindacato, che quel mondo del lavoro intenderà continuare a rappresentare.
In maniera solo in parte provocatoria si potrebbe dire che anche nell’era dell’intelligenza artificiale non c’è nulla di completamente nuovo, almeno sul fronte occidentale. E che esserne consapevoli può essere un primo passo nella giusta direzione per coloro che intendono gestire, nei casi più fortunati dirigere, i processi di innovazione.
Anche in questo mondo in incessante trasformazione, mentre i 15 minuti di celebrità pronosticatici da Andy Warhol sono già diventati 15 secondi, è insomma importante non perdere di vista ciò che già è accaduto. Leggere la Storia aiuta a leggere il futuro. A trovare le parole, le decisioni, le scelte, le azioni capaci di dare voce ai diritti delle persone, quelle più giovani in primo luogo, e al loro bisogno di rappresentanza, mentre si ritrovano, disorientate, a fare i conti con i mille sentieri che si biforcano del cambiamento sociale.

Ritratto di Robert K. Merton

Sfacciata impudenza, sfrontatezza, faccia tosta. Questi alcuni significati di chutzpah, parola yiddish definita come “quella particolare qualità racchiusa in un uomo che, avendo ucciso sua madre e suo padre, si appella alla clemenza della corte perché è orfano”.
Chutzpah fa parte della classe dei prestiti linguistici, parole che per varie ragioni vengono adottate in diverse lingue. Come il francese Esprit de l’escalier (osservazione arguta che viene in mente troppo tardi per essere utilizzata). O come il tedesco Schadenfreude (gioia maligna originata dalle disgrazie altrui).
È Robert K. Merton a raccontarlo. Proprio lui. Il padre della Serendipity. E di molto altro ancora.
È lui a indicare, con le sue teorie di medio raggio, un possibile punto di equilibrio tra l’astrattezza della teoria che tutto comprende e i limiti dell’empirismo fine a se stesso. A concettualizzare la differenza tra funzione manifesta, conseguenza visibile e attesa di un comportamento sociale, e funzione latente, conseguenza non prevista e non voluta (gli indiani Hopi danzano non solo per invocare la pioggia ma anche per cementare la coesione della tribù). A evidenziare le distorsioni nell’agire sociale determinate dallo scarto esistente tra la propria situazione e quella del contesto al quale si guarda (società, sistema culturale, gruppo, etc.). A dimostrare che in contesti sociali nei quali coloro che non «riescono» si scoprono «segnati» da questa loro supposta incapacità di ottenere successo, il comportamento deviante finisce col rappresentare una modificazione dei mezzi per raggiungere gli stessi fini propagandati dalla società. A definire la relazione tra numero di individui che prevedono un fatto sociale e si comportano di conseguenza e possibilità che quel fatto sociale si realizzi adempiendo alla profezia (profezia che si auto avvera). A rielaborare il concetto di Anomia.
Che dire ancora? Che l’uomo della serendipity è stato anche un signore colto, mite, gentile. Di quelli che non ce ne sarebbero mai abbastanza e che invece ce ne sono sempre meno.

Luci nei misteri bui dell’universo

Koichi Itagaki. Cacciatore di supernove. Ha osservato l’esplosione che, a circa 78 milioni di anni luce dalla terra (un anno luce misura poco meno di diecimila miliardi di chilometri, circa 63241 volte la distanza fra la Terra ed il Sole), ha dato origine alla Supernova SN2006jc (una supernova è un’esplosione stellare che determina la formazione di una nuova stella nella sfera celeste; ha una luminosità un miliardo di volte superiore a quella del Sole e una potenza in grado di carbonizzare qualunque pianeta orbitante nei paraggi; è all’origine della formazione di cobalto, uranio, nichel, piombo, iodio, tungsteno, oro e argento nell’universo; data, grandezza, posizione, tipo di supernove scoperte a partire dal 1885 su http://cfa-www.harvard.edu/iau/lists/Supernovae.html). Come ogni scoperta, anche quella di Koichi Itagaki ha prodotto nuove domande: si è trattato di un caso? Era l’annuncio, ancora non previsto da alcuna teoria astrofisica, della fine del processo evolutivo delle stelle di grande massa? Tra coloro che hanno cercato risposte i “nostri” Andrea Pastorella e Massimo Turatto. Il primo, dopo il dottorato all’Università di Padova, lavora all’Università di Belfast e ha coordinato l’equipe internazionale di scienziati (tra i quali Turatto) che ha verificato che il lampo del 2004 è stato emesso dallo stesso corpo celeste che ha generato SN2006jc: una stella supermassiccia (60-100 volte la massa del Sole) giunta nella fase finale della sua evoluzione con un’atmosfera priva di idrogeno. Il secondo continua fortunatamente a impiegare il suo genio in Italia, all’ Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). A giugno i risultati della ricerca sono stati pubblicati su Nature. L’idea, come ha dichiarato Turatto, è “che si possa essere di fronte ad una nuova categoria di oggetti celesti in grado di fornirci indicazioni per migliorare le attuali teorie sulle fasi finali dell’evoluzione delle stelle di grande massa”. L’auspicio è che nella corsa alla scoperta dei misteri dell’universo le nostre strutture di ricerca, e non solo i nostri cervelli, possano avere un ruolo sempre più importante.

Non tutto è oro su internet

Nessuno è perfetto. Neanche internet e le nuove tecnologie dell’informazione (Nti). Non tanto perché sono ancora in troppi ad associare la credibilità di un sito al suo aspetto. E tanto meno perché le conoscenze tecnologiche possono avere influenze malefiche come quelle dell’anello reso celebre da Tolkien. Ma perché nelle società moderne, più sagge e più tristi, nelle quali si riducono le reti di altruismo, si raffreddano i rapporti, si lasciano un sacco di persone escluse, la tendenza delle Nti a elevare a simbolo il confronto fra soggetti che la pensano allo stesso modo favorisce l’insorgere di forme di estremismo, disprezzo per gli altri e per le loro opinioni, a tratti anche violenza.
Facciamo un esempio? Holiwar.com. Un nome che è tutto un programma. Con link tricolore a L’Occidentale. E articoli dal titolo “Siamo tutti in guerra, ma solo in pochi se ne sono accorti”.
Ma è davvero inevitabile perdere di vista il dato semplice ma non banale che le qualità di una democrazia
sono definibili proprio a partire dalle differenze che in essa sono rappresentate?
E per quali vie le Nti possono contribuire ad ampliare le opportunità e le libertà di ciascuno, ad arginare la mutazione della democrazia in videocrazia, ad arrestare la trasformazione dei partiti in comitati elettorali?
Per cominciare si può ricordare che le libertà civili classiche – tra le quali rientrano com’è noto la libertà di espressione e la libertà da interferenze e controllo esterni – possono potenzialmente trovare nelle Nti uno strumento funzionale alla propria estensione, fermo restando l’esigenza di regolamentare la loro gestione e distribuzione. E che le libertà positive trovano a loro volta nelle Nti uno strumento potenzialmente volto ad ampliare la gamma di opportunità utili allo sviluppo delle capacità di ciascuno. Si può ancora aggiungere che, nei confini della partecipazione alla vita sociale e politica, i nuovi media rappresentano una delle risorse strategiche per un miglior accesso ai mondi della formazione e del lavoro, per conoscere i propri diritti e poterli legittimamente difendere o rivendicare. E che questo è uno degli aspetti centrali anche quando si analizza il rapporto tra Nti e mercato, dato che definire come più o meno positivo, o negativo, in termini di libertà, il risultato dell’impiego delle Nti non è possibile se non se ne analizzano le ricadute dal versante delle relazioni sociali di mercato, della produzione, della distribuzione e degli effetti sulle diseguaglianze sociali.
Una prima provvisoria conclusione potrebbe allora essere che ogni qualvolta le Nti consentono di interagire col potere politico o economico secondo schemi di comunicazione bidirezionali, che favoriscono cioè la possibilità che anche chi sta in fondo alla scala sociale può aver voce nei confronti di chi detiene l’autorità e il potere, di fatto contribuiscono ad ampliare ed estendere le libertà. E che, al contrario, esse possono essere ricondotte all’interno di logiche e schemi di controllo politico e di condizionamento dei cittadini ogni qualvolta sono impiegate esclusivamente come strumento di comunicazione dall’alto verso il basso, ogni qualvolta al cittadino non viene lasciata altra possibilità che quella di svolgere un ruolo passivo o essere sottoposto a censura.
Non a caso internet è tra i nuovi media quello che si sta dimostrando più importante anche per dare visibilità
a quelle minoranze che nei contesti nei quali vivono non avrebbero altrimenti le stesse possibilità – in termini di strumenti, di risorse, di diritti – di aver voce (il caso del movimento delle donne messicane “Mujer a Mujer”, che attraverso internet hanno acquisito informazioni per poter negoziare le condizioni di lavoro in un’impresa tessile statunitense appena installata sul territorio è emblematica anche a qualche anno di distanza). Resta il fatto che le Nti, diversamente dal mitico signor Wolf di Pulp fiction, non risolvono tutti i problemi. E che nell’ambito della sfera pubblica la questione centrale rimane quella che si riferisce al come ritrovare le ragioni che rendano realistica, oltre che razionale, la scelta a favore dell’impegno e della cittadinanza attiva, della costruzione di reti civiche larghe, di strutture sociali intermedie, di classi dirigenti.

La fabbrica dell’impossibile

179 scienziati che vi lavorano attivamente. 12 aree di ricerca attive, dai robot umano interattivi alle nanoscienze (studio di “oggetti” di dimensioni inferiori alla molecola che non seguono le leggi di Newton ma quelle della fisica quantistica). Fino all’infinito e oltre.

Di cosa stiamo parlando?
Del Frontier Research System, una sorta di avamposto estremo dei numerosi istituti di ricerca che compongono RIKEN (oltre 3.000 gli scienziati direttamente impegnati nelle diverse attività; quasi 2.550 gli scienziati a contratto; quasi 1200 gli studenti impegnati nelle attività di tirocinio; un budget per il 2007 di circa 90mila milioni di yen (550 milioni di euro).
Ma cosa vuol dire essere avamposto di un contesto nel quale operano, tra gli altri, soggetti come il RIKEN Brian Science Institute, il RIKEN Genomic Science Center, il RIKEN Discovery Research Institute, il Nishina Center for Accelerator Based Science? Dove gli scienziati sono abituati a creare campi di ricerca con le loro proposte? A “inventare” occasioni per poi afferrarle?

Vuol dire che diversamente dagli altri settori di ricerca, dove ad essere finanziati sono progetti che si muovono in direzioni in larga parte prestabilite e ci si aspetta diano i risultati attesi, al Frontier Research System la ricerca è davvero ad alto rischio, dato che sono molto alte le probabilità che non ci siano risultati, o che i risultati non siano quelli sperati.
Cose da (scienziati) pazzi? Assolutamente no.
Non solo perché quando il risultato c’è è di quelli che assicurano un vantaggio cognitivo – competitivo di grande importanza. Ma perché l’imprevedibilità ha molte facce. E le scoperte che avvengono per genio e per caso sono spesso di quelle destinate a lasciare un segno importante nel grande libro della storia.
Il senso del Frontier Research System è tutto qui. Nel suo essere un avamposto verso il futuro. Una geniale, straordinaria “fabbrica” di serendipity.

Il gruppa che porta i robot nelle scuole

Loro non farebbero certo come Theodore Schick. Capo del dipartimento di filosofia del Muhlenberg College, Pennsylvania, USA. Che immaginava un futuro minacciato da un uso improprio delle nuove tecnologie digitali. Che temeva potessero avere gli stessi effetti malefici degli anelli resi celebri da Tolkien. Che proponeva perciò di “gettare nel fuoco queste conoscenze tecnologiche, proprio come il Consiglio di Elrond ha votato di distruggere l’anello”.
Loro pensano che l’innovazione è una modalità di pensiero. Che vivere e innovare sono la stessa cosa. Che le NTI rendono accessibile una gamma di conoscenze e di opportunità che non ha eguali in nessuna altra fase dello sviluppo umano. Che non coglierle vuol dire rinunciare a un futuro migliore, per i più giovani in primo luogo. Che perciò è necessario creare connessioni. Costruire relazioni. Valorizzare il talento. La creatività. L’impegno.
Chi sono loro?
Quelli di Tecknos (www.tecknos.it). Un pugno di cervelli. Tanta passione. Lavoro. Un’associazione no profit nata il 30 aprile scorso. Un appuntamento annuale (il 5 e 6 ottobre 2007 a Sarzana, La Spezia, la seconda edizione) per proporre, confrontare, investire in idee e progetti. Per tutte le età.
A sentire Andrea Lagomarsini, presidente di Apai (www.apai.biz) e socio fondatore dell’Associazione, i concetti chiave intorno alle quali Tecknos sta organizzando le proprie reti e le proprie iniziative sono informazione, interazione, incontro, investimento.
È fondamentale la capacità di acquisire conoscenze dalle università, dal mondo della ricerca, dalla scuola, dalle imprese, dalle istituzioni.
Poi occorre che le idee e i progetti vengano divulgati, trasferiti, implementati, in maniera tale da creare ulteriori saperi, conoscenze, opportunità.
La fase di investimento è quella che porta a coadiuvare e sviluppare le attività imprenditoriali vere a proprie; ad accompagnare la fase di start up di nuove imprese e/o di nuovi prodotti; a sviluppare attività di sponsoring; a facilitare l’accesso di giovani dotati nel mondo del lavoro.
Nascono da qui soluzioni avanzate nel campo della domotica come i sistemi di sicurezza di terza generazione AISAC, (www.aisac.it), risultato dell’interazione scientifica, tecnologica, imprenditoriale con soggetti come BTicino, Università di Pisa, CNR.
È ancora da questo background, e dall’incontro con il Prof. Giovanni Marcianò dell’IRRE Piemonte, che nasce il progetto Bee-Bot che consentirà ai bambini delle scuole materne di usare, con il linguaggio dei tasti e dei colori, un vero e proprio robot a forma di ape.
Il progetto interesserà nella fase di avvio alcune classi di due scuole dei comuni di Sarzana (La Spezia) e di Fosdinovo (Massa Carrara).
Gli scopi?
Avvicinare da subito i bambini ai robot e dunque alla tecnologia; invogliarli a sfruttarne le molte potenzialità per ampliare il proprio pensiero, per migliorare la loro capacità di confrontarsi con gli altri, per favorire lo sviluppo di modalità di apprendimento cooperativo.
Il messaggio?
Abituarsi a innovare. Per tutto il corso della vita.

Meglio diplomati che laureati?

ILunedì 24 settembre alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri, Napoli, è stato presentato il libro “Come ti erudisco il pupo - Rapporto sull’università italiana”, Ediesse editore.
Quella che potete leggere qui di seguito è la mail inviata F. C.:

[...] Mi è dispiaciuto moltissimo andar via e non aver ascoltato le risposte ai tanti quesiti posti dal “pubblico”.
In realtà anche io avrei voluto fare un piccolo intervento ma, anche un pò per timidezza, non mi sono esposto.
Ciò che avrei voluto fare è aprire una piccola parentesi su quelle che sono le conseguenze di questa condizione universitaria sul mondo del lavoro.
Gli effetti malefici di tutto ciò che è stato oggetto di dibattito questa sera, non possono che avere effetti altrettanto negativi nel mondo lavorativo. Infatti mi capita spesso di constatare che nell’azienda per la quale lavoro (una società di ingegneria meccanica, elettronica, informatica, di oltre mille dipendenti, dove la ricerca industriale è pane quotidiano e l’innovazione del prodotto è il core business) è sempre più difficile selezionare neo assunti laureati di primo livello in ingegneria. Pensi che si preferisce esaminare un diplomato a massimo punteggio che un laureato del nuovo ordinamento.
Morale della favola: la percentuale di laureati in azienda che superava il 90% fino al 2002 è oggi del 85% pur rimanendo intatto il numero totale dell’organico.
Preoccupante, molto preoccupante. E ancor più malefico è il doppio torto che si fa alle nuove generazioni che si affacciano in un contesto lavorativo di tipo globale ma con molte carte in meno da potersi giocare causa una inadeguata preparazione rispetto ai colleghi europei.

Che dire?
Che di fronte a fatti e considerazioni di questo tipo si rischia davvero di rimanere senza parole.
Che la riforma che doveva portare la nostra università in Europa e i nostri giovani a trovare più facilmente lavoro pare aver clamorosamente fallito anche da questo versante.
E che, anche con il vostro aiuto, contiamo di sapere se l’azienda di F.C. è un’eccezione o se pure altre aziende considerano i diplomati più “affidabili” dei laureati di primo livello.

Elementare Watson!

Niente paura. Non abbiamo deciso di abbandonare la serendipity per passare al giallo. E il Watson della nostra storia non è l’alter ego di Sherlock Holmes reso immortale dalla penna di sir Arthur Conan Doyle.
È James D. Watson. Forse meno noto. Probabilmente più importante. Dato che a lui, e a Francis Crick, si deve la scoperta della struttura del DNA e la soluzione di uno dei più affascinanti misteri della scienza e della vita: in che modo le informazioni ereditarie si conservano e si trasmettono.

Perché ve ne parliamo?
Perché la vita di James D. Watson è, come quella di molti scienziati, assai ricca di avvenimenti serendipitosi, come si può verificare leggendo il suo straordinario libro di memorie (DNA, Il segreto della vita, Adelphi, € 18). Perché più d’uno di tali avvenimenti si interseca con il nostro Paese e con la sua genialità, che è tanta e ci piace ricordarla. E perché almeno uno di essi permette di aggiungere un ulteriore tassello a una storia, quella della fuga e dello spreco dei cervelli italiani, che pensiamo sia utile continuare a raccontare.

L’avvenimento in questione è quello che porta Watson a “scartare” Herman J. Muller, che nel 1946 aveva ricevuto il premio Nobel per i suoi studi sulla capacità mutagena dei raggi X, e a scegliere, per la sua tesi di dottorato, Salvador Luria, nato e cresciuto a Torino, che il premio Nobel lo vincerà “solo” nel 1969 per le scoperte fatte, con Delbrück e Hershey, sui meccanismi di mutazione e riproduzione del DNA. E ci dà l’occasione per ricordare che nel frattempo, proprio nell’anno in cui Watson arriva all’Indiana University, il 1947, Luria diventa cittadino americano.

Rewind: Salvador Luria nasce e si forma a Torino, dove ha come maestro e mentore Giuseppe Levi; si trasferisce negli USA; diventa maestro e mentore degli studenti statunitensi di Bloomington e del MIT.
Una possibile morale della storia: l’Italia investe per formare Luria e gli Stati Uniti raccolgono i frutti di tale investimento.
Elementare Watson.

Marcello Musto: un marxiano a Berlino

Redatti tra l’autunno del 1857 e la primavera del 1858. Nel pieno della crisi economica internazionale. Con la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo la sconfitta del 1848.
Otto quaderni rimasti ignoti anche a Engels. Che costituisco la prima stesura della critica dell’economia politica, il primo lavoro preparatorio de Il capitale. Che vengono dati alle stampe a Mosca tra il 1939 e il 1941 ma rimangono pressoché sconosciuti fino al 1953, anno della pubblicazione a Berlino. Che nel 1968 vengono tradotti per la prima volta in Italia.

Di cosa stiamo parlando?
Dei Grundrisse, naturalmente. Che Eric J. Hobsbawm ha definito «la stenografia intellettuale privata» di Marx.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché i Grundrisse, con le loro numerose osservazioni relative ad argomenti che non saranno mai più sviluppati rivestono enorme importanza per la comprensione del pensiero di Marx.
Perché l’editore Routledge - Taylor & Francis Group, in occasione del 150° anniversario della loro stesura, sta per pubblicare i saggi inediti di 30 autori di 25 diversi paesi (sono già in cantiere le versioni in tedesco, Dietz Verlag, e in cinese) con la prefazione proprio del grande Eric Hobsbawm.
E perché ideatore, curatore e co-autore del volume è Marcello Musto, 31 anni, una vita passata a studiare e a scrivere tra Berlino, Amsterdam e il resto del mondo “perché lì ci sono le fonti e perchè all’estero hanno l’abitudine di leggere le cose che gli mandi, non si chiedono quanti anni hai o se sei già professore ordinario, valutano il tuo progetto e ti mettono in condizione di realizzarlo”.

Tre gli obiettivi principali di questo straordinario lavoro di ricerca:
“i) far emergere il Marx per molti verso “altro” rispetto a quello diffuso dalle correnti dominanti del «marxismo» del ‘900;
ii) dimostrare l’importanza dei Grundrisse per la comprensione dell’intero progetto teorico di Marx;
iii) evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero di Marx”.

Sarebbe tutto. Se non fosse che il volume non ha ancora un editore italiano. Incredibile? Vero!

Competizione collaborativa da geni

Giugno 2007. Su Nature vengono pubblicati i risultati della ricerca condotta nell’ambito del programma ENCODE (the Encyclopedia of Dna Elements, 10 i paesi e 80 i gruppi di ricerca partecipanti) che svelano il comportamento di una prima, piccola, preziosa parte del nostro codice genetico.
Il fatto è di quelli rilevanti. Ancora di più lo sono le sue conseguenze. Per la scienza. E per i comuni mortali che da essa si aspettano rimedi e soluzioni per vivere meglio e più a lungo.

Sono trascorsi più di 80 anni da quando Ogburn e Thomas analizzarono 150 casi di scoperte multiple indipendenti e svelarono al mondo che alla base dell’inarrestabile progresso della conoscenza ci sono scienziati e tecnologi che, presi dallo stesso furore scientifico e alle prese con gli stessi problemi, approdano alle medesime soluzioni. Ma quella alla quale ci prepariamo ad assistere si presenta come una vera e propria nuova corsa all’oro. Con in palio una petita assai preziosa, il genoma umano. E una sorpresa: al tempo della società liquida, di internet e dei consorzi internazionali di ricerca più che in ogni altra fase per vincere non basta competere. Occorre collaborare. Interagire. Sapendo che saranno in tanti ad arrivare quasi fino al traguardo. E che a vincere sarà, come sempre, uno solo.

Due le parole chiave: competizione e collaborazione. Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Si gioca su un campo tanto vasto e inesplorato che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.

Come tutte le storie che si rispettano, anche la nostra ha un protagonista principale. Si chiama Piero Carninci. È senior scientist al RIKEN, Genome Science Laboratory di Saitama, in Giappone. Come direttore scientifico di Fantom 3, il consorzio promosso da RIKEN con 45 istituti di ricerca di 11 paesi, ha sviluppato la tecnologia e prodotto dati complementari a quelli inizialmente pianificati dal consorzio ENCODE. È uno dei molti autori del paper pubblicato su Nature. Un tocco di straordinario genio italiano in un mondo dominato da USA e Giappone. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato della ricerca sul genoma. E su cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo.

Carninci non ama i giri di parole. Spiega che, una volta completata la mappatura del genoma, ci si è resi conto che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né l’inizio né la fine delle parole, né la punteggiatura né la grammatica. Aggiunge che l’individuazione delle regioni che codificano per proteine ha permesso di comprendere le parole. Che oggi l’obiettivo è comprendere come le “parole” sono correlate l’una con l’altra (punteggiatura, grammatica, ecc.). Che la prossima sfida porta dritto alla comprensione della loro logica.

Il National Institutes of Health (NIH, USA) – racconta – ha lanciato nel 2003 il programma ENCODE proprio con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie (protocolli per trasformare RNA in informazione) per l’analisi del genoma e applicarle ad una piccola parte (l’1% del totale) del DNA. Si può considerare tale programma come una sorta di prova generale. Resa possibile dalla ricerca di tanti. Ad esempio RIKEN. Che non a caso continuerà a collaborare con ENCODE sia per ciò che riguarda la pianificazione degli esperimenti che per lo sviluppo di tecnologie ad hoc.

Riecco le parole chiave.
Competizione. RIKEN che dal 2001 sviluppa indipendentemente tecnologie per capire dove sono gli mRNA (gli RNA che producono proteine) ed i loro promotori (le sequenze che fanno svolgere al genoma la sua funzione principale: produrre RNA, ogni tipo di RNA, che ha non solo la funzione di trasportare e tradurre informazioni ma anche quella di coordinare il complesso lavoro teso a rendere integrate ed efficienti le migliaia e migliaia di componenti attive della cellula, di contribuire a regolare l’espressione del DNA).
Collaborazione. Le tecnologie complementari di RIKEN ed ENCODE. L’utilizzo da parte di ENCODE della tecnologia ideata da Carninci per identificare senza alcun dubbio l’inizio della trascrizione dei geni, le sequenze che promuovono la trascrizione, chiamate “promotori”.

Capire i promotori – spiega lo scienziato italiano - è essenziale per capire come e quando il genoma agisce. In pratica il promotore è un interruttore che dice “accendi”, “spegni” e, se “acceso”, quanto bisogna produrre.
I diversi tessuti esprimono RNA differenti e quindi proteine differenti. Ad esempio, il muscolo esprime proteine necessarie alla contrazione muscolare, il cervello esprime proteine importanti per l’attività neuronale.
Diversi promotori controllano l’espressione di diversi RNA (e quindi proteine) in diversi tessuti e in questo contesto i RNA che non codificano retroagiscono con il DNA, modificano l’espressione di mRNA dal DNA e quindi modificano il livello di proteine prodotte dall’RNA.

Sembra facile, come ricordava un simpatico omino coi baffi ai tempi di Carosello. Ma non lo è. Perché in tanti avevano definito tutto questo “junk”, spazzatura. E perché la strada del progresso scientifico è da sempre costellata di abbagli, errori, torti, orrori.
Tornando alle scoperte multiple indipendenti di RIKEN ed ENCODE, Carninci spiega perché a livello scientifico è importante che più gruppi che utilizzano tecnologie diverse arrivino alle stesse conclusioni. Grazie agli sforzi di molti gruppi si è capito – continua - che la parte del genoma che produce RNA è almeno il 75%, forse il 93% (a Fantom 3 abbiamo stimato almeno il 63%). La maggior parte di questi RNA non codifica per alcuna proteina. Molti degli RNA prodotti, e molte delle sequenze regolatrici, sono soggette ad evoluzione più rapida di quanti ci si aspetta per delle regioni del genoma che hanno funzione.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, determina un cambiamento di paradigma – aggiunge ancora Carninci. Fino ad ora si riteneva che le sequenze di DNA più essenziali e vitali fossero quelle più lungamente conservate durante l’evoluzione. La regola era: sequenze conservate uguale sequenze funzionali; sequenze non conservate uguale sequenze non funzionali o non importanti. Era una regola troppo grossolana. Confrontando il genoma umano con quello di altri mammiferi ci si è accorti infatti che molte regioni funzionali non sono conservate, che ci sono delle regioni che hanno una evoluzione molto più rapida del resto del genoma. Ciò non solo cambia in maniera significativa l’approccio nella ricerca di elementi funzionali nel genoma, ma è assai affascinante dal punto di vista della comprensione dei processi evolutivi.

Grazie alla pubblicazione del lavoro del NIH abbiamo, per questo 1% del genoma, una mappa molto dettagliata dei geni e delle sequenze che ne regolano l’espressione da cui si potrà partire per “attaccare” il restante 99%. Inoltre abbiamo appreso parecchie regole che è probabile valgano per tutto il genoma. Per tornare all’esempio del libro di 3000 pagine, anche solo il contenuto di 30 di esse può aiutarci a capire il tipo di linguaggio usato, lo stile, il vocabolario, la grammatica, il grado di novità, quanto si impiegherà a leggere tutto il libro, come studiarlo, a chi farlo leggere.

La morale della storia?
ENCODE, RIKEN ed altri consorzi continueranno ad analizzare le sequenze per il restante 99% del genoma umano con le tecnologie sviluppate in questa occasione. Nuove tecnologie verranno sviluppate a partire da quelle usate oggi. L’1% sono solo il punto di partenza – ribadisce Carninci -. Ci sarà un ENCODE per organismi modelli con il genoma molto più piccolo come ad esempio il moscerino della frutta (drosophila melanogaster). Ci saranno molte e rilevanti conseguenze concrete per tutti noi.

Comprendere il funzionamento di base del genoma (la logica mediante cui i geni vengono transcritti), imparare il linguaggio, vuol dire ad esempio imparare come modificare questo linguaggio mediante farmaci e terapie mirate.
Il fatto di trovare che ci sono tanti RNA che non producono proteine suggerisce che questi RNA regolino il comportamento ed il prodotto (output) del genoma; usando questi RNA, si potrà in futuro controllare il comportamento deviante del genoma come, ad esempio, le malattie.
Infine c’è il fascino della conoscenza, la possibilità di porsi mete sempre più straordinarie, come quelle che si riferiscono al cervello umano (Carninci ci rivela che ci sta lavorando; aggiunge che è troppo presto per parlarne; promette che saremo tra i primi ad essere informati dei suoi risultati).

La nostra storia per ora si ferma qui. Speriamo che vi sia piaciuta. Che vi abbia suggerito qualcosa circa le ragioni per le quali assieme agli scienziati e alle loro idee sono importanti i processi organizzativi che essi attivano e hanno alle spalle. Circa le caratteristiche dei processi di competizione – collaborazione in atto. Circa le ragioni per le quali “leggere” il DNA è molto importante per il nostro futuro. E per quello delle generazioni che verranno.

Daimon Mediterraneo

C’era una volta la questione meridionale. Che adesso non c’è più. Dissolta più che risolta. Lasciata cadere piuttosto che abbandonata.
Le ragioni? Tante.
Una classe dirigente meridionale che pensa più al proprio destino che a quello della nazione. Una classe dirigente nazionale che non ci crede, non ci pensa e se ci pensa pensa che oggi è il Nord la vera questione da affrontare.
Sta di fatto che la storica questione, che per oltre un secolo e mezzo ha appassionato intellettuali, politici, cittadini, operai, contadini, militanti e non, del Sud e del Nord, giace dimenticata. Senza più avere una dimensione politica. Senza mai aver avuto una dimensione globale.

Ci sono molti modi per raccontare il Mezzogiorno oggi.
Si può essere tentati dall’utopia e inseguire una qualche versione meridionalista del celeberrimo “I have a dream”. Cedere al fascino del viaggio simulato nel “Sud che ci piacerebbe indipendentemente da quello che c’è”. O più semplicemente chiedersi da quali punti di vista e a quali condizioni lo sviluppo della società dell’informazione può rappresentare per il Sud l’occasione per ridurre disuguaglianze e ritardi, per determinare e cogliere opportunità, per favorire la diffusione di modelli, sistemi, produzioni e processi innovativi di sviluppo.

Quattro indicazioni utili per le iniziative meridionaliste prossime venture.

La prima ci ricorda che la storia della solidarietà è bella, travagliata e controversa.
Bella della bellezza propria dei valori importanti. Quelli che infiammano i cuori e segnano le vite. Che permettono di condividere idee, passioni, fatti, significati. Di riconoscere nell’altro uno di noi. Di scoprire e sentire di non essere soli.
Travagliata perché richiede comportamenti coerenti. Responsabili. Consapevoli. Dunque niente affatto scontati.
Controversa perché in quanto tale riesce assai di rado a incidere sui processi reali che attraversano la società. In particolare quando resta confinata nello spazio dei valori, quando non riesce a stabilire connessioni con la rappresentanza e gli interessi.

La seconda ci dice che prendere atto del fatto che la solidarietà da sola non basta, vedere il confine esistente tra ciò che è proprio del dominio della solidarietà e ciò che invece non lo è, tra ciò che essa può fare e ciò che invece no, rappresenta probabilmente la maniera migliore, di certo la più utile, per riconoscere la sua importanza e il suo valore, così come quello delle pratiche individuali e sociali a essa connesse.

La terza ribadisce che per vincere una battaglia non basta che sia giusta. Bisogna che sia sentita propria da chi è impegnato a combatterla.
Qualunque battaglia per essere sentita propria deve tenere insieme la testa e il cuore, gli interessi e i valori.

La quarta ci riporta alla necessità che il Sud sappia contare innanzitutto sulle proprie forze. Sia capace di pensare, in primo luogo dal Sud, il futuro del Sud. E ciò ci riporta a sua volta al ruolo e alla funzione della società civile meridionale, al rapporto e alle differenze tra leader e classe dirigente, al protagonismo dei cittadini meridionali.

A Sud un certo punto si è pensato che il Sud fosse cambiato. Stesse cambiando. In un modo che - anche se non eliminava distanze, squilibri, dualismi, ritardi, e soprattutto non riusciva ad assumere carattere e valore generale, a fare cultura, a determinare svolte – rimaneva comunque per molti aspetti significativo.

La verità è invece che il Sud, nel quale non mancano esperienze e realtà positive, nel suo complesso non riesce a innovare comportamenti, strategie e politiche. E dunque continua a essere artefice, prigioniero e vittima della consistenza e della profondità dei propri problemi “storici”, a rimanere lontano dai livelli di sviluppo e di qualità della vita centrosettentrionali, a non valorizzare adeguatamente il proprio capitale umano e sociale.

Ma se ciò che non funziona è proprio il quadro, l’insieme, il contesto, che fare?
Nella nostra personale agenda, alla voce “cose da fare al più presto”, abbiamo trovato:
1. Favorire a ogni livello (a partire naturalmente dalla scuola), percorsi di educazione alla legalità e al rispetto delle regole.
2. Investire in socialità e formazione.
3. Promuovere lo sviluppo di reti sociali e tecnologiche.
4. Attivare nuovi strumenti di sostegno finanziario con l’obiettivo di favorire e accompagnare lo sviluppo di imprese innovative.
5. Sostenere gli sforzi di coloro, in primo luogo i giovani, che cercano di costruirsi un futuro mettendo su un’attività autonoma o una piccola impresa.
Puntando decisamente sull’intreccio tra innovazione tecnologica, creatività e contenuti.
Attivando percorsi di formazione mirati all’acquisizione di competenze organizzative e di gestione.
Favorendo ipotesi di collaborazione tra imprese, scuole, università, società di promozione e di sviluppo.
Individuando concrete ipotesi di lavoro, veri e propri piani di impresa, che guardino in primo luogo ai temi dello sviluppo sostenibile, dell’accesso alla società dell’informazione, dell’incremento di nuove professionalità, del lavoro a distanza.
6. Valorizzare le vocazioni e le identità meridionali. Evitare di dissipare patrimoni fatti di tradizione, cultura, storia, capacità di fare.
7. Attivare localmente una domanda in grado di sostenere la diffusione delle nuove tecnologie e dei nuovi media.
8. Monitorare le attività locali, raccogliere e diffondere le esperienze più significative, valorizzarne i risultati.

Nel Mezzogiorno non si è mai compiutamente affermata una classe dirigente intermedia in grado di definire e perseguire, dal Sud, percorsi credibili di emancipazione e sviluppo culturale, sociale e politico per il Sud.
Nessuna società cresce e si sviluppa se a “fare” sono solo i “capi”. E se tra i pochi che “fanno” ciascuno continua a fare per conto suo.

Il tema è di quelli ineludibili. Tra i tanti nodi da sciogliere c’è quello che riguarda la connessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati, della società civile, che è particolarmente importante.
è su questo terreno che può infatti formarsi una classe dirigente che sappia contribuire alla promozione e allo sviluppo delle risorse culturali, sociali e produttive locali; che sappia cercare innanzitutto in se stessa le energie per risolvere i propri problemi.
Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della suggestione dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, di incentivare l’autonomia e la responsabilità, di favorire l’adozione di strategie innovative, di affermare un’idea di mercato fatto di regole, norme che garantiscano la concorrenza, che impediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi.
è su questo terreno più che su ogni altro occorre a nostro avviso sparigliare le carte. Rompere un meccanismo troppo improntato sull’uomo solo al comando. Costruire i ponti e le reti in grado di connettere idee e persone, scelte istituzionali e strategie imprenditoriali, modi di vita e tempi di lavoro. Per fare quel salto di qualità che a partire dalle persone porta a cambiare le regole e il sentire collettivo. Per diffondere, accanto a una nuova cultura dei diritti, un’etica dei doveri e delle responsabilità dei cittadini ancora troppo debole. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Formare una classe dirigente significa in fondo anche questo: far crescere a ogni livello la capacità di individuare problemi e trovare soluzioni, la voglia di agire in maniera autonoma e di non rinunciare ad assumersi responsabilità. Pensando con la propria testa. Agendo con le proprie mani.

L’idea che il secolo scorso possa essere simboleggiato dalla scoperta dell’atomo e quello attuale dalla rete, per quanto non susciti in questa fase la stessa euforia da “terra promessa” che a un certo punto ha caratterizzato la diffusione di Internet e lo sviluppo dell’economia digitale, sintetizza in maniera efficace la profondità, la complessità, la novità dei cambiamenti in corso e rappresenta dunque un primo significativo fattore di discontinuità con la fase precedente.
Prendiamo la figura dell’imprenditore. Nel passato più e meno recente il capitano di ventura, il capitalista weberiano, l’imprenditore schumpeteriano, è sostanzialmente un eroe solitario, un self-made man; oggi l’imprenditore ideale è quello che sa pensarsi come un nodo intelligente (molto meglio naturalmente se con tanti soldi a disposizione) di una catena ampia di valore, di un sistema largo di affari e relazioni. E lo stesso processo per molti aspetti condiziona lo sviluppo della società e della politica.
I soldi contano un po’ di meno, le idee e la capacità di collegarsi, di connettersi con le persone, i sistemi e i contesti istituzionali, dal livello locale a quello nazionale e internazionale, contano un pò di più.

Un secondo rilevante fattore di discontinuità può essere individuato nel fatto che l’incertezza non solo cresce, ma per molti versi si istituzionalizza e diventa inquietudine.
L’attentato alle Twin Towers c’è l’ha come sbattuto in faccia, ma in realtà abbiamo cominciato a metabolizzare dosi massicce di incertezza con i tempi dell’innovazione tecnologica, che si accorciano sempre più, con le società “avanzate” che quei cambiamenti tendono sempre più a prendere a modello, con la trasformazione e in qualche caso la dissoluzione delle strutture intermedie, con le difficoltà e la crisi degli Stati nazione e delle Costituzioni nazionali e il contemporaneo ampliamento dei poteri assai meno “comprensibili” delle grandi corporazioni e delle lobbies economiche e finanziarie