tutti, non proprio tutti, ma quasi tutti gli articoli che ho scritto in questi anni

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Il Blog di Montaigne

“La sua esistenza era un dolce fluttuare sopra un tappeto di benevola ottusità”: diciamo la verità, detto così non è che sembri proprio un complimento, insomma uno di quei pensieri che vorresti tanto che qualcuno un giorno dedicasse a te. Se vogliamo dirla tutta ai tempi della mia Secondigliano artigiana, operaia e magliara persino uno come Pasqualino ‘o Ricciulillo, addetto al confezionamento in un calzaturificio di Casavatore dal lunedì al venerdì e aiuto pizzaiolo il venerdì, il sabato e la domenica sera, se gli dicevi una cosa così un pugno e anche due te li mollava volentieri. E avrebbe avuto torto. Perché avrebbe perso la possibilità, possiamo immaginare irripetibile nella sua onesta, prevedibile, esistenza, di essere accomunato nientepopodimeno che a Michel de Montaigne. Sì, perché quello dell’esistenza che fluttua è proprio lui, o almeno così ci viene raccontato da Sarah Bakewell in un splendido volume. (Montaigne, L’arte di vivere, Collana Campo dei Fiori, Fazi Editore).

Vi state chiedendo perché l’esistenza di un uomo di cotanto senno fluttua in questo modo? Ve lo dico subito: pare che Montaigne avesse scarsissima memoria e la cosa secondo la Backwell ha prodotto alcuni effetti collaterali di non poco conto: il nostro era un uomo propenso alla sincerità (l’arte di dire bugie richiede una memoria di ferro), aveva una mente così “meravigliosamente vuota che nulla poteva ostacolare il suo ragionamento”, “si dimenticava facilmente delle offese ricevute e dunque serbava meno rancori”, era capace di recuperare le sensazioni più profonde delle sue esperienze, quelle che poi ha raccontato nei suo Saggi, proprio perché era preda di quella memoria “involontaria” che tanto fascino avrebbe esercitato su Proust, sì, proprio quella memoria che all’improvviso ti riporta alla mente un volto, un gusto, un odore che pensavi ormai di aver perso per sempre.

Ora voi non provate a domandarvi perché la mancanza di memoria nel mio caso produce come effetti collaterali soltanto ombrelli persi e telefonini lasciati nei posti più improbabili, perché la mia reazione sarebbe pari a quella di Pasqualino ‘o Ricciulillo; chiedetevi piuttosto in che senso e perché Montaigne non è stato soltanto l’ideatore del “saggio”, ma anche il primo blogger della storia. No, il perché non ve lo dico, dovete leggere il libro che tanto poi me ne sarete grati. Piuttosto provate a immaginare in quanti avrebbero cliccato su “mi piace” se Montaigne avesse scritto su Facebook e non su una nota a margine, parlando dell’amico La Boétie sconfitto dalla peste, “se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui, perché ero io”.

La sindrome di Stradivari e la regola dell’accesso

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Se vi racconto come li ho messi assieme la faccio troppo lunga, perciò vi dico che all’inizio, questo inizio, ci sono Karl Popper e Richard Sennett, da un lato l’idea che “se non vogliamo ragionare in circolo, dobbiamo assumere un atteggiamento altamente critico verso le nostre teorie, l’atteggiamento consistente nel cercare di confutarle”, dall’altro le ragioni per non finire vittime della sindrome di Stradivari, quella strana malattia che prende il tecnico, l’esperto, che ritiene di avere competenze così irripetibili da non poter essere tramandate, proprio come nel caso del leggendario liutaio di Cremona. E dato che tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine, talvolta anche un fine, vi anticipo che tutto questo ci condurrà in vario modo alla voglia di fare bene il proprio lavoro, all’etica nel lavoro, ai pericoli connessi all’accumulazione egoistica delle competenze.

Mi spiego con un esempio, anzi due. Il primo si riferisce al Goodwork Project diretto da Howard Gardner, Università di Harvard, al caso di corruzione a carico di alcuni giornalisti del New York Times. La colpa? Secondo i ricercatori dell’istituzione, nel senso della presunzione di sentirsi “il” Nyt, lo stradivari dell’informazione, un giornale che non ha bisogno di comunicare esplicitamente quali sono i suoi standard e per questa via crea il contesto nel quale giornalisti senza scrupoli possono piegare l’istituzione ai loro scopi. L’antidoto? Secondo Gardner quel particolare tipo di trasparenza basata su criteri che definiscono il lavoro ben fatto in un linguaggio chiaro e comprensibile ai non addetti ai lavori.

Il secondo si riferisce al progetto di citizen journalism che sta portando avanti la Fondazione Ahref che non solo definisce ed esplicita i criteri che ritiene debbano essere rispettati perché l’informazione possa essere definita di qualità, ma tende a fare di questa qualità la cornice cognitiva, il presupposto, a partire dal quale i cittadini diventano reporter che promuovono e realizzano le loro inchieste.

Nel caso di La scuola abbandonata, la prima inchiesta di Fondazione Ahref, abbiamo perciò raccontato passo passo come ci siamo mossi, abbiamo definito una metodologia (Regola dell’A.C.C.E.S.S.O.: A come artigiano, C come cittadino, C come conservare, E come errore, S come storie, S come serendipity, O come organizzare) e l’abbiamo condivisa con l’auspicio che sia di aiuto per i futuri cittadini reporter. È un gioco solo in parte nuovo, però è un gioco che può cambiare le regole del gioco in un settore strategico come quello dell’informazione. Cliccate su “mi piace” e giocate anche voi.

Festival dell’economia, da Trento al Rione Sanità

L’edizione 2011 del Festival dell’economia di Trento (http://2011.festivaleconomia.eu) si presenta con due anteprime che dicono un mondo: la prima, il 26 Maggio a Trento, in collaborazione con la Federazione trentina della cooperazione, avrà come protagonista Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, che terrà una lezione sul tema del Festival: “I confini della libertà economica”; la seconda, il 28 maggio a Napoli, in un posto di una bellezza indicibile, incredibile, commovente, Basilica e Catacombe San Gennaro Extra Moenia, al Rione Sanità, ci sarà una giornata ricca ricca di incontri intorno al tema: “Il sommerso e l’economia da svelare” (http://www.ahref.eu/it/events/notizie-dal-sottosuolo), a cura della Fondazione Ahref (http://www.ahref.eu) e in collaborazione con Fondazione per il Sud (http://www.fondazioneperilsud.it).

Se giuro che ho ancora tutte le mani morsicate perché sono stato invitato alla lezione di Sen e non ci posso andare, mi concedete il beneficio dell’obiettività se vi dico che l’evento di Napoli è particolarmente significativo? Lo è, significativo, per la qualità dei temi in discussione e per l’autorevolezza dei partecipanti; e tutti questi link così brutti da vedere nella pagina ve li ho messi apposta, perché ve ne possiate rendere conto senza che io debba propinarvi un elenco interminabile di titoli e di nomi. E naturalmente il valore dell’appuntamento sta anche per il posto che è stato scelto (ma questo ve l’ho già detto). E se ancora non vi basta, aggiungo che è importantissimo che, nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il Festival dell’economia da Trento si estenda fino a Napoli.

Detto tutto questo sottolineo anche che nella scelta del posto ci vedo una questione di significato nel senso letterale del termine. Sì, perché da quelle parti, al Rione Sanità, intorno a padre Antonio Loffredo, che potrete ascoltare la mattina del 28 maggio nel corso dell’incontro coordinato da Luca De Biase, sta crescendo, è cresciuto, un laboratorio di rinascita civile e sociale che ha come parole chiave “giovani e lavoro”. Proprio così: nella pancia di questa Napoli sempre più improbabile e complicata, al Rione Sanità, intorno al lavoro e ai giovani, alla bellezza e alla cultura, alla dignità e al rispetto si sta cercando di azzannare il futuro contando prima di tutto sulle proprie forze. Presto ne leggerete delle belle: ma di questo ne parliamo un’altra volta.

Elogio dell’uomo artigiano

L’importante è capire

New York, 1962. Richard Sennett ricorda il gran freddo, l’incontro con Hanna Arendt, il calore con cui la sua maestra afferma che “le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno”, si accontentano di scoprire “come” farle, rinunciano a chiedersi “perché” (Sennett, 2008). Era accaduto con la bomba atomica, come confermerà Robert Oppenheimer, leader degli scienziati impegnati a Los Alamos; rischiava di accadere ancora, con la crisi dei missili a Cuba e il mondo alle prese con l’incubo di una nuova guerra.

Non ricordo se l’autunno a Napoli fu particolarmente freddo, conservo invece memoria di quello strano miscuglio fatto di incredulità e angoscia che accompagnava le nostre sere. A Secondigliano, a quel tempo, papà, mamma, io e Antonio, mio fratello, vivevamo in una stanza grande con angolo cucina e bagno sulla destra, di fianco al balcone che affacciava sullo stadio e una domenica si e una no si affollava di sedie e di amici, giusto il tempo della partita, campionato Promozione, al posto del biglietto il caffè, lungo, offerto dalla premiata ditta Moretti.

Ricordo che papà aveva comprato da poco il Telefunken, schermo bombato, bianco e nero e la sera l’intero caseggiato si riuniva per ascoltare, sperare, pregare per la pace nel mondo con Papa Giovanni XXIII, anche se noi non è che fossimo proprio credenti, almeno non nel senso impegnativo della parola.

Il lavoro, la missione, la nazione

Tokyo 2007. L’occasione del nuovo viaggio in Giappone mi viene data dall’indagine sull’organizzazione della scienza al Riken, uno dei più importanti istituti di ricerca del mondo. Sarà Angelo Volpi, al tempo responsabile Scienze e Tecnologie dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, a raccontarmi che in Giappone “non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, lavorare con impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande la nazione” (Moretti, 2008). Due domeniche dopo, quando scendo per la passeggiata e trovo nel cortile una trentina di volontari di ogni età pronti a pulire prati e strade del Riken non mi sorprendo, così come non mi ero sorpreso il sabato precedente a Odaiba quando salendo le scale che conducono al palazzo della Fuji Tv ero stato rapito dalla cura con cui l’uomo in divisa lucidava i corrimano. Quando io e mio figlio Luca, assistente, interprete, compagno di viaggio, ritorniamo a casa, ci scopriamo vittime di una sorta di jet lag sociale: Napoli è sempre Napoli, Sorrento, Capri e Posillipo visti da casa continuano a sembrarci incantevoli, eppure abbiamo l’impressione di vivere all’incontrario, ci vorrà un po’ per tornare “normali”.

Bella Napoli, bella Tokyo

Napoli 2011. Come sempre più spesso mi accade l’idea di raccontare la città attraverso le storie di persone diverse per età, lavoro, quartiere e però accomunate dall’amore per il loro lavoro è nata per caso, mi ci sono prima abituato e poi entusiasmato, neanche l’uscita del libro basta a fermarmi, continuo a cercare dignità e passione per il lavoro nelle persone che incontro. Nell’ultimo mese ho intervistato Salvatore, dipendente dell’azienda di trasporto locale; Rosa, estetista che ha trovato la sua strada a San Casciano Terme; Lelio, paroliere, musicista, leader dei JFK e La Sua Bella Bionda che il suo spartito lo ha cercato invece tra Londra, Parigi e Napoli; Renato, maestro di chitarra con tanto di laurea al conservatorio, sommelier, lavoratore in scadenza di contratto al museo di arte moderna, laurea magistrale in lingue a un passo, un napoletano che parla inglese, francese, giapponese e russo.

Salvatore dice che solo chi ha fatto la gavetta può capire veramente quanto sia importante il lavoro e perché bisogna rispettarlo, farlo bene, con responsabilità, senza cercare alibi nelle mille cose che non funzionano come dovrebbero. Io non penso sia così, però quando ho scritto su Facebook che un giorno svelerò la differenza tra quelli che sono cresciuti mangiando la zuppa di latte con il pane e quelli che invece la zuppa la fanno con i biscotti un po’ sono stato contento dello scompiglio che si è creato.

Silvio Piersanti mi riporta a Tokyo, racconta su Repubblica di sua moglie Kyoko e di suo figlio Tomoyuki alle prese con il grande terremoto, racconta di Buon’Italia, il negozio dove Kyoko vende olio e miele e altri prodotti italiani, dello psicotsunami che sta sconvolgendo la sua vita, di Kyoko che gli dice “sono sfinita, ma sento la profonda soddisfazione di aver fatto tutto quello che era necessario per me, per la mia famiglia, per il mio lavoro, per il mio Paese. Se ognuno di noi farà la sua piccola parte, riemergeremo anche questa volta”.

Con la testa e con le mani

New York 1962, Tokyo 2007, Napoli 2011, mezzo secolo, tre metropoli e il valore del lavoro. Il lavoro come dignità, come rispetto, come cultura materiale, come voglia di fare le cose per bene perché è così che si fa, come capacità di tenere assieme, nel processo del fare, testa e mani.

Lavoro “in sé” e lavoro “per sé”

Ma esiste ancora questo lavoro di cui parli tu? Maria, 27 anni due giorni prima del prossimo Natale, la questione la prende come avrebbe fatto mio padre, “di faccia”. Il tuo libro è bello – mi dice –, ma ci sono alcune storie, ad esempio quella di Giovanna, la lavoratrice del call center, che si fa fatica a considerare vere. Guarda che io l’ho fatto per un anno e mezzo quel mestiere lì – aggiunge -, e ti garantisco che è un lavoro assurdo, alienante, spersonalizzante, altro che l’apologia del sorriso telefonico. Avrei potuto rispondere che è tutto vero, che basta ascoltare la registrazione per rendersene conto, che di quella storia lì mi è dispiaciuto di non aver registrato il video, che il fatto è che nascere e crescere a via Chiaja è una cosa, al rione Luzzati è un’altra. Sì, avrei potuto farlo, non l’ho fatto. Le ho detto solo che il lavoro di cui racconto io non è il lavoro “in sé”, che da quel punto di vista come darle torto, è il lavoro “per sé”, che insomma quello che cerco io è l’approccio dell’artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa “a prescindere”, qualunque essa sia, pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. Sì, gli ho detto che sono un uomo in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker.

Si può fare, si fa

Non so se cerco l’impossibile, penso di no, perché altrimenti Kyoko non avrebbe detto “mi rimbocco le maniche e comincio a spingere fuori del negozio la melma [… di vino e miele ...] che copre il pavimento. L’indomani mattina Buon’Italia è aperta”; Sennett non avrebbe scritto che “l’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”; Renato non avrebbe definito il suo lavoro di maestro di chitarra come “l’umiltà con la quale cerchi di trasmettere qualcosa”, come “il calore che riesci a fare quando fai qualcosa”.

Certo che poi ci vuole equilibrio tra contributi, ciò che il lavoratore dà all’organizzazione, e incentivi, ciò che l’organizzazione dà al lavoratore (Barnard, 1970); certo che il dirigismo e la competitività senza qualità indeboliscono la motivazione e rendono tutto più difficile, in fondo militiamo nel sindacato, ci iscriviamo alla Cgil, anche per superare queste difficoltà; certo che aiuterebbe la presenza di uomini come Adriano Olivetti, che pensava che le sue fabbriche, i suoi negozi, le sue macchine da scrivere, dovessero racchiudere tutta la bellezza e la tecnologia possibile, o come Enzo Ferrari, che intorno alle auto da corsa inventò il mito che il mondo ci invidia; certo che la ricerca del meglio si riferisce all’approccio e non ai risultati dato che siamo persone a razionalità limitata (March, 2002). Rimane il dato di fondo, il bisogno di un ribaltamento culturale, l’urgenza di spostare l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore della conoscenza, del sapere, del saper fare.

Fare è pensare

In questi tempi un po’ così si fa fatica a vederlo, ma il lavoro è anche un valore, un bisogno in sé, uno strumento importante per organizzare la propria vita in un sistema di relazioni riconosciute, per soddisfare le proprie aspettative di futuro, per contribuire a creare ricchezza a livello non soltanto economico ma anche sociale. Attraverso il lavoro, il sapere, il saper fare possiamo cercare, in una pluralità di ambiti e di circostanze, di vivere vite più degne di essere vissute. Si, secondo me ha ragione Sennett, fare è pensare. In fondo solo se ci pensi puoi amare veramente ciò che fai.

Spettatori, dunque complici

Vi ricordate Per un pugno di dollari? La parte in cui Joe (Clint Eastwood) dice a Silvanito (Enzo Petito) “I Baxter da una parte, i Rojo dall’altra e io nel mezzo?”. E se provassimo a fare lo stesso gioco?
Da una parte Honoré de Balzàc (La Commedia Umana), l’idea che è la società che fa gli uomini diversi “a seconda dell’ambiente dove si svolge la sua attività”. Dall’altra James Hillman (Il codice dell’anima), l’idea che sia invece il daimon, la ghianda, a determinare sin dalla nascita la nostra essenza, il carattere, a indicarci la strada, a determinare le scelte che facciamo. In mezzo noi, che modestamente suggeriamo che contrapporre daimon e struttura, individuo e società, non è necessariamente una buona idea; che una società meno ingiusta, che favorisce l’abilitazione di diversi prospetti e ideali di vita, che sostiene coloro che si trovano senza averne colpa ad essere svantaggiati, è anche una società meno esposta a fenomeni di anomia, di perdita di identità e di ruolo sia delle persone che delle strutture.

L’idea è insomma che il vero antidoto all’impoverimento democratico sia nell’esercizio consapevole della responsabilità da parte di ciascun cittadino
e che oggi è quanto mai decisiva la voglia e capacità di non rinunciare a esercitarla, questa responsabilità.  Sì, non è obbligatorio rassegnarsi. In democrazia esiste per definizione un’ulteriore possibilità. Ad esempio quella che ci consente di mettere in campo con altri, idee, comportamenti, azioni in grado di cambiare le cose. Quella che ci fa ritenere affascinanti le sfide nelle quali ci scopriamo impegnati e ci fa sentire impellente il bisogno di vincerle. In fondo è così che si conquista la democrazia, la si merita, giorno dopo giorno: partecipando, schierandosi, assumendosi l’onere di rendere esplicito, e dunque criticabile, il proprio punto di vista.

Erich Fromm ha scritto che “il problema non è che la gente si occupa troppo del suo interesse, ma che non si occupa abbastanza dell’interesse del suo vero io; il fatto non è che siamo troppo egoisti, è che non amiamo noi stessi” (Etica e psicanalisi).
È accaduto più volte nel corso della nostra storia, troppo spesso abbiamo tentato di perseguire il nostro interesse senza amare noi stessi e, dunque, senza amare le nostre città e la nostra Nazione. Tra un po’ si vota su e giù per l’Italia, chissà se ci ricorderemo di non fare lo stesso errore. Buona partecipazione.

Benvenuta RisorgItalia. Buon compleanno Italia

Il tema è di quelli a cui tengo di più. Il rapporto tra élites, classi dirigenti e cittadini, le culture, i modi di essere e di fare che fanno grande, o piccola, una comunità, un paese, una nazione.
Ne ho scritto ancora di recente ricordando che Seiji Maehara, 48 anni, Ministro degli Esteri giapponese, si è dimesso per una donazione di 440 euro. Che Karl Theodor zu Guttenberg, Ministro della Difesa tedesco, 39 anni, si è dimesso per aver copiato la tesi di dottorato in giurisprudenza. E che Silvio Berlusconi sembra aver deciso invece di fare del suo destino e di quello dell’Italia una cosa sola. Però poi non ci ho messo il punto, eh no, sarebbe stato troppo comodo. Ho ricordato Edgar H. Schein e la sua idea che per comprendere un’organizzazione bisogna comprendere la sua cultura. Ho aggiunto che una nazione è anche un’organizzazione, ha una sua cultura e classi dirigenti che di fatto, ci piaccia o no, la rappresentano. E che forse bisognerebbe approfittare della importante ricorrenza dei 150 anni del nostro Paese per riflettere più a fondo su cosa non va nella nostra cultura e nelle nostre classi dirigenti. Sul “che fare” per avviare un cambiamento profondo. Nostro. E delle nostre classi dirigenti.
Lo stesso giorno il mio @mico Massimo Melica (amico con la chioccioletta perché ci conosciamo solo nel mondo dei social network) mi scrive per chiedermi se voglio aderire al progetto RisorgItalia (www.risorgitalia.it). Clicco sulla pagina, leggo in alto a sinistra Patrioti Digitali e mi piace un sacco, così come “iniziativa non commerciale”. Non mi piace invece la scritta “iniziativa non politica”, immagino stia per “iniziativa non partitica”, perché se non è politica l’idea che “l’Italia non è solo una Nazione: l’Italia siamo Noi”, un progetto culturale “che si propone come primo obiettivo quello di celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia”, l’impegno a “riportare alla luce ciò che si è perso negli scorsi decenni: l’orgoglio e la gioia di essere italiani”, la voglia di contribuire a “un nuovo Rinascimento di coscienze, cultura ed ideali”, allora cos’è “politica”?
Decido che RisorgItalia mi piace, perché mi piace “un’idea della politica che da Aristotele a Hanna Arendt è un’idea fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, ma a cui occorre dare un senso” (D’Orsi, 1995). Sì, mi piace un sacco l’idea di abituare le persone a rafforzare la democrazia, a migliorare le sue qualità, portando ciascuno il proprio mattone. Benvenuta RisorgItalia. Buon compleanno Italia.

Centimetro dopo centimetro

E certo che ci sono andato, e come potevo non andarci con un titolo così, “Se non ora, quando?”, e in momento così, di quelli che come dice Brecht “discorrere di alberi è un reato?”.
Ho incontrato donne, donne, donne, naturalmente. Tantissime. E assieme a loro non solo quelli della serie “siamo tanti siamo sempre qui”, ma anche quelli che non vedevo da una vita, quelli come Ciro, ex delegato oggi in pensione della ex Società Italiana Ossigeno che il nome nuovo me l’ha detto ma in quella bolgia chi se lo ricorda, o come Armando, che ha diretto con me per un po’ di tempo la categoria dei chimici in Campania e adesso vive ad Avellino, o come Michele, che mi ha raccontato che anche se a 35 anni alla fine si è laureato e anche se si sente un pò in colpa ha deciso di raggiungere il fratello in Inghilterra che qui da noi se anche trovasse da lavorare con la laurea da ingegnere meccanico guadagnerebbe di meno del suo salario da operaio.
Il sole, i sorrisi, i saluti, e a un certo punto “Ogni maledetta domenica”, il film diretto da Oliver Stone che mi si accende nella mente. Eccolo lì, Tony D’Amato (Al Pacino) mentre parla alla sua squadra, lo potrei citare a memoria, lo faccio vedere ogni hanno ai ragazzi che seguono il mio corso sul sensemaking.  Eccolo lì, mentre insiste sulla necessità di lottare centimetro dopo centimetro per conquistare la meta, sull’importanza di essere uniti, di sentersi ed essere una squadra. Una squadra, un Paese, mi sono detto, e sì, qui bisogna stare sul punto, conquistare centimetro dopo centimetro, non ci si può tirare indietro.
Certo che lo so che non sarà facile, che non c’è solo una questione di leadership e di governo, che c’è anche una questione di cultura, di modi di fare, di valori da recuperare, di alibi e giustificazioni da rifiutare, di regole da rispettare a prescindere, tutti, sempre. Ma in fondo tutto questo accade quando un Paese individua una concreta possibilità alternativa di vedere soddisfatta la propria utilitas, come avrebbe detto Spinoza, nell’ambito di un sistema fondato sul rispetto delle leggi e delle regole politiche, economiche, istituzionali e perciò non ne fa più solo una questione di sensibilità, di solidarietà, di civiltà, ma anche, soprattutto, una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse di chi sa che in un mondo tanto interdipendente sarà sempre meno possibile far finta che l’altro non esiste. L’interesse di chi, come l’Ulisse di Shakespeare, sa che “[…] nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri: né può da sé farsene alcuna idea, finché non le veda riflesse nell’applauso che le propaga”. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. L’interesse di sa che la meta si conquista tutti assieme. Centimetro dopo centimetro. Ogni maledetta domenica.

Elogio della cicala

Va bene, facciamo finta che non abbiate mai detto a vostro figlio, o anche solo a un amico più giovane, “non fare come la cicala, sii laborioso e previdente come la formica”. La mia domanda è: ma vi siete mai chiesti che lavoro fa la cicala?. Io no, mi ci ha fatto pensare Gennaro Pasquariello quando mi ha chiamato per parlarmi del festival da lui ideato e giunto quest’anno alla quinta edizione: “L’abbiamo chiamato il Festival della Cicala perché in qualche modo ci siamo voluti ribellare al luogo comune, diventato celebre grazie a Jean de la Fontaine, per il quale chi, come la Cicala, canta o suona, va considerato un perditempo. Ma lo sai Vincenzo quanta fatica c’è nella vita di un musicista?”.
Sì, questo la so. Tanta.

È un attimo, e mi ritorna in mente Il resto è rumore, il bellissimo libro di Alex Ross che racconta il secolo breve attraverso la musica, quando dice di Arnold Schoenberg, dei genitori di condizioni modeste che non potevano permettersi un pianoforte, della sua gavetta come componente di una banda militare che suonava nei caffè di Vienna, dello studio delle forme strumentali attraverso un’enciclopedia, dell’attesa dell’uscita del volume “S” prima di poter comporre una sonata.
E poi, ancora, mi torna in mente il maestro Antonio De Santis; lo incontrai che insegnava teoria e solfeggio al conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli, negli anni 70 aveva fondato con Giuseppe Di Giugno il gruppo di elettroacustica presso il dipartimento di fisica sperimentale dell’Università di Napoli. Era un personaggio incredibile, sembrava uscito da un romanzo di Kerouac, ti stordiva, ti affascinava mentre ti spiegava che “le note sono assi cartesiani”, che “Bach è l’anticipazione del computer”, che “quando avremo un computer con un’interfaccia geniale come il manico di una chitarra o di un violino sarà una rivoluzione”, che “Wagner con il suo teatro totale è l’inventore della multimedialità”, che “come ha scritto Prigogine la musica è l’unico paradigma della scienza moderna”.

È un attimo, e mi accorgo che Pasquariello mi guarda, sembra attenda domande, nel frattempo mi dice che il Festival della Cicala è itinerante, porta la musica, i musicisti e il loro lavoro nelle scuole, che bisogna insistere sulla formazione e sulla professionalità perché l’arte non basta, meno che mai a Napoli, che i ragazzi fanno parte anche delle giurie che valutano i brani presentati al concorso nelle due sezioni, Didattica (brano edito) e Artistica (brano inedito).
Mi chiede se serve altro. Gli rispondo che va bene così. Per questa volta viva la cicala.

Viva l’Italia

Rosa, 25 anni, mi scrive da Milano, anche se nell’era della posta elettronica New York o la stanza a fianco per noi pari sono diventate. Mi dice che alla fine un lavoro l’ha trovato, che esce alle 7.30 di mattino e torna alle 8.00 di sera. Che le danno la bellezza di 300 euro al mese. Di mio aggiungo che Rosa si è laureata con 110 e lode, laurea magistrale, in Scienze della Comunicazione e che può vivere questa “esaltante” esperienza perché si “appoggia” alla sorella che è a Milano.

Mario, 19 anni, lo incontro a Napoli un sabato fa. Funicolare centrale, prima corsa, quella delle 6.30. Io che da tempo ho rinunciato a fare a botte con il sonno sono appena uscito dal bar, lui che si reca come ogni mattina al lavoro. Mario non lo conosco, gli sento dire che la sera precedente a scuola prima si è fatto interrogare poi si è addormentato. Gli chiedo che fa, mi spiega che lavora in un bar del Vomero, ore 7.00 – 17.00, 7 giorni su 7, per 100 euro a settimana. Aggiunge che al padre ha detto che ne guadagna 120 e che già così, al padre, sembrano troppo poche, e che lui nel frattempo dopo 3 anni è tornato a scuola, economia aziendale, si è reso conto che è importante, che deve prendere il diploma.

Antonio, 72 anni,
lo conosco da una vita, e da una vita mi racconta di quando nelle fabbriche i vecchi operai “passavano le consegne” ai giovani che avevano varcato per la prima volta i cancelli, di come attraverso la trasmissione delle esperienze, delle conoscenze formali e informali, si creava un ponte tra passato e futuro, tra il “vecchio” e il “nuovo”, che si basava certo sulla preparazione tecnica e professionale, ma che finiva fatalmente per investire i rapporti umani e sociali tra persone di generazioni diverse. I vecchi lasciavano tracce che aiutavano i più giovani a formarsi ed essere autonomi. Vecchi e giovani davano senso al loro lavoro e ciò incrementava il loro capitale di fiducia, conferiva significato non solo alla loro dimensione lavorativa, ma anche a quella esistenziale, familiare, sociale.

Perché vi racconto tutto questo? Perché penso che Rosa, Mario e Antonio dovrebbero essere trattati da questo paese molto meglio di come vengono trattati. Perché penso che prima lo capiamo e meglio è, non solo per Rosa, Mario e Antonio ma anche, soprattutto, per l’Italia. Perché penso che dare valore al lavoro, al rispetto, al futuro sia un buon modo per pensare ai nostri prossimi 150 anni. Lo so che tra un po’ viene Natale, ma purtroppo con queste cose qua Babbo Natale non c’entra. Ci vuole una nuova classe dirigente. Paese avvisato mezzo salvato.

Fare è pensare

Antonio Pezzullo, 24 anni, maestro di chitarra, da Frattamaggiore, provincia di Napoli, la passione per la chitarra scopre di averla a 11 anni, quando il suo insegnante di educazione musicale chiede a lui e ai suoi compagni di scegliere uno strumento tra chitarra, flauto e pianola e di portarlo in classe.
Dalla scoperta alla laurea, al conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, dai primi concerti alle prime recensioni, la strada è stata naturalmente lunga e impegnativa, e ancor di più lo sarà quella che gli resta da fare, eppure non è di questo che intendiamo raccontarvi.

Ebbene sì. Perchè Antonio Pezzullo come musicista pare abbia un gran talento, e sia chiaro che il pare non mette in dubbio il talento ma sottolinea che chi scrive non ha competenze in campo musicale, ma l’opera che lo rende veramente unico è la sua chitarra, ad essere precisi una delle sue chitarre. Volete sapere perché? Perché se l’è costruita da solo, con la sua testa e le sue mani, ottenendo un risultato eccellente.

Antonio ha impiegato 5 mesi per costruire la sua chitarra, lavorandoci almeno un paio di ore al giorno quasi tutti i giorni della settimana e se gli chiedi perché l’ha fatto ti risponde “perchè amo troppo quello che faccio”, “perché volevo vedere se riuscivo a costruire una chitarra che suonava”, e naturalmente quando dice “suonare” intende dire suonare, una chiatarra da utilizzare anche nei suoi concerti, cosa che poi ha fatto.

Adesso qui lo spazio è tiranno e io non posso raccontarvi fase per fase come ha fatto Antonio a costruire la sua chitarra, ma il suo racconto l’ho registrato, e ho anche le foto che documentano ogni singolo passaggio, il progetto dal quale è partito, gli utensili che ha usato, magarì chiederò al direttore di darmi lo spazio per raccontarvi tutto questo in uno dei prossimi numeri, vi assicuro ne varrebbe la pena.

Quello che invece non voglio fare a meno di fare adesso è collegare tutto questo con “L’uomo artigiano” di Sennett (Feltrinelli, 2008), con le sue riflessioni sul rapporto tra l’uomo e gli utensili, sulle connessioni tra la testa e le mani. Ad un certo punto del suo libro Sennett, scrivendo degli utensili specchio, dice che possono essere di due tipi: replicante e robot, i primi imitano le nostre possibilità-capacità, i secondi le potenziano fino a farle arrivare a livelli per noi umani impossibili. Detto che sarebbe un reato raccontarvi come finisce e togliervi il gusto di leggere il libro, si può aggiungere che le persone come Antonio confermano che sono la creatività, il sapere e il saper fare che permettono a ciascuno di noi di vivire vite più degne di essere vissute. Sì, perché fare è pensare. E se non pensiamo che facciamo a fare?

Una moneta per Turing

Alan Turing, fondatore della computer scienza, matematico, filosofo, crittanalista (la crittanalisi è lo studio dei metodi per scoprire il significato di informazioni cifrate), suicida a 42 anni perché distrutto dalla persecuzione omofobica condotta nei suoi confronti. Seppure molto tardivamente, nel 2009 sarà Gordon Brown, a nome del governo britannico, a scusarsi ufficialmente così: «Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945 [...] è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. [...] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio».

Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché nel 2012, ricorre il centenario della nascita di Turing. E perché è stata promossa una petizione popolare per chiedere ai paesi europei di coniare per l’occasione una moneta commemorativa.

Promotore della petizione è Adriano Parracciani (www.adrianoparracciani.it), creativo, fisico mancato, ingegnere delle reti informatiche, che spiega così l’iniziativa:

Le monete hanno ospitato e ospitano i volti di migliaia di personaggi, rendendo omaggio al loro genio o alle loro gesta. Perchè dunque non coniare una moneta commemorativa per Alan Turing che ci ha dato così tanto, contribuendo a liberarci dal nazismo, progettando i primi calcolatori della storia, ponendo le basi dell’intelligenza artificiale? Perché i paesi europei non dovrebbero concedergli questo onore di dedicargli una moneta, una memoria metallica circolante di mano in mano, un riconoscimento per un genio che dopo aver dato così tanto all’umanità è stato costretto alla castrazione chimica perchè omosessuale e portato al suicidio? Mi sono detto che valeva la pena di tentare quello che a prima vista potrebbe sembrare impossile: la strada della petizione internazionale. Ed eccomi qui.

Cosa aggiungere ancora?
Che la petizione si può sottoscrivere qui:
www.ipetitions.com/petition/coin4alanturing/. Che sul blog Grammi di Storia (http://grammidistoria.wordpress.com) potete saperne di più. E che tra gli altri ha aderito S. Barry Cooper, Dipartimento di Matematica Pura dell’Università di Leeds, che presiede il Turing Centenary Advisory Committee, il comitato che cura la gestione degli eventi per il centenario di Alan Turing (www.turingcentenary.eu/).

Buona partecipazione.

La fabbrica sostenibile

Ogni fabbricato dovrà produrre almeno una parte dell’energia che consuma, mentre i nuovi immobili dovranno essere a bilancio energetico positivo. Questo permetterà di creare milioni di posti di lavoro. “Dobbiamo ingegnarci: il Rinascimento nacque così”

Lo vogliamo dire? Nell’era di internet, della società della conoscenza, del capitale immateriale, fa un certo effetto constatare che al centro della civiltà dell’empatia Rifkiniana ci siano l’industria, la fabbrica, il cantiere. E fa ancora più effetto sentire perché sarebbe “facile”, anche per il nostro Paese, avviare un processo di crescita sostenibile destinato a creare diverse centinaia di migliaia di nuovi e qualificati posti di lavoro in pochi anni. Questioni di scelte. Di visione nazionale. Di politica industriale. Esattamente quello che è mancato in questa fase nel Belpaese. Ma è meglio non anticipare troppo e cominciare dal principio, da quello che Jeremy Rifkin – presidente di Foundation on Economic Trends (www.foet.org) e autore di numerosi bestseller sull’impatto del cambiamento scientifico e tecnologico sull’economia, il lavoro, la società –, ci ha detto a proposito del disastro causato dalla British Petroleum.

“La catastrofe del Golfo del Messico – spiega – ha ormai raggiunto una proporzione pari a sette o otto volte il disastro provocato dalla Exxon Valdez. Ciò dimostra quanto disperati e dipendenti siamo diventati, al termine dell’era dei carburanti fossili: pur essendo consapevoli dei danni che possono provocare sul lungo termine agli ecosistemi, siamo disposti a lanciarci in rischiosissime imprese di trivellazione off-shore perché dipendiamo da quelle risorse, tant’è che nel luglio 2008 l’intero motore economico della seconda rivoluzione industriale si è fermato. Come ho ripetuto più volte a governi e imprenditori, il vero terremoto è stato quello. Il collasso del mercato finanziario, sessanta giorni dopo, era una scossa di assestamento. E anche se al momento l’economia sta tentando di riprendersi, in misura estremamente contenuta ma pur sempre su scala mondiale, siamo ancora alle prese con le scosse di assestamento, non ne siamo ancora venuti fuori.

Immaginiamo che a suo avviso per venirne fuori davvero ci sia bisogno della terza rivoluzione industriale. Ma al di là dell’indubbio fascino evocativo, a che punto siamo concretamente?

Il concetto di terza rivoluzione industriale è stato assunto dal Parlamento Europeo nel 2007, quando l’allora presidente Pöttering l’ha definita una strategia di lungo termine per l’Unione Europea. Il lavoro fatto finora è proceduto a diverse velocità, tanto all’interno della Commissione quanto nell’ambito dei singoli Stati membri. Nel frattempo, circa un anno e mezzo fa, abbiamo fondato la Third Industrial Revolution Global CEO Business Roundtable, una coalizione globale composta da aziende che operano nel settore delle energie rinnovabili, nel settore edilizio, in quello immobiliare, delle tecnologie delle comunicazioni, dei servizi logistici, dei trasporti, delle forniture energetiche. Obiettivo della coalizione è elaborare una serie di master plan per le varie città e regioni, affinché queste possano iniziare a dotarsi dell’infrastruttura di cui la terza rivoluzione industriale necessita.

Un aspetto importante del nostro lavoro, che credo sia interessante per la vostra fondazione e per il movimento sindacale in generale, è che noi proponiamo un vero e proprio piano di sviluppo economico, non un piano sul clima o sull’energia.

Il nesso tra sviluppo ecosostenibile, crescita economica e occupazione delinea sicuramente, per il movimento sindacale, uno scenario di grande interesse.

Certo. Noi poniamo l’accento sugli investimenti, non sulla spesa pubblica. Ogni regione, ogni città, genera il proprio prodotto interno lordo e ogni anno una determinata percentuale di questo Pil generato localmente viene reinvestita. Strade, ponti, case, reti di distribuzione energetica, infrastrutture logistiche: non importa se le cose vanno bene o vanno male, una parte del Pil viene comunque ridestinata alle opere di miglioria. Prendiamo il caso di Roma, che attualmente reinveste circa 25 miliardi di euro all’anno, sarebbe a dire un quinto del suo Pil. La media di investimenti necessari da noi prevista per i prossimi vent’anni è di circa 500 milioni di euro annui, 10 miliardi in 20 anni. Stando ai nostri calcoli, se Roma si limitasse a dedicare agli interventi da noi previsti l’1,5 per cento degli investimenti infrastrutturali che effettuerebbe in ogni caso, riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi prefissati. Quindi complessivamente a Roma, per farcela, basterebbe spendere circa lo 0,3 per cento del proprio Pil. Questo discorso vale naturalmente per tutte le città e le regioni finora prese in esame: basterebbe dedicare al massimo il 3 per cento degli investimenti ai nuovi interventi, continuando a spendere il rimanente 97 per cento per il mantenimento delle vecchie infrastrutture ormai in malora, e ce la potremmo ancora fare. Ribadisco che si tratta di soldi che le amministrazioni dovrebbero comunque spendere dato che è tutto vecchio: fonti energetiche, infrastrutture, edifici, sistemi di stoccaggio, e non possiamo lasciare che cada tutto a pezzi.

Sembra facile. In realtà occorre un cambiamento di cultura e di approccio da parte dei diversi soggetti coinvolti, politica e istituzioni, imprese, sindacati, cooperative e terzo settore, ecc..

Esatto. I soggetti e le aziende presenti sul territorio devono capire che si tratta di un’enorme opportunità, che si tratta di reinventare l’economia esattamente come avvenne durante la prima rivoluzione industriale, quando fu realizzata la rete ferroviaria e di trasporto e si costruirono i grandi centri urbani. Oggi, con la terza rivoluzione industriale, ogni singolo fabbricato, dagli uffici agli impianti industriali alle case, dovrà produrre almeno parte dell’energia che consuma. Mentre gli immobili di nuova costruzione dovranno essere a bilancio energetico positivo. Significa creare milioni di posti di lavoro.

Uno scenario che a sentire lei sembra a portata di mano.

Certamente. In Germania ad esempio, dove ho fornito consulenza al cancelliere Merkel, sono stati già avviati gli interventi per la realizzazione dei quattro pilastri fondamentali. Stanno, infatti: installando impianti per le rinnovabili in tutto il paese, scelta che ha permesso di creare 220.000 posti di lavoro in pochi anni; trasformando il proprio intero patrimonio edilizio in centrali energetiche, affinché ogni stabile possa catturare la propria energia direttamente in loco; realizzando depositi di idrogeno in tutta la Germania; predisponendo una rete di distribuzione intelligente. Potrei citare anche la Spagna, che è il numero due sul fronte delle rinnovabili e sta anch’essa avviando la terza rivoluzione industriale. Perché non l’Italia?

Verrebbe da dire perché l’attuale governo ha scelto ancora una volta la via del nucleare e della centralizzazione, piuttosto che la via dell’ecosostenibile, delle rinnovabili, del decentramento.

A mio avviso il terreno dello scontro rimane politico, ma presenta caratteristiche diverse dalla fase in cui viveva sulla distinzione tra conservatori e riformisti. Io sono convinto che il nuovo terreno di scontro sia di natura generazionale. I giovani non pensano in termini di destra e sinistra, ritengono che lo scontro sia tra il modello patriarcale, centralizzato e piramidale da una parte, e il modello distribuito, dell’open source e delle creative commons dall’altra. È una generazione cresciuta su internet, abituata a Wikipedia, a condividere codici sorgente, codici computazionali e software, a usare Youtube e Facebook, tutti spazi collaborativi dove condividono le informazioni in maniera distribuita.

Su questa storia del superamento delle categorie di “destra” e “sinistra” ci sarebbe molto da discutere, a partire dal modello sociale, dal controllo dei mezzi di produzione e di distribuzione e dal fine ultimo dell’impres: il mero profitto o la crescita distribuita. Difficile invece non convenire sul fatto che si sta diffondendo una sensibilità trasversale intorno a questi temi.

Proprio così. La posta in gioco è la democratizzazione dell’energia, nel senso di power to the people. Si tratta da una parte di un modello di mercato dove ciascuno produce la propria energia, dall’altra di un modello collaborativo basato sulla condivisione tra pari dell’energia prodotta da ciascuna città, paese, continente. Per Roma proponiamo tra l’altro la costituzione di cooperative energetiche sull’intero territorio cittadino. L’idea è quella di lavorare con le imprese locali e nazionali e creare un sistema ibrido che offra a tutti gli attori territoriali la possibilità di fondare cooperative che riducano i margini di rischio per poi stringere accordi collaborativi che prevedano la condivisione dell’energia prodotta, attraverso reti distribuite connesse con il resto d’Europa e con il Mediterraneo. È il modello sociale e di mercato del ventunesimo secolo. Non è un caso che la Lega Coop sia tra i soggetti con un ruolo da protagonista in questo processo.

Torniamo alla questione lavoro, che in Italia presenta sempre più i caratteri dell’emergenza nazionale. Lei prima ha parlato della possibilità, con la terza rivoluzione industriale, di creare milioni di posti di lavoro. Possiamo provare a dare maggiore consistenza alla sua affermazione?

Se provo a pormi dal punto di vista del movimento sindacale le mie domande sono queste: una centrale a carbone, quanti posti di lavoro può creare? E una centrale nucleare? La Germania, che rimane un paese con un’economia trainante, ha dimostrato che le energie rinnovabili possono creare moltissima occupazione. Duecentoventimila posti di lavoro nel giro di pochi anni a fronte di un pugno di posti di lavoro in tutti gli altri settori. Il movimento sindacale dovrebbe anche rendersi conto che la chiave di tutto è l’edilizia: è quello l’elefante nella stanza, l’evidenza che nessuno vuole vedere. Abbiamo l’opportunità di riprogettare ogni singolo fabbricato italiano per trasformarlo in una centrale energetica: dal punto di vista del lavoro, il ritorno sull’investimento è immenso.

E poi c’è il fatto che la creatività che esprimete in Italia non ha pari. E avete anche una validissima comunità di piccole e medie imprese. Ora, da Roma in su l’Italia è una grande centrale, mentre da Roma in giù avete un’enorme quantità di energie rinnovabili. Pensate alle opportunità economiche che si verrebbero a creare stabilendo una forte alleanza tra chi produce le energie della terza rivoluzione industriale e chi produce il manifatturiero. Potreste costruire un’Italia omogenea e superare lo squilibrio tra meridione e settentrione.

Questo del superamento degli squilibri tra Nord e Sud, della definizione di nuovi e più avanzati equilibri è certamente un altro snodo decisivo.

Dal punto di vista dell’energia, da Bari alla Sicilia avete un’Arabia Saudita. C’è tutto: solare, eolico, marino. La sfida è riuscire a incanalare tutta questa energia con tecnologie al passo con la terza rivoluzione industriale, quindi fonti rinnovabili, riconfigurazione degli edifici, predisposizione di reti di distribuzione intelligenti e le altre cose che abbiamo detto, per poi stabilire una nuova relazione economica con l’Italia settentrionale. Posso dire che bisognerebbe guardare di più alle opportunità che tutto questo offre? Che vedo il futuro del movimento sindacale in buona parte qui?

Opportunità, come quelle che servono per lasciarci alle spalle la questione meridionale e ragionare in termini di risposta meridionale. Una risposta fondata sull’industria e sul lavoro ecosostenibile, sulle opportunità di crescita e di futuro.

Sì, opportunità di crescita sostenibile. Lo scontro non può continuare ad avvenire soltanto su quanto ancora toglieranno ai lavoratori e alle lavoratrici, occorre reinvestire nel nome di una giovane generazione di lavoratori. Dobbiamo saperci ingegnare. Il Rinascimento nacque da questo, ed è così che daremo corso al Rinascimento del ventunesimo secolo: sarebbe a dire un rinascimento energetico.

Tecnologie dit un monde

Metti una sera a luglio. Una di quelle che per tutta il giorno hai lavorato con l’umidità al posto della pelle ma sei contento perché il treno ad alta velocità è stato degno del suo nome, del costo del biglietto o dell’abbonamento no, perché per quello ci vorrebbero carrozze e bagni puliti, aria condizionata sempre funzionante e tante altre cose ancora.

Arrivi a casa, spalanchi le finestre che se avessi le forze e un piccone butteresti giù anche le pareti, sul terrazzo di fianco la bellissima Irene – calmi calmi belli, è mia nipote -, e un pò di suoi amici suonano, chiacchierano e cantano, tu fai le cose che devi fare, poi decidi che non ti basta ancora e riavii il Mac della serie “fammi vedere su Facebook che si dice”. Detto che se l’ultima volta che ci sei passato non ti sei ricordato di “nasconderti” non fai neanche in tempo a dire A che c’è qualcuno che ti acchiappa, aggiungo che nell’occasione a vincere il premio è il mio amico Francesco Caruso. Educato e gentile, mi chiede tre volte se può disturbarmi. Certo – gli scrivo -, e lui va. Appena lui arriva alla parola università io gli propongo di spostarci su Skype. Sarà l’età, ma non ce la faccio a discutere di cose serie in chat, tic-tac-tic, tac tic tac. Parlarsi su Skype è un’altra cosa, meglio del telefono, non costa e lo vedo anche sul grande schermo del Mac.

Mentre parliamo, con la coda dell’occhio – a Napoli è obbligatorio imparare a “friggere il pesce tenendo d’occhio la gatta” -, vedo una gentile manina che dal terrazzo si agita in segno di saluto. Non vedo chi è, loro sono in penombra io ho la luce accesa, ma avverto il pericolo. Dico a Francesco di attendere, mi alzo, mi affaccio alla finestra, riconosco Carla Rovai, ricambio il saluto, spiego che il mio livello di impazzimento non è ancora giunto al punto da farmi parlare con il Mac, che dall’altra parte c’è Francesco, che sono ancora una persona normale. Carla, Irene e i loro due amici scoppiano a ridere, mi rassicurano, ritorno a parlare con Francesco che ha sentito tutto e se la sta ridendo con la moglie Viviana.

Finito di ridere direi due cose: 1. le tecnologie riarredono il mondo nel quale viviamo, cambiano le nostre abitudini, ci costringono a dare nuovi nomi alle cose, a ridefinire ciò che per noi vale e ciò che invece no; 2. va bene non farsi prendere dalla sindrome di Proust, crisi di ansia e attacchi di panico ad ogni cambiamento, ma forse qualche riflessione in più anche tra noi comuni mortali su come stanno cambiando le nostre vite, su cosa stiamo perdendo e cosa stiamo conquistando al tempo di internet non farebbe male. O no? Buone vacanze.

Tra lavoro e ricchezza non c’è proporzione

Va bene, lo ammetto, la questione è grande e vecchia quanto il mondo, come testimonia questo passo tratto dal Tao Te Ching, l’antico testo di saggezza cinese: “A corte ci sono troppe sale e scalinate, ma nei campi ci sono troppe erbacce, i granai sono troppo vuoti, ma i nobili indossano abiti eleganti e sete multicolori, portano alla cintura spade affilate, sono sazi di bevande e di cibi e possiedono ricchezza e denaro in misura traboccante. Questa è arroganza di ladri: non è il Dao davvero”. E per evitare che qualcuno pensi che si tratta di un colpo di fortuna, della classica noce che da sola nel sacco non fa rumore, aggiungo che secondo un sondaggio realizzato dalla BBC in occasione delle elezioni del maggio 2005 in Gran Bretagna, il 60 per cento degli elettori considerava il look il requisito principale dei candidati. E che tutto questo, inteso come modello sociale che considera la ricchezza come il fondamentale se non unico simbolo di riuscita sta raggiungendo nel nostro Paese livelli particolarmente insopportabili.

In un Paese in cui chi indovina il numero di fagioli o di lenticchie contenuti in un vasetto, sceglie il pacco giusto e riuscire a difenderlo fino alla fine, chi è ricco, in forma, senza una ruga, è considerato “per questo” una persona di successo più di chi di studia o lavora, come direbbe Eduardo, non c’è proporzione.

Sì, in Italia tra lavoro e ricchezza non c’è proporzione. Basta leggere i principali settimanali e tabloid, guardare alcuni dei format televisivi di maggiore ascolto, ricordare che uno scienzato come Renato Dulbecco è noto più perché ha presentato Sanremo con Fabio Fazio che perché ha vinto il premio Nobel ed ha “allevato” nei suoi laboratori altri 4 premi Nobel.

Dite che è il prezzo inevitabile da pagare alla società dello spettacolo? Rispondo niente affatto. E aggiungo che una società meno ingiusta e più inclusiva non può fare a meno di assegnare al lavoro un punteggio elevato non solo dal versante del salario, della professionalità, dell’orario, ma anche da quello della dignità, del prestigio, della considerazione sociale di cui gode chi lavora, indipendentemente dalle mansioni che svolge e dal modello di automobile che può permettersi. Perché il lavoro non è una sorta di condanna senza valore, della quale, se solo si potesse, si farebbe volentieri a meno. Strano ma vero: il lavoro vale in quanto tale, in quanto tale permette di avere consapevolezza di sé e senso di autorealizzazione, è la vera ricchezza di una nazione. Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Germania, con le loro mille contraddizioni, lo hanno o lo stanno imparando. E noi?

Rigore è quando arbitro fischia

Si lo so che discutere con le giovani generazioni è sempre una bella esperienza, ma vi assicuro che le iniziative di inizio mese tra Messina e Gioiosa Marea con Guglielmo Sidoti (Consulta Provinciale degli Studenti di Messina) e Teodoro Lamonica (Associazione Un’Altra Storia) sono state particolarmente belle. Vi state chiedendo perché? Presto detto. Per il tema, la legalità come bene pubblico, come rispetto delle regole. Per la partecipazione, numerosa, consapevole, attiva. Per i “pubblici” differenti, ragazze e ragazzi di 15-18 anni a Messina e di 11-13 anni a Gioiosa Marea. Per l’impegno a trovare e usare le parole giuste, quelle che meglio potessero parlare alle loro teste e ai loro cuori.

Io è da un pò di anni che ho imparato che se vuoi parlare veramente con i ragazzi devi partire da loro, da ciò che per loro è importante, da ciò che per loro vale. Per la verità non vale solo con i ragazzi, diciamo che con loro vale di più.  Fatto il primo passo, poi il secondo, quello che porta loro a provare interesse per quello che dici tu, viene molto più facile.

Dite che non si capisce? Allora vi faccio un esempio. In questo periodo all’Università siamo alla prese con Weick e il suo magnifico volume, Senso e significato nell’organizzazione. Ad un certo punto l’Autore fa dire ad uno dei suoi personaggi, l’arbitro, che le regole del gioco “non sono nulla sino a che io non le chiamo”. Mi è venuto in mente Boskov, l’allenatore della Sampdoria di Mancini e Vialli, quella della scudetto, e il suo: “Rigore è quando arbitro fischia”.

Non ci crederete, ma l’idea che le regole esistono solo se qualcuno le chiama ha funzionato alla grande; anche le ragazze e i ragazzi più piccoli hanno capito benissimo che quello che nella partita di calcio fa l’arbitro nella vita di tutti i giorni lo dobbiamo fare noi cittadini.

Proprio così, non basta che a chiamare le regole siano le istituzioni, i magistrati, i poliziotti. Occorre che tutti noi, ogni volta che vediamo una regola infranta, un diritto calpestato, reclamiamo il suo rispetto, insomma la chiamiamo.

Sì, perché come sottolinea Varchetta nella prefazione a Weick, il punto non è la posizione di “potere” dell’arbitro, ma quella di “responsabilità nei confronti di una realtà che ha contribuito a creare e di cui può e deve rispondere. Sono infatti le nostre azioni che fanno la differenza”.

Altro che arbitro.  Funziona ancora meglio nel caso dei cittadini.

Mi chiamo Pisciotta. Giuseppe Pisciotta

Giuseppe Pisciotta l’ho conosciuto un anno e mezzo fa, anche due.
Arriva un mercoledì e mi chiede del programma di sociologia dell’organizzazione. Non faccio in tempo a dirgli autori e titoli dei libri che li dice lui a me. Scusa – gli faccio -, ma se li sai già che me li chiedi a fare? Mi scusi – mi risponde -, in realtà volevo la conferma che non erano cambiati, perché questi ce li ho già, nel senso che ce li ha già mia figlia, che studia sociologia, e che l’esame con lei l’ha fatto già. Ok, allora siamo a posto – dico io-. Per la verità non ancora – mi fa lui-. In che senso, scusa? Nel senso che volevo chiederle se mi poteva dare qualche indicazione su come studiare.
Voi a un tipo così cosa avreste detto? Io gli ho detto di ripassare il mercoledì successivo intorno alle 8.30.
Il mercoledì dopo arriva in fretta, la prima ora se ne va per le indicazioni che mi aveva chiesto, dopo di che mi dice che è dell’ottobre 1954, che è studente di Scienze del Governo e dell’Amministrazione,  che ha lavorato alla Conceria IMPEL di Solofra (AV) come ragioniere responsabile di acquisti, vendite e contabilità per circa 28 anni senza fare mai un giorno di assenza. Prende fiato, poi mi racconta del cuore che non ha retto, del lento recupero, della dieta alimentare, del passaggio da 60 a 0  sigarette al giorno, dell’attività sportiva leggera ma continua. Dal 2004 sono in pensione – conclude-,  nel 2007 mi sono iscritto all’università.
Giuseppe ha fatto il suo esame, ogni tanto un incontro nei corridoi di  Fisciano, fino all’annuncio della prossima laurea triennale con una tesi su Luigi Einaudi e il federalismo in Storia delle dottrine politiche. Il 22 febbraio 2010 la seduta di laurea, con l’emozione che lo avvolge fino a paralizzarlo quando pensa ai genitori che non possono vivere questo momento assieme a lui.
Adesso Giuseppe si è iscritto alla Magistrale, a Scienze politiche, indirizzo storico, ha già fatto due esami. Professò – mi ha detto l’ultima volta che l’ho visto  -, prima correvo, avevo come l’ansia di laurearmi. Adesso invece no, adesso se non mi danno almeno 27 l’esame non me lo prendo. Non devo dimostrare niente, ma studio con piacere, e penso che anche alla nostra età –  se mi posso permettere -, possiamo reggere il confronto con i più giovani.
Posso dire che mi fa piacere pensare che anche in un paese in questo momento così “sgarrubato” come l’Italia ci sono tante persone come Giuseppe Pisciotta che non rinunciano a migliorarsi, a  imparare, a crescere? Io intanto l’ho detto. Spero faccia piacere anche a voi.

Regole, regole, regole

A La legalità come bene pubblico Il Mese ha dedicato la cover story di novembre 2009, in parte anticipando un lavoro più ampio della Fondazione Giuseppe Di Vittorio pubblicato sull’ultimo numero dello stesso anno di Quaderni di Rassegna Sindacale. La forza e la speranza delle donne contro l’illegalità è stato il messaggio con il quale l’Inca Cgil ha voluto caratterizzare l’8 marzo di quest’anno. Iniziative sulla legalità sono state promosse negli ultimi mesi dalla Cgil a Reggio Calabria, a Messina, a Reggio Emilia, solo per fare qualche esempio. Il punto non è che abbiamo visto giusto. Troppo facile. Il punto è che l’emanazione del decreto legge che ha riaperto i termini della presentazione delle liste per le elezioni regionali è un ulteriore tassello di una storia che, tra legittimo impedimento e leggi ad personam, ha come protagonista un ceto dirigente che sta facendo male all’Italia per molte ragioni, in particolare perché, come ha ricordato Marcelle Padovani, sembra ritenere che il potere e la ricchezza assicurino l’impunità.

Regole, regole, regole. Potrebbe essere la versione 2010 del “Resistere, resistere, resistere” di Francesco Saverio Borrelli. Regole per salvare l’Italia. Regole per cambiare i suoi modi di pensare, di essere, di fare.
Di fronte a fatti di questo tipo, l’azione di contrasto non può che essere forte, convinta, duratura, nel Parlamento e nel Paese. Ma siamo sicuri che basti?

È Francois Jullien (Le trasformazioni silenziose) a ricordare che l’azione, anche quando dura, è pur sempre “locale” e che è venuto il tempo di mettere in campo un processo di trasformazione globale, progressivo, in grado di compiersi nella durata.

Tornando al punto, l’idea è che, in particolare quando si parla di regole, il cambamento dura soltanto se si modificano culture, modelli di comportamento e prassi consolidate non solo tra i ceti dirigenti ma anche tra i cittadini. Fa male dirlo, ma nell’Italia di oggi l’intreccio perverso di piccole e grandi illegalità, nei e tra i ceti dirigenti e il popolo, incide in maniera significativa sulla definizione sia di chi è legittimato (il leader eletto dal popolo perciò al di sopra di tutto), sia di cosa è legittimo (le regole come impedimento). Non è solo l’esito di un processo di leaderismo esasperato sempre più difficile da contenere. È anche questione di esercizio della responsabilità a ogni livello che, per affermarsi, ha bisogno di “uomini di ferro”, di tempi lunghi e di trasformazioni profonde.

L’amicizia al tempo dei Social Network

Napoli, domenica 27 maggio 2007
Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn.

Il messaggio è quello di prammatica, l’invito viene da Piero Carninci, mio amico scienziato allora di stanza a Tokyo, oggi a Yokohama, sempre per conto del Riken. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita.
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando a un certo punto. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono passati quasi 2 anni da quando con Cinzia Massa l’ho contattato per l’intervista su Technology Review e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade. Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende.

Tokyo, lunedì 3 marzo 2008
Sono quasi le 9.00 p.m. quando incontro per la prima volta live Piero, dopo due anni e mezzo di mail e chiacchiere via Skype. È  affettuoso, gentile, premuroso. Come incontrare un amico di vecchia data. Mio figlio Luca racconterà che dopo una giornata così un italiano che ci dà il benvenuto è quanto di meglio possa capitare. Poi aggiunge: “Domani Piero parte per l’Olanda, ci ritroveremo tra una settimana. Posiamo i bagagli in camera e riscendiamo per andare a mangiare qualcosa insieme. Entriamo in un bar, piccolo ma accogliente, naturalmente prendo un tè, il primo in terra giapponese. Carninci ci dà alcune indicazioni per raggiungere il Riken e i numeri di telefono di Uruma san, la sua segretaria, che ha l’incarico di far sistemare papà alla postazione che gli è stata preparata e di metterlo in contatto con Franco Nori e Iwano san”.

Roma, domenica 27 dicembre 2009
Pubblico un post su Della Leggerezza. Un altro su Enakapata. Racconto che su Facebook ho quasi 1000 amici. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò solo grazie a Facebook. Con un numero signficativo di loro scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto mi accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Mi domando se Ludwig Wittgeinstein oggi scriverebbe ancora che “ogni parola ha un significato, questo significato è associato alla parola, è l’oggetto per il quale la parola sta?”. Ma che significato ha la parola “amico” su Facebook? O anche, meglio: che cos’è l’amicizia al tempo dei social network?
Daniele Riva
, autore di un bellissimo blog letterario, Il canto delle Sirene (http://cantosirene.blogspot.com/) e mio amico su Facebook, risponde così: “Bella domanda. È un’amicizia mentale, una comunione di idee e pensieri, un confronto. Certo, con molti ci si trova come con i passeggeri di un treno, ci si scambiano convenevoli e quattro chiacchiere, con altri la cosiddetta “amicizia” si approfondisce, si addentra nel vero e proprio legame sociale – rimanendo sempre fisicamente lontani. Una relazione sociale, dunque, quella di Facebook. Ma “relati” è un brutto termine, continuiamo pure a chiamarci “amici”.
La risposta di Daniele mi suggerisce una possibilità, quella di distinguere tra @mici e amici. Lo scrivo. Ancora Daniele posta un affettuoso: “ottimo, una definizione azzeccatissima, @mici è la soluzione ideale”. Seguono Deborah Capasso de Angelis con “@mici: mi piace moltissimo” e Giorgio Fontana con “Ciao Vincenzo, da @mico ti rubo il post su Nòva e lo condivido. Tra i tanti possibili atti di @micizia credo sia quello più @micale”.

Enakapata, 27 dicembre 2009 – 2 gennaio 2010
Adriano Parracciani
scrive: “Dunque, amici del poker, amici di scuola, amici di lavoro, vecchi amici, amici del bar, ex amici, amici perduti, amici così tanto per dire, amici del cuore, amici del militare, amici di lettera, amici di letture, amici del club, amici del partito, amici dei giochi on-line, amici manco per niente, amici di bevute, amici della palestra, amici degli amici, e-amici, @mici ed poi i famici, i facebook-amici, un sottoinsieme degli @mici. Tra i miei “amici” pochi sono tanti tipi di amici, altri meno tipi, molti sono @mici e moltissimi famici. È  la rete che la rete sconvolge, modifica, apre, gira, capovolge, sbaraglia, sposta, macina, allunga, deforma, ri-forma, insomma, innova, nel senso che porta il nuovo dentro, il non conosciuto, l’inedito; come gli @mici”. A seguire gli interventi di Adele Dedé Gagliardi: “tu sei amico di Adriano se Adriano è amico tuo, lo stesso collegamento logico vale per Concetta, cioè siete legati solo se la tabella di verità dello “and” è vera” e di Emilia Peatini: “Interessante questo contributo! Qui mi ritrovo, non nell’articolo “Amicizia svuotata” della Rodotà sul Corriere”. Ancora Adriano: “Potrei scrivere un articolo esattamente di tenore opposto a quello di MLR sul Corriere, di amicizie recuperate, di legami rinforzati, di persone conosciute e frequentate poi anche fisicamente e magari amate, di relazioni impensabili ed impossili altrimenti, di persone che hanno trovato l’unico modo di relazionarsi, della volontà a partecipare che non ci sarebbe mai stata; e potrei continuare molto ma molto a lungo”. Ad interagire questa volta sono Angela Graziano: “Sono perfettamente d’accordo con queste ultime affermazioni. A volte è impossibile mantenere rapporti continui ed intensi con amici che abitano lontano e spesso manca anche la volontà di farlo con i mezzi tradizionali. Facebook ci tiene in contatto ed offre spunti interessanti di discussione e confronto continui. È  difficile che si prenda il telefono per commentare con l’amico che sta a mille chilometri le affermazioni della Rodotà, ma su Facebook si, lo facciamo”; Concetta Tigano: “questa domanda mi ha messo un tarlo nella mente; l’amicizia, anche quella su Fb, secondo me non si può “definire”, cioè chiuderla dentro una frase, perchè ci coinvolge profondamente, mi piace conoscere davvero le persone, scoprire gli interessi e piaceri comuni, discutere, confrontare e Fb consente proprio questo, saltando certi convenevoli o certe paure, che rallentano le relazioni, ti butti e… via! Scopri persone interessanti, gradevoli con le quali ti ritrovi a parlare di cose che magari prima non ti sarebbero venute in mente. Manca la fisicità? Fino un certo punto, vuoi mettere l’emozione di ricevere messaggi o mail che aspetti! Ho letto tutti i commenti e si vede che è un tema che che a noi “amici” sta a cuore”; Bruno Patri: “Quando avevo 15 – 18 anni avevo una grande passione. Ero un radioamatore. Allora non c’erano i telefonini, non c’era internet. A casa non avevo nemmeno il telefono fisso (i miei lo fecero montare quando partii militare). Grazie al mitico “baracchino” mi mettevo in contatto con persone mai viste, di qualsiasi età, di qualsiasi estrazione sociale. Si venivano a creare così delle amicizie che diversamente da internet avevano un solo “canale”: la voce. Era vera amicizia? Semplice conoscenza? Semplice passatempo? Non lo so. Per anni ed anni, di giorno e di notte, parlavo con questi “amici”, nasceva un rapporto, ci si confidava, spesso si “litigava” in modo colorito. Ogni volta che accendevo il rx-tx e sentivo una “voce amica” era per me un momento “magico”. Ho nostalgia di quei tempi”; Angela Giannoni: “Io scrivo di una via di mezzo … in media stat virtus!”. Per la serie “scoperte multiple indipendenti” Mario Furlan, senza che si sia mai venuti in contatto, posta: “Tremila amici su Fb. Ma quanti sono Amici? Amico è chi si avvicina a te quando il mondo si allontana”.
Della serie spesso ritornano Deborah Capasso de Angelis scrive: “Quando mi sono iscritta a Facebook cercavo un ulteriore modo per esprimere il mio essere socievole. Un mondo virtuale dove confrontarmi con persone o semplicemente con delle icone senza volto. Ho ritrovato chi non ricordavo più, memorie perdute di eventi passati, vicende rimosse dalla mente riafforate al primo accenno. Ma soprattutto ho riascoltato il rumore dei miei passi nel cammino della vita. Quelli che credevo @mici, come Ernesto o Enza, mi hanno cercato e ritrovato con gioia, persone con cui ho condiviso solo un piccolo tratto di strada hanno parlato di me con profondo affetto. Altri, con cui ho avuto prima di Facebook un rapporto formale e distaccato, come Sabato o Pino, si sono rivelati amici disinteressati pronti a sostenermi quando ho chiesto aiuto. Gli amici di sempre sono rimasti lì ma non mi sorprendono più, non li riconosco. Qui sono faccine”. Adriano Parracciani: “Dovremmo abbandonare l’uso del termine virtuale quando ci riferiamo a quello che facciamo in rete. Non è virtuale, è reale, punto. A differenza del pre-internet, oggi l’umanità si trova di fronte ad un cambiamento epocale dato dal fatto che viviamo, assieme ad una vita analogica, anche una vita digitale. Non c’è nulla di virtuale nell’acquistare su ebay, nel fare home-banking, nel telelavoro, nello scrivere un blog o nel frequentare un social network. La mia @micizia con Vincenzo non è virtuale, scrivo sulla sua bacheca, nel suo blog, lui risponde sulla mia, partecipa alle mie iniziative, ci scriviamo per posta, ci siamo sentiti per telefono e presto ci vedremo. Il fatto che la rete abbia i suoi aspetti negativi non dipende dalla rete ma dall’essenza stessa dell’essere umano, dalla sua complessità. Che ci (vi, o gli) piaccia o no, la vita digitale sarà sempre più integrata a quella analogica fino, un giorno, a con-fondersi, in quello che probabilmente sarà il “nuovo essere umano”. Concetta Tigano: “Nessuno ci costringe a scegliere, gli @amici o gli amici, possono convivere benissimo, non si escludono vicenda. Gli amici che avevo, li ho ancora, in più ho potuto conoscere in rete persone con le quali scambiare e condividere opinioni che in qualche modo arricchiscono. Sempre più spesso mi capita infatti di chiacchierare delle iniziative che ci sono in rete, dei vari blog e gruppi e dei loro contenuti. Facebook è un mezzo, se buono o cattivo, dipende da come lo usiamo. Altro che “virtuale!”. Adele Dedé Gagliardi: “carissimo Enzo, per me l’amico virtuale non è proprio un amico, ma un fantasma, tutti i miei amici di FB sono persone che comunque conosco realmente, tranne una, ma è un velista! Non conoscere direttamente le persone significa non poter condividere, in quanto non sai se sono alti, bassi, grassi, magri e poi il loro pensiero: non saprai mai se è di convenienza o vero”.  Paola De Gioia: “Vincenzo io non lo conosco assolutamente, è un @mico a tutti gli effetti: siamo entrati in contatto tramite percorsi strani, misteriosi, oscuri, ignoti che credo solo Fb possa offrire. Non so se sia alto o basso, non so che voce abbia, non so se lo incontrerò mai. Ho scoperto, però, immediatamente, che molto di quello che scrive mi porta a riflettere: molto di più di alcuni amici reali. Mi aiuta a conoscere: come molti amici reali. È molto probabile che nel momento di difficoltà non mi rivolgerò a lui nè da lui avrò un aiuto spontaneo: come talvolta capita anche con gli amici reali”.

Cellole, 17 gennaio 2010
Mia madre sta preparando gli gnocchi, ma io non sto ridendo, lo farò dopo, perché buoni e morbidi come li fa mia mamma gli gnocchi, con la farina e senza patate, of course, non li fa nessuno. Infilo la chiavetta nel Mac e faccio un giro. Posta elettronica. Blog. Enakapata. Adriano Parracciani ha postato un nuovo commento. L’ha chiamato Persone e webpersone. Da due settimane, può essere un’eternità nel mondo dei bit, non ne parlavamo più. Adriano scrive: “Vincenzo dice che io e lui siamo diventati amici e complici ancora prima di conoscerci, ed aggiunge che a lui questa cosa è gia capitata; ma questo lo trovate scritto nel suo bel libro Enakapata. Confermo le parole di Vincenzo, e qui si riapre il dibattito sul tema dell’amiciza nell’epoca di Facebook. Bisognerebbe presentare a MLR queste esperienze non per dimostrarle che ha torto, ma per con-dividere e con-vincere con i fatti. Qui ci troviamo di fronte ad una empatia di tastiera, amicizia e complicità digitale prima che analigica (“prima di conoscerci”, dice Vincenzo). Che poi non si capisce perchè ci si debba stupire quando in passato c’era l’empatia tutta epistolare fatta di carta ed inchostro. Certo: confermo che esiste anche l’indifferenza, l’odio e l’ignavia di tastiera. Non faccio parte della schiera degli apologeti della rete. Provo verso il genere umano il distacco sufficiente per respingere l’illusione e la falsa retorica della webfratellanza, ed anzi vedo all’opera i futuri grandi fratelli telematici di orwelliana memoria. Ciò detto rimane la grande rivoluzione epocale che le webtecnologie stanno alimentando. Le persone si stanno trasformando in webpersone, individui che fanno parte di un tessuto connesso, tessuto essi stessi, dotati di vita analogica e digitale. Le webpersone hanno gli stessi pregi e difetti delle persone; anche alle webpersone piace vedersi, toccarsi, camminare sotto la pioggia e bere una birra con gli amici. Non ci sarebbe differenza se non fosse per le enormi opportunità in più che hanno le persone con il prefisso web”.
Non bisogna essere dei geni per capire che c’è spazio per una nuova discussione. Tolgo Adriano dai commenti. Lo faccio diventare un post. Chiedo agli @mici di Facebook di commentarlo.

Enakapata, 17 – 22 gennaio 2010
Diverse le reazioni al post di Parracciani. Lucia Rosas: “È sempre un piacere vedere in facebook che enakapata lancia il suo suono. Porta piccoli racconti di un vissuto prospettive che magari camminando per strada non noteremmo mai, piccoli tesori sguardi odori che valicano un mezzo freddo come viene accusato essere lo schermo. Il bello della rete, anche se vivo su Fb, è inciampare su certe frasi, rileggerle, ascoltarle e pensare, vedere con altri occhi e magari cambiare strada o idea senza urla, imposizioni perchè magari passo la pagina in posta e la riguardo e il giorno dopo sarà magari di nuovo nuova o io convinta della mia idea e se l’ha detta un personaggio celebre o un “amico di tastiera” sarà sempre una compagnia desiderata in quell’istante pertanto vera a tutti gli effetti. per me”. Paola Bonomi: “Le finestre di casa mia si affacciano su quelle della Lilla. Da piccole giocavamo assieme, poi nel tempo ci siamo allontanate. Vicendevolmente abbiamo visto la nostra vita allungarsi e riempirsi di altra vita. Quando dalle finestre di casa mia vedo le luci accese in quelle della Lilla, sono contenta. Mi fa piacere sapere che c’è, che è lì a produrre ancora vita. Così come, quando sul mio computer vedo il passaggio, il commento di taluni con cui non ho mai fatto un tratto di strada assieme. Ma di cui intuisco una sensibilità comune. Io le chiamo affinità elettive. Le affinità elettive non temono frontiere perchè frontiere non ne hanno”. Gerardo Navarra: “Adriano, nulla è cambiato. Nel senso che individui eravamo e individui siamo. Cambiano le modalità di approccio. Quando si incontrano persone positive e propositive come Vincenzo Moretti, non c’è metodo che tenga; epistolare, webpersone, o interazione faccia a faccia che sia. Possiamo discutere di metodi e tecniche, ma individui eravamo ed individui siamo”. Adriano Parracciani, again: “Condivido il pensiero di Gerardo. Propongo alla riflessione anche questa chiave di lettura. Fino a pochissimi anni fa si poteva parlare del web come tecnologia abilitante, come sistema di comunicazione che abbatteva spazio e tempo, come “metodi e tecniche” (per dirla alla Gerardo) innovativi per accelerare processi produttivi o relazionali. Oggi credo che, invece, siamo di fronte ad un qualcosa senza precedenti. Il web è oggi quello che nel passato è stata la ruota, l’uso della scrittura, la stampa, le macchine a vapore; cioè una tecnologia che non solo abilità ma modifica la vita, il pensiero e la cultura. Ma non mi pare solo questo; penso che il web sia esso stesso cultura, pensiero, ed i suoi contrari. Non è più solo tecnologia, applicazioni e reti ma è tutto questo integrato, mixato, con il genere umano, con l’intelligenza (e non) con la creatività (e non), con il pathos e l’ethos. Mi appare sempre più come un tessuto connesso, una specie di organismo vivente dalla complessità via via sempre crescente fino a quando sarà non più conoscibile. Forse sarà il web nel suo insieme la prima vera replica di un uomo, in attesa degli androidi? Scherzo, ovviamente. O no?”. Concetta Tigano: “Io le chiamo “opportunità”. Ci capita di conoscere spesso nuove persone, piacevoli o no, delle quali manteniamo il ricordo o che vogliamo dimenticare, con alcune si crea un istintivo legame con altre no. Sul web ne conosciamo tante di più, con lo stesso approccio, dipende se le sentiamo a noi “affini”, che secondo me vuol dire “sentire” le cose della vita nello stesso modo. Non ci vedo grandi differenze, se non quella di non “percepire” con i nostri rimanenti quattro sensi, ma si può rimediare, basta incontrarsi davvero! Quando ho iniziato l’avventura su Facebook, era mia intenzione trovare solo persone che avevo perso di vista, così è stato per alcuni, poi mi si è aperto un mondo nuovo, ci vado con i piedi di piombo, ma fino adesso ho incontrato persone intelligenti e stimolanti, veramente bello!”. Paola Barbarisi: “Facebook, Twitter, Myspace, Skype sono le finestre sul mondo che ci mettono in contatto con persone, note e non, ovunque noi siamo e ci permettono così di accorciare le distanze, temporali e spaziali. Un tempo era la radio, poi la tv. La differenza tuttavia è che adesso non siamo più soltanto ricettori passivi di informazioni, di una comunicazione unidirezionale mass-media to us, si sono rotti gli argini e i confini di questo flusso, fenomeno che ha permesso lo strutturarsi di un dialogo più partecipativo. Le amicizie, reali e virtuali, si confondono in un’unica piazza virtuale, che mette a nudo i nostri pensieri e ci permette di condividerli con gli altri. Ci sono le amicizie della vita di tutti i giorni, che includono anche i parenti e gli amici che si frequentano con regolarità. Alcune amicizie possono nascere dalle varie chatroom, da quella di Irc e Tiscali, ai vai forum di fan presenti in rete. Altre invece sono frutto di un ritrovarsi dopo tanti anni grazie i socialnetwork. Infine vi sono le conoscenze più recenti, dei vari incontri della quotidianità e di una chiaccherata che si conclude con l’ormai nota frase: “ti invio la richiesta d’amicizia su Facebook”. Ecco, quindi, che possiamo avere riunito, attraverso l’elenco di amici registrato su Fb, il mondo di legami che sono stati instaurati nell’arco della nostra vita. Tra questa moltitudine di amici, tuttavia, ci riduciamo a dialogare fondamentalmente con pochi di loro attraverso la chat. La comodità di questo strumento comunicativo è, in realtà, che in qualsiasi momento avremo la possibilità di “farci i fatti degli altri” o di scoprire affinità inaspettate attraverso un semplice “Mi piace”, condividere pensieri attraverso dei commenti, scoprire la personalità dei nostri conoscenti attraverso i vari test. Il mondo paravirtuale ci permette di esprimerci, di conoscere gli altri ed empatizzare forse con maggiore profondità rispetto a quanto accade attraverso la relazione face-to-face. Internet diventa così il rimedio ultimo per combattere la superficialità del postmodernismo, dell’epoca in cui l’apparire sembra più importante dell’essere. Esso è diventato un mondo nel mondo, la riproduzione virtuale della vita reale; il confine è così sottile che il tutto s’intreccia, si confonde e si plasma. Nell’epoca dei socialnetwork si possono ritrovare vecchie abitudini (come il gruppo “quelli che…da piccoli facevano pace con mannaggia al diavoletto!”), comunicare i propri pensieri e quant’altro. L’amicizia all’epoca di Facebook non fa altro che approfondirsi. Gli amici di sempre resteranno tali (fondamentalmente si continua ad uscire con le solite 4 persone), le amicizie che col tempo si sono allontanate vengono però riallacciate e tutti diventiamo un po’ meno sconosciuti. Reale o non, penso che tutto ciò sia fantastico!”. Stefania Bertelli: Non è facile definire l’amicizia nel Web, perché è uno strumento che uso da poco tempo, troppo poco perché capisca come si possa evolvere. Devo dire che i criteri che uso, per “selezionare” le persone, sono i medesimi della vita reale: affinità d’interessi, di vedute, di età ma, ogni tanto, ci sono l’incognita, la scheggia impazzita, la novità, a tutto ciò non mi esimio, per non fossilizzarmi nei giudizi. Certo mancano tutti quei messaggi che il linguaggio non verbale comunica e bisogna attendere, per capire meglio com’è una persona, ma, alla mia età, l’istinto e quel po’ di esperienza aiutano. Io non criminalizzerei il web come nuova forma di comunicazione, per non ricadere nei vecchi modelli, che si sono ripetuti quando è stata inventata la stampa, il telefono, la macchina per scrivere…etc. Mi fa piacere conoscere persone nuove, avere degli amici virtuali oltre ai miei amici, che frequento da decenni, che sono per me una famiglia allargata, anzi meglio di una famiglia e con i quali nulla è cambiato. Credo insomma sia anche interessante confrontarsi con altre persone, che abitano in altre città, in altre zone dell’Italia; il mio unico rammarico è non conoscere le lingue per allargare ulteriormente la mia cerchia d’amicizie. Io comunque sospenderei ancora per un po’ il giudizio, prima di esprimermi completamente su questa nuova forma di comunicazione”.

Storia di Valeria GyR, studentessa che studia

Valeria GyR è una studentessa che studia che ha la testa al proprio posto, cioé sul collo. Ad aprile 2009 consegue la laurea triennale con 110 e lode presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, discutendo, in francese e in arabo, una tesi su “Creatura di Sabbia” di Tahar Ben Jelloun.
Maggio è il mese delle rose e, per Valeria, dei tentennamenti. Come tanti suoi coetanei, deve decidere se, come, dove continuare gli studi. A casa la lasciano tentennare in pace e a inizio giugno decide di continuere gli studi in Francia. Invia regolare mail di presentazione a l’Université de Provence, Aix Marseille, allega il diploma di liceo linguistico, l’elenco degli esami sostenuti con la votazione conseguita, il curriculum vitae e la lettera con la quale spiega perché intende completare i suoi studi in Francia; infine chiede, con traduzione regolarmente convalidata dal tribunale di Napoli, di essere ammessa alla specialistica.
Passa qualche settimana e l’Université de Provence comunica che, sulla base dei documenti inviati, le saranno convalidati il diploma e 120 dei 180 crediti della laurea triennale. In pratica, deve rifare il terzo anno del corso di laurea triennale.
Ma come – pensa Valeria -, e la mia laurea? Due o tre giorni ancora di riflessione, in famiglia, con le amiche, all’università, poi prenota il volo per Marsiglia.
Valeria l’ho rivista, lei a Aix io a Napoli, un paio di settimane fa. Magia? No, Skype. Un pò di chiacchiere fino alla domanda fatidica: come vanno gli studi?

Bene – la risposta -, però è molto impegnativo; bisogna studiare tanto e frequentare assiduamente, insomma è tosta. Ma non stai rifacendo il terzo anno? – insisto -. Si – conferma -; sai che se mi ammettevano alla specialistica non è detto che ce l’avrei fatta?

A me la storia di Valeria GyR suggerisce tre domande e un possibile epilogo.

Le tre domande: perché una laurea in lingue conseguita in Italia vale 2/3 di una conseguita in Francia?; perché Valeria, nonostante il meritato 110 e lode in una delle Università italiane più prestigiose nella sua disciplina, ha scelto di “ripetere” un anno pur di laurearsi in Francia?; perché le/i laureate/i più brave/i in Italia fanno fatica a tenere il passo in Francia?

Il possibile epilogo: le lauree di sabbia non servono al futuro, né dei giovani, né dell’Italia. E per favore lasciamo perdere le eccellenze. La qualità deve essere la norma, non l’eccezione.

Per un’etica della convenienza

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

Il fabbricante di ombrelli

Per il filosofo Francois Jullien la Cina è la sola possibilità di “prendere le distanze dal pensiero da cui proveniamo, [...] di interrogarlo nelle sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato”. Per il giovane Davide, scuola, volley, diciottanni e un sogno a un palmo di naso, è “una moltitudine di persone – formica con poca voglia di integrazione e tanta capacità di occupare ogni spazio disponibile”. Per Pietro D., il protagonista della nostra storia, padre e marito di giorno, studente di quinta liceo la sera, è un pezzo di memoria, un ricordo della vita da artigiano in quella bottega dove la sola traccia di “modernità” era un trapano verticale, realizzato da un vecchio torniere, che girava tramite la cinghia di un motorino attaccata da un lato al trapano e dall’altro al motore di una lavatrice, il tutto bloccato su un banco in legno che aveva più di 200 anni. Gli attrezzi necessari alla rifinitura? Tutti costruiti a mano e riposti nel cassetto di un banchetto, anch’esso senza età, insieme a balene (le stecche di ombrello), pezzi di legno, cacciaviti, pinze, tronchesi, martelli piccoli e grandi. Lo sgabellino dove ci si sedeva? Un reperto “storico”, sottratto ai tedeschi negli anni dell’occupazione. In tutto erano in tre, compreso il titolare, e realizzavano, rigorosamente a mano, ombrelli costruiti su legni pregiati interi (Ginestra, Malacca, Ciliegio, Corniolo, Olmo, Castagno, Frassino, Nocciolo, Bamboo), con la punta finale in corno di bue, utilizzando insegnamenti, modi, strumenti, tecniche, tramandati da padre in figlio.
I clienti? Tutti quelli che, potendoselo permettere, avevano fatto dell’eleganza il proprio stile di vita. Cinesi compresi. Perché, sottolinea Pietro, anche se i cinesi ricchi sono “pochi”, qualche decina di milioni, sono così tanto ricchi da poter cercare in ogni prodotto qualità e particolarità. Poi racconta senza fatica dell’arrivo in bottega dei clienti cinesi, della scelta accurata dei tessuti e dei legni, delle fotografie a ciascun ombrello,  tessuto, legno, così da poter controllare, all’arrivo in Cina, l’esatta corrispondenza con quanto ordinato. 120 euro più i costi di spedizione il prezzo di ogni ombrello, che ai ricchi cinesi costa tra i 250 e i 300 euro.
La storia di Pietro pare voglia dirci che “poco” e “molto” sono avverbi quanto mai indefiniti quando si riferiscono alla Cina. E che chi ha più idee, prodotti, servizi e sistemi di qualità ha più possibilità di collocarli sui mercati mondiali, Cina compresa. Dite che dobbiamo preoccuparci?

Accadde un autunno

Il ’69, il lavoro, i diritti raccontati ai giovani
Alba Orti e Vincenzo Moretti

Cosa voleva dire studiare e lavorare 40 anni fa, al tempo dell’autunno caldo, delle conquiste operaie e dell’unità sindacale? Cosa vuol dire invece oggi? E ancora: cosa ha significato lo Statuto dei Lavoratori per gli studenti e i lavoratori di allora? E cosa significa per gli studenti e i lavoratori oggi? E infine: cos’è cambiato nella scuola e nel lavoro, sul terreno dei valori, dell’organizzazione, delle opportunità, nel corso di questi anni? E cosa invece no?

Il senso di Accadde un Autunno, iniziativa promossa dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dallo SPI CGIL Nazionale, attraverso Progetto Memoria, è in buona sostanza qui, nel tentativo di rintracciare risposte possibili alle domande difficili, di condividere storie, racconti, testimonianze intorno alla condizione della scuola e del lavoro oggi e alla fine degli anni ’60, intorno alle conquiste e alle trasformazioni rese possibili dall’iniziativa e dalle lotte operaie e sindacali fino alla conquista dello Statuto dei Lavoratori di cui ricorre nel maggio del 2010 il 40esimo anniversario.

L’idea, l’auspicio, è che attraverso il racconto sia possibile ancora una volta non solo favorire l’incontro di generazioni diverse intorno a questi temi, ma anche indicare cause, segnalare conseguenze, ripensare senso e significato di quella straordinaria stagione di lotta, di proposta, di cambiamento, che va sotto il nome di autunno caldo e di questa lunga stagione di incertezza che sembra ridurre sempre più le aspettattive di futuro, in primo luogo quelle delle giovani generazioni.

Con Accadde in Autunno contiamo in definitiva di contribuire alla riflessione e alla discussione intorno al rapporto tra scuola, lavoro e società, tra scuola, lavoro e libertà, tra scuola lavoro e partecipazione, tra scuola lavoro e democrazia, tra scuola, lavoro, condizione e protagonismo delle donne. Com’è oggi e com’era 40 anni fa.

Andremo perciò alla ricerca degli elementi di continuità e, più verosimilmente, delle differenze tra le lotte per la conquista di una “scuola per tutti” e le attuali proposte e mobilitazioni per una scuola capace davvero di rispondere prima di tutto alle esigenze di chi ci studia e ci lavora, contro il disegno restauratore del ministro Gelmini; tra le 150 ore definite nel contratto nazionale di lavoro e la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare sull’educazione permanente; tra gli anni del lavoro nella grande fabbrica per tutto l’arco della vita e il lavoro e la sua rappresentanza al tempo della società liquida, incerta, precaria.

Protagonisti dell’iniziativa saranno i ragazzi del 4 e 5 anno delle scuole superiori di diverse città italiane, i loro insegnanti, i loro nonni e zii (i lavoratori e delegati di allora), i giovani lavoratori e delegati che oggi sono impegnati a difendere e ad allargare i diritti di chi lavora.

La raccolta di testimonianze e racconti si concluderà nel marzo 2010, mentre i risultati dell’iniziativa saranno diffusi nel maggio dello stesso anno in concomitanza per l’appunto con il  40esimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori.

Quale politica per la transizione italana

Strano ma vero, il racconto di La democrazia dei cittadini si dipana tra parole chiave come amicizia, cittadinanza, Costituzione, democrazia, futuro, giovani, leader, movimenti, partecipazione, PD, Ulivo, o anche Berlinguer, De Gasperi, Moro in maniera lieve e appassionante.

A renderlo tale è innanzitutto la concezione dell’amicizia come valore fondamentale non solo nella sfera personale – il sentimento profondo che lega Scoppola e Ariemma, Autore e Curatore del volume, Presidente e Vice dell’Associazione “I cittadini per l’Ulivo” -, ma anche nello spazio pubblico. Questa dimensione politica dell’amicizia emerge a più riprese, ad esempio quando Scoppola scrive che “I cittadini per l’Ulivo [...] devono instaurare tra le varie componenti, oltre che un rispetto reciproco, un clima di amicizia, senza il quale è difficile dare vita ad una volontà politica comune”, o quando individua nell’amicizia la risposta alla solitudine involontaria, o ancora quando pensa all’amicizia come a una leva importante per definire i caratteri di un welfare rinnovato.

Poi ci sono le qualità umane e politiche di Scoppola, il suo tenere sempre alto lo sguardo, la consapevolezza che “con i personalismi i partiti non salvano la loro visibilità e identità, ma vanno semplicemente alla sconfitta”, che c’è un urgente bisogno di “persone di buona volontà, contente di fare il loro mestiere, disposte a lavorare per l’Ulivo, che non cercano candidature”, che la vera ambizione non può che essere quella di “tirar fuori il Paese dalle secche in cui lo ha cacciato una politica ispirata solo agli interessi personali e alle logiche di mercato”.

Scoppola insomma non è solo “un cattolico a modo suo” che vive “la fede come scelta, come rischio di un impegno senza riserve, come scommessa”, ma anche “un politico a modo suo” che concepisce la politica come disegno per il futuro, come terreno di confronto e di iniziativa per persone che intendono contribuire, con la loro testa e le loro mani, al processo di rinnovamento della democrazia italiana.

Sia chiaro. Il libro non concede nulla all’antipartitismo, del tutto estraneo alla cultura, alle convinzioni, al percorso politico di Scoppola e di Ariemma; esso mette piuttosto in evidenza le ragioni per le quali alla crisi della repubblica dei partiti bisogna rispondere con la repubblica dei cittadini, la più idonea a definire progetti e selezionare classi dirigenti all’altezza delle nuove sfide.

Sul nesso tra crisi della democrazia italiana e scarsità di classi dirigenti Scoppola torna più volte, ad esempio quando afferma che “la transizione, a trentanni dall’assassinio di Moro, è ancora incompiuta perchè senza guida, affidata a iniziative molteplici e contradditorie” o quando, nell’ultima intervista a Repubblica, sottolinea che “la transizione italiana è povera di veri leader politici, di grandi disegni, di cultura”.

Scoppola e Ariemma non pensano a leader modello “un uomo solo al comando”, ma piuttosto a gruppi dirigenti rappresentativi, ricchi di personalità di primo piano, in grado nel nuovo contesto di produrre beni identitari, di rappresentare valori e ideali, di proporre programmi e prospettare soluzioni ai problemi del Paese.

La democrazia dei cittadini è un libro che vale anche per questo, perché ricostruisce in maniera mirabile il senso di una storia, dall’Ulivo al Partito Democratico, nella quale a tutti coloro che, si identifichino o meno con un partito, sono interessati alla politica, al valore della Costituzione, all’incontro tra mondo cristiano e sinistra come condizione e fine per costruire un nuovo e più robusto costume morale, civile e politico degli italiani, viene chiesto di mobilitarsi, singolarmente e attraverso le loro associazioni, per alimentare il processo democratico.

Le connessioni, le domande, che tengono assieme soggetti, progetti, contenuti e luoghi della “nuova” politica, hanno origine anche in questa storia. Non solo “Perché nasce il Partito Democratico? Su quali radici può già contare? Quale il suo retroterra sociale e culturale? Quali valori e interessi intende rappresentare? Quale il rapporto con i movimenti?”, ma anche “Noi che ci stiamo a fare? Cosa facciamo per mettere in circolo nuove energie, per sostenere il radicamento sociale e territoriale del nuovo partito, per favorire il confronto di idee e gruppi dirigenti, per cambiare in meglio i partiti, la politica, il Paese?”.

Per Scoppola e Ariemma ripartire dalla base, dalla società civile, dal mondo della cultura, dall’esperienza de “I Cittadini per l’Ulivo” vuol dire prima di tutto questo. Non basta chiedere ai partiti. Per costruire una cultura comune a partire dai temi etici, dalla giustizia sociale, dai giovani occorre che le energie presenti facciano sentire la loro voce, assumano le loro iniziative sul territorio, diano senso all’appartenenza comune, “vadano avanti come l’idea stessa di processo richiede, senza aspettare le decisioni dei vertici”.

La democrazia dei cittadini è in definitiva un libro appassionante perché racconta e suggerisce quella politica che, da Aristotele ad Hanna Arendt, è fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso.

Cercansi cittadini disposti a contribuire con il proprio mattone.

Il Valore della legalità. Conversazione con Marcelle Padovani

Credo di aver avuto intorno ai 14 anni quando ho incrociato per la prima volta l’espressione “anomalia italiana”. Sono passati quarant’anni, sono stati abbattuti il muro di Berlino e le Twin Towers e l’anomalia è ancora tutta lì. Basta dire scudo fiscale, lodo Schifani, lodo Alfano, guardare al modo in cui se ne discute su gran parte della stampa italiana e su quella del resto del mondo per rendersene conto con una evidenza che fa male. Di più. Nell’era Berlusconi l’anomalia è come teorizzata, rivendicata. Si favoriscono gli evasori fiscali, li si premia. Si fanno leggi ad personam, si delegittimano istituzioni e poteri autonomi, si alimenta l’insofferenza verso le regole ad ogni livello. Insomma: perché la partita “cultura della legalità e rispetto delle regole” non è stata ancora vinta dalla democrazia italiana? Quale fase stiamo attraversando?

Di questo e molto altro abbiamo discusso con Marcelle Padovani (Corrispondente permanente di Nouvel Observateur in Italia, autrice di film reportages sulla mafia e di numerosi volumi, tra i quali La Sicilia come metafora, con Leonardo Sciascia, Cose di Cosa Nostra, con Giovanni Falcone, e Mafia, Mafias, uscito in Francia da poche settimane) “Le mie impressioni su questo periodo sono molto contraddittorie – argomenta la giornalista –. Se mi avesse fatto la stessa domanda qualche anno fa è probabile che le avrei risposto con più ottimismo. La cosa che trovo preoccupante è che è diventato legge sparare sulla legge e sulle regole. Quasi come se ci fosse una gara a chi la dice più grossa contro le strutture della convivenza sociale, del rispetto verso l’altro, dell’osservanza, appunto, delle regole. Credo che questo sia uno dei momenti più bui che io abbia vissuto in questo Paese.

Eppure ho vissuto in Italia altri momenti molto duri. Ricordo ad esempio i giorni del rapimento di Aldo Moro. Ricordo tanta angoscia, ma allo stesso tempo una capacità di mobilitazione e di partecipazione che ci portava a incontrarci per strada, nelle piazze, dappertutto, per parlare e confrontarsi. In quel momento lì ho realizzato che il terrorismo in Italia non sarebbe stato sconfitto dalle leggi eccezionali, che per fortuna non ci sono state, o dalla repressione, com’è accaduto ad esempio in Germania, ma dalle persone, dalle piazze, dalle fabbriche, che ebbero in quella fase un ruolo importantissimo.

Ciò che intendo dire è che in quel momento che sembrava così buio c’era una grande consapevolezza di che cos’è uno Stato, e delle ragioni per le quali uno Stato non può venire a patti con dei delinquenti travestiti da rivoluzionari rossi.

Il Mese E oggi?

Padovani Purtroppo nella sensibilità popolare non incontro più questa volontà di rispondere assieme ai grandi problemi, a volte non so nemmeno se ci sia la consapevolezza dei grandi problemi. Mi domando ad esempio se oggi l’italiano medio si interroghi sugli attacchi alla Costituzione, se la famiglia media si lamenti del fatto che l’evasione fiscale cresce, che c’è insofferenza verso tutto ciò che è diverso, che non c’è più voglia di rispettare e neanche più semplicemente di tollerare chi non la pensa come te. Penso di no, e penso che questa mancanza di sentire comune sia preoccupante.

Il Mese: Rispettare le regole è giusto, eppure il fatto che sia giusto non basta a farle rispettare. Perchè la cultura delle regole si diffonda e si traduca in pratiche c’è bisogno che i cittadini siano indotti a ritenere “conveniente” il rispettarle. Da osservatrice, “esterna” ma non troppo, delle faccende italiane, cosa pensa del fatto che il sistema Italia ad ogni livello di fatto non premia i comportamenti rispettosi delle regole?

Padovani: Più volte mi sono ritrovata a fare paragoni con la Francia: un paese dove effettivamente c’è un rispetto diffuso per la legalità, dove quel che è vietato di norma non si fa. E poiché ho avuto ed ho molte ragioni per amare questo paese, mi sono altrettanto spesso chiesta perchè in Francia sì e qui noi.

La prima risposta che mi sono data è che in Francia il cittadino si confronta con un’amministrazione che lo rispetta. Se una persona ha un problema con il fisco può fissare un appuntamento, parlare con il personale preposto, chiedere chiarimenti, definire modalità di pagamento, discutere le scadenze, ecc… Quello che intendo dire è che c’è un modo dell’amministrazione di accogliere i cittadini che favorisce molto l’adozione di comportamenti virtuosi da parte di questi ultimi. In Italia invece l’amministrazione assomiglia troppo spesso a una macchina ideata per romperti le ossa, per complicarti la vita. È un’amministrazione arrogante, rigida nella forma ma non nella sostanza.

Secondo me, dunque, c’è il senso dello Stato proprio perché, mi si passi il “bisticcio” c’è lo Stato che è nato con Carlo Magno nell’800 e che gradualmente si è radicato e ha allargato la sua influenza, anche territoriale. Uno Stato che ha fatto della centralizzazione una risorsa importante per sviluppare tra i cittadini il senso dell’interesse collettivo.

Il Mese: Alla connessione forte tra centralizzazione e senso dell’interesse collettivo che lei suggerisce si potrebbe di primo acchito obiettare che ci sono numerosi esempi che dimostrano il contrario, valga per tutti quello della Germania.

Padovani: Non conosco bene l’esempio tedesco, ma credo si possa dire che ogni Land in Germania amministra come se fosse uno Stato. In ogni caso quello che mi pare davvero controproducente è il fatto che ci siano tante leggi diverse sullo stesso argomento da parte delle Regioni, delle Province, dei Comuni. In Italia accade spesso che Regioni ed enti locali si sovrappongano tra loro e con lo Stato, si muovano nello stesso spazio, cosicché non si capisce mai bene chi è responsabile di una cosa e chi no e tutto questo finisce, da un lato per determinare disordine, scoraggiamento, e dall’altro per rappresentare una spinta oggettiva a risolvere tutto con il contatto personale, con la richiesta del favore, con l’incitamento a corrompere. Tutto questo è avvilente, per la pubblica amministrazione e, ancora di più, per il cittadino.

Il Mese Ha mai pensato che in Italia fosse possibile una strada diversa?

Padovani Sì. Ricordo un episodio che mi colpì molto. Era il 1973, ero da poco arrivata in Italia e diretta a Fiumicino, con l’autobus, da Roma Termini. A un certo punto mi accorsi che stavamo andando al paese e non all’aeroporto. Mi prese l’angoscia, parlavo male l’italiano, chiesi all’autista e questi mi spiegò che avevo sbagliato mezzo. Ma non si fermò qui, perché, cosa da non credere, mi portò all’aeroporto con l’autobus. La grande generosità degli italiani, la loro innata capacità di improvvisare, di trovare delle soluzioni, di mettersi a livello dei problemi delle persone mi aveva fatto immaginare che le regole potessero non essere indispensabili. È una “fantasia” che mi è passata molto presto.

Per tornare allo Stato che non c’è, ancora negli anni 70 una signora mi ha raccontato una storia che per me ha dell’incredibile. Questa signora si era trovata in difficoltà e aveva dovuto portare tutti i suoi gioielli al Monte di pietà della sua città, Palermo. L’anno dopo, quando va a pagare e ritirare i gioielli, arriva con 20 minuti di ritardo rispetto alla scadenza stabilita e l’impiegato le spiega che non può più riscattare i suoi gioielli: in pratica li ha persi. La signora in questione si dispera, torna a casa, piange, si sfoga con che le dice vieni, andiamo da don Carlo. Don Carlo è un mafioso, si fa raccontare i fatti, poi dice alla signora di tornare il giorno dopo. L’indomani lei torna, lui le dà i gioielli e lei paga soltanto quello che avrebbe dovuto pagare all’amministrazione per recuperarli. Ecco, la mia domanda è: è “intelligente” uno Stato che si comporta così con i suoi cittadini?

Il Mese: Proviamo a guardarla anche da un’altro lato. Peter Schneider, nel pieno del ciclone tangentopoli, siamo nei primi anni 90, scrive su Micromega: “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”.

A quasi 20 anni di distanza alcune cose sono cambiate, molte altre, purtroppo, no. Perché questo deficit di ruolo della classe dirigente?

Padovani: La classe dirigente è attualmente al potere in Italia è totalmente irresponsabile. Quando un presidente del Consiglio dichiara che tra un po’ ci saranno il 50 per cento degli italiani che non pagheranno il canone Rai, legittimamente tale dichiarazione viene letta come un incitamento a non pagare.

Un ceto dirigente che dà questo esempio, che pensa che la ricchezza ti metta al di sopra della legge e delle regole può fare molto male al proprio Paese. Bisogna auspicare che il primo tempo, quello dell’accondiscendenza, persino dell’ammirazione, lasci al più presto il posto al secondo, quello in cui si chiede conto dell’operato delle classi dirigenti, ad ogni livello. Da questo punto di vista ritengo sia indispensabile salvaguardare la capacità della magistratura di essere autonoma, di svolgere il suo compito con imparzialità e garanzia di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Mettere in discussione questa autonomia significa oggi condannare l’Italia a un ritorno al medioevo.

Il Mese: Quando nel 2002 lessi “Dodici anni dopo”, la prefazione alla nuova edizione di Cose di cosa nostra, mi piacque molto quella sua immagine del virus della legalità che si propaga. Ancora oggi resto convinto che l’esercizio consapevole della responsabilità da parte dei cittadini sia la risposta più efficace e credibile alla crisi identitaria, legale, morale che attraversa il Paese. Ma se la convinzione è rimasta, nutro molti più dubbi sulla possibilità di vederla realizzata. Lei oggi scriverebbe ancora che il virus della legalità in Italia si sta diffondendo?

Padovani: Oggi risponderei che il virus della legalità per il momento si è addormentato, ma che prima o poi si risveglierà. Vorrei spiegarmi con due esempi. Il primo si riferisce al 1976, anno in cui ci fu un lungo sciopero dei netturbini romani. Era luglio, faceva un caldo atroce e a quel tempo abitavo al primo piano in un palazzo qui a Trastevere. Sotto le finestre i cumuli di “monnezza”, come si dice a Roma, si facevano sempre più alti e naturalmente, con il caldo, l’odore diventava ogni ora più nauseabondo. Mi chiedevo come fosse possibile tutto questo quando un giorno vidi arrivare dei giovani con dei piccoli carri che cominciarono a raccogliere l’immondizia. Naturalmente scesi e chiesi chi fossero; la risposta fu “Siamo del Partito Comunista Italiano, apparteniamo alla sezione qui dietro”. Segnalai l’episodio in un mio articolo per indicare quella che per me era una vera cultura della legalità, un esempio virtuoso di governo alternativo del territorio.

Il secondo episodio si riferisce ai giorni nostri. Oggi abito in uno stabile popolare dove vivono una trentina di famiglie e dove è stata introdotta la raccolta differenziata. Ebbene è una battaglia continua quella che combatto assieme ad altre due o tre persone affinché si utilizzino nel modo giusto i vari contenitori. In particolare sembra sia un problema comprendere che dove c’è la spazzatura biodegradabile non si deve mettere la plastica. Ogni giorno devo togliere dal contenitore della biodegrabile i sacchetti di plastica, che non lo sono, li devo svuotare dal loro contenuto e mettere nel contenitore che raccoglie plastica, vetro, metallo. Ecco, direi che questa “piccola” grande differenza tra il 1976 e 2009 segnala qualcosa di significativo circa il decadimento dell’attenzione e della passione per la legalità.

Acqaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve

La rivoluzione non è un pranzo di gala neppure quando è digitale. Si può emergere e stare dalla parte dei vincenti. Ma ci si può anche ritrovare emarginati, esclusi, iscritti a forza nel club sempre affollato degli svantaggiati.

Contano le opportunità. L’esperienza. Il genio. Il caso. L’intuito. Quello che ad esempio anche al tempo dei nuovi media non ti fa perdere di vista l’importanza della selezione e della completezza delle fonti. Non solo perché una società può dirsi a giusta ragione pluralista proprio se e in quanto può disporre di visioni e punti di vista alternativi. O perché oggi più che mai il potere di informare si interseca saldamente con il potere di formare. Ma perché se si sottovaluta questo aspetto si finisce come i troppi investitori che per decidere quali titoli comprare si sono accontentati delle indicazioni delle società di rating che per fare le loro costose analisi vengono pagate dalle emittenti titoli che pagano più volentieri le società di rating che considerano i loro titoli ottimi invece che quelle che li giudicano medio o bassi.

Per sottolineare che una domanda veniva fatta ad un interlocutore interessato e dunque non attendibile a Napoli da ragazzi si usava dire “Acquaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ’a neve”. Oggi si potrebbe definirla anche una sorta di antesignana definizione di una malattia sempre più diffusa, il conflitto di interessi.

Dite che è ora di accorgersi che tutto il mondo è paese? Niente affatto. Perché nei paesi normali quando ci si accorge di essere malati non si discetta di né di persecuzioni né di investiture popolari. Semplicemente ci si cura. Scusate se è poco.

Un’agorà nel cuore di Napoli

“Qui non c’è opinione pubblica. E allora poco importa che questo quartiere rimanga imbalsamato. L’essenziale è che rimanga una sacca di voti eccezionale, una volta per l’uno, un’altra volta per l’altro candidato. Qui ci sono i deboli, e nella realtà chiunque sia al potere, di questi deboli non si ricorda più”.

Sono passati 5 anni da quando don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità, mi ha detto queste parole. In cinque anni sono successe tante cose. Per lui, ma di questo a don Antonio non piace che si parli, e per il quartiere. Ad esempio nell’ottobre 2005 è nata l’associazione Onlus “L’Altra Napoli”, creata da “un gruppo di napoletani dentro, residenti e non, che condivide l’amore per la propria città natale, un forte sentimento di riscossa e la voglia di rimboccarsi le maniche”; perchè “Napoli è una città che sa dare tanto, tutto, e quando chiede aiuto non può essere abbandonata al suo destino”; perché “di questa città sul golfo potremmo lavarcene le mani, ma ci resterebbe sopra il sale”. Due anni fa il progetto “Rione Sanità ieri oggi e domani”. A settembre di quest’anno il tour “Miglio Sacro”, dalla Basilica di San Gennaro extra moenia alla chiesa di Santa Maria alla Sanità, fino alle catacombe di San Gaudioso, un percorso nella cultura per riscoprire tesori e umanità fuori dal comune.

La morale della storia? Occorre dare valore all’agorà greca, arrestare la sua privatizzazione e spoliticizzazione. È importante riprendere il discorso sul bene comune. Non rinunciare a costruire pubbliche opinioni che adottano propri criteri autonomi di giudizio intorno a ciò che è giusto e ciò che vale nell’ambito dello spazio pubblico.

Sembra facile, in particolare nell’era digitale, dove per certi versi è più difficoltoso definire il luogo dove le forze in campo si confrontano, dove avviene lo scontro politico, e dove si fa più fatica ad identificare chi sono i dominanti e chi i dominati, dove sono, in altre parole, i veri centri di gestione del potere.

La presenza delle spine non deve però farci scordare della rosa.

Alla presentazione del Miglio Sacro don Antonio Loffredo ha detto, riferendosi alla Sanità, che “questo quartiere ha fretta, questi ragazzi hanno fretta”. Fretta di liberarsi dai luoghi comuni. Fretta di formare una loro pubblica opinione. Fretta di farla contare. Fretta di comunicarla al mondo. E questo al tempo dei nuovi media è sicuramente molto più facile.

Riparare è giusto

Non so voi, ma io per molti anni ho pensato che l’ideatrice del principio di riparazione fosse mia madre. Come tantissime altre mamme in quei “favolosi” anni 60, per lei il rattoppo, l’aggiusto, la riparazione erano una filosofia prima ancora che una necessità. Più avanti sarebbe venuto il tempo dell’usa e getta ma nel frattempo molti di noi, grazie ai sacrifici dei papà operai che volevano il figlio dottore, avevano conosciuto il grande John Rawls e imparato che le ineguaglianze sono giustificate soltanto se producono benefici compensativi per i componenti meno avvantaggiati della società e sono collegate a cariche e posizioni aperte a tutti (principio di riparazione).  E che per questo sarebbe necessario che i decisori decidano come se non avesser nessuna conoscenza (velo di ignoranza) circa la razza, il genere, il censo, ecc. che ci sono stati assegnati dalla lotteria sociale.

Pura teoria? Niente affatto. In particolare se si usa “teorico” come sinonimo di “astratto”. Nella realtà senza il principio di riparazione la “società dell’accesso”, così tanto richiamata in letteratura, nei documenti ufficiali dei governi nazionali ed europei e così poco perseguita nella concreta attività dei governi, semplicemente non esiste.

Che fare allora? Naturalmente tante cose. Qui c’è lo spazio per una: creare le condizioni affinchè tutti possano imparare. Sempre. Perché è questo il modo più realistico per evitare che chi non per propria colpa si ritrova indietro veda aumentare la distanza che lo separa da chi è integrato. E perché il sapere trasforma il lavoro, i modi di vivere, i modi di essere e di comunicare.

Come farlo? Ad esempio facendo della formazione continua il principale strumento di gestione delle trasformazioni del lavoro (suggerisce qualcosa il fatto che il Rapporto “The universum graduate survey 2007”, questionario a risposta multipla, indica che il 61% dei laureati europei considerano la “formazione e l’aggiornamento gratuiti” il migliore benefit?). Favorendo  la costruzione di legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza. Dando valore al merito. Facendo dei processi di apprendimento lungo tutto il corso della vita l’asse strategico attorno al quale ripensare il modello sociale nei paesi cosiddetti avanzati.

Cose da non credere. Migliorando le abilità e le capacitazioni delle persone crescerebbero anche la conoscenza capitalizzata e la competitività, l’economia e le imprese. Provare per credere.

L’uomo artigiano | Sottolineato e Note a margine

Il vaso di Pandora -  Hannah Arendt e Robert Oppenheimer (11)
Le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno (11)
Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così. (12)
Discorso e azione come caratteristiche dell’essere umani (14)
Homo Faber (perché) e Animal Laborans (come) (15-16)
Animal laborans, Anomia, Operaio alla catena, Oppenheimer (16)
Che cosa ci rivela su noi stessi il procesos di produrre cose materiali? (17)
E’ possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare (17)
Fare le cose per bene perché é così che si fa (17)

Il progetto – L’uomo artigiano; guerrieri e sacerdoti; lo straniero (18)
La maestria designa un impulso mano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso (18).
L’intimo nesso tra la mano e la testa (18)
La resistenza e lambiguità possono risultare esperienze istruttive; per lavorare bene, l’artigiano deve imparare da quelle esperienze, anziché combatterle (19).
La motivazione cnta più del talento (20).
Motivazione, talento, organizzazione (20)
Il bravo artigiano usa le sue soluzioni per scoprire nuovi territori; nella sua mente, la soluzione di un problema e l’individuazione di nuovi problemi sono intimamente legati (20).
Il bravo artigiano di Sennett e il bravo democratico di Veca. Nella discussione pubblica siamo artigiani della parola? (20)
Mi sembra più realistico indagare come si possa modificare o regolare il comportamento concreto, piuttosto che esortare a un cambiamento dei cuori (21).
La questione “convenienza” (21).

Le tribolazioni dell’artigiano
Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il alvoro ben fatto per se stesso (27).
L’artigiano è la figura rappresentativa di na specifica condizione mana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno (28).

B come Benni. No, come Bugia

Sono trascorsi undici anni, sembra tre vite fa, da quando assieme al mio amico Mimmo abbiamo chiacchierato con Stefano Benni di pescatori, bugie, immaginazione. Quelli che potete leggere di seguito sono alcuni passi scelti. L’edizione integrale la trovate qui.

“I pescatori sono dei bugiardi architettonici, hanno tutta una struttura della bugia. Ho coniato apposta per loro questa famosa legge del coefficiente di retrodilatazione del pesce narrato: quando un racconto comincia il pesce è due metri, ogni minuto che passa il pesce si restringe di qualche centimetro e alla fine si ottiene un pesce di un metro. A questo punto si divide per due e quella è la reale lunghezza del pesce. È una metafora dell’immaginazione.
“Nell’immaginazione ci sono due mostri. Uno è l’Aleph. Ognuno partecipa all’immaginazione di tutti, legge libri che altri hanno scritto, ed è bellissimo poter partecipare a dei sogni che appartengono a tutti. Poi c’è l’unicità, che non è separatezza e che vuole dire che se io ti chiedo qual è il tuo Pinocchio, qual è la tua Alice nel Paese delle meraviglie, qual è il tuo Don Chisciotte, so che questo è diverso dal mio e che in quanto tale va rispettato.
“Non dobbiamo avere tutti, come fa credere la televisione, le stesse tre o quattro figure in testa. L’unicità della propria immaginazione è assolutamente un diritto dovere perché è qualcosa che ha che fare con la personalità, la capacità di scegliere, con l’autonomia come scelta culturale. E questo non coincide, tranne che in casi rari di snobismo, con una separatezza dagli altri. L’immaginazione o è nutrita dall’Aleph di tutti gli altri o si immiserisce.
“Sulla bugia mi piace ricordare un’altra cosa: gli unici che sembra non debbano dire bugie sono i bambini, e ciò la dice lunga sul fatto che la bugia è un fatto di autorità. I bambini non possono dire bugie, devono dire la verità! Poi, quando sei grande, Previti, Clinton [anno 1998, ndr …] più che bugiardo sei [considerato] furbo, astuto. Quando la bugia è “produttiva” in qualche modo è accettata: quello che ci spaventa nella bugia del bambino è l’idea che non ci dica la verità, che non riconosca la nostra autorità”.

Tollerante. Anzi no, ospitale

Ottobre 1912. Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. [ … ] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

Marzo 2009. L’azienda dove lavora Emilia continua a crescere e a Brescia la sua esperienza può essere di grande aiuto. Due settimane di lavoro intenso. Tanti stimoli. Saperi e idee con le quali confrontarsi.
Accade una sera. I due giovani colleghi che parlano di “slavi” come di diavoli venuti su dalle più profonde viscere della terra. Emilia sente i muscoli tendersi. Nel suo lessico “slavo” uguale persona di razza inferiore, sporca, che ruba e violenta, semplicemente non esiste. È lì pronta allo scatto quando uno dei ragazzi le dice “a proposito, tu sei di Napoli, ma voi l’acqua ce l’avete?”. Starà scherzando? Farà sul serio? Talvolta è difficile rassegnarsi al peggio. “Non ti sarai mica offesa?, pensavamo fosse come in Sicilia dove spesso l’acqua non c’è” insiste l’altro. Non c’è dubbio. Fanno sul serio. Cetto La Qualunque direbbe “non vi sputo se no vi profumo”. Virgilio “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Emilia di norma se li mangerebbe vivi. Questa volta no. L’amarezza è troppa. Non trova le parole. Si ritrova vinta dal silenzio.

Giugno 2009. Il mio amico Antonio Riolo mi invia la mail che racconta della relazione che mi ricorda la storia di Emilia D. Troppe volte ritornano, mi viene tristemente da pensare. Mi soccorre Derrida, la sua idea di chiedere all’Europa di non fermarsi alla tolleranza (il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella “sua” casa) e di procedere verso quell’ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Il suo mi sembra un grido di speranza e di responsabilità. La speranza di un’Europa ancora capace di sognare. La responsabilità di fare ciascuno ogni giorno qualcosa affinché il sogno, centimetro dopo centimetro, diventi realtà.

Partecipare è giusto

Sulle strade della democrazia le scorciatoie davvero non esistono, in particolar modo quando le aspettative di futuro sembrano restringersi piuttosto che ampliarsi. Sta di fatto che mai come in questa fase l’esercizio della cittadinanza richiede responsabilità, impegno, continuità, coerenza, rispetto per le regole. Al tempo della modernità liquida non basta essere cittadini in sé, ma bisogna essere, sentirsi, diventare, cittadini per sé, possedere cioè una concezione e una consapevolezza alta dei diritti e dei doveri della cittadinanza. Proprio così. Se, come sostiene Bauman, “un punto possibile di approdo può essere quello di tornare a dare valore all’agorà greca, arrestando la sua privatizzazione e spoliticizzazione e riprendendo il discorso sul bene comune”, un primo passo nella direzione giusta è quello che, con il sostegno delle nostre parole e delle nostre azioni, ci consente un esercizio di responsabilità. E ciò suggerisce probabilmente qualcosa di importante circa la necessità di rendere ragionevole, percorribile, interessante, motivante, conveniente, la scelta di partecipare.
Fare le cose per bene perché è così che si fa; non tirarsi indietro; rinunciare ad ogni alibi o giustificazione di carattere culturale, economico, sociale; rispettare sempre e comunque, a prescindere, le regole: non è più solo una questione di sensibilità, di solidarietà, di civiltà, è una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse del fornaio di Smith, che ci permette di trovare il pane caldo ogni mattina.
L’interesse dell’Ulisse Shakespeariano consapevole che “nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri, né può da sé farsene alcuna idea, finché non le veda riflesse nell’applauso che le propaga”. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. L’interesse a ripristinare il dialogo, nel senso che abbiamo ereditto da Hans George Gadamer, per il quale “dialogare significa varcare una distanza, riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità per incontrarlo e comprenderlo”. L’interesse a farlo qui, nella ricca fetta di mondo nella quale viviamo. Ora, mentre fuori dalle nostre finestre le cose del mondo ci appaiono sempre più interdipendenti e globali.

Face Brolo Book

Fine aprile 2009. Sera. Cerco di sapere qualcosa di più su Brolo, il comune dove sono stato chiamato a partecipare, per conto della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, all’iniziativa, promossa dal Sindaco Salvo Messina e dal consiglio comunale con la partecipazione attiva del sindacato, “1° Maggio 2009. Una festa tanto attesa”.
In casi come questi Wikipedia si rivela più utile che mai. La pagina dedicata a Brolo comincia così: “Brolo (Brolu in siciliano) è un comune di 5.646 abitanti della provincia di Messina”. Ed è così che il piccolo comune siciliano entra ufficialmente a far parte della mia geografia.
Perché vi racconto tutto questo?
Perchè quello di Brolo è stato un 1° Maggio particolare.  L’occasione da un lato per ricordare e per così dire “riabilitare”, con tanto di “revisione” degli atti processuali e di consegna agli eredi di pergamena, i quindici operai che nel 1921 vennero ingiustamente condannati per la loro partecipazione allo sciopero contro il licenziamento di un giovane operaio, finito tragicamente con l’uccisione di una bambina di 10 anni, Angela Barà; dall’altro per connettere l’importanza del lavoro, il suo valore, in una giornata emblematica come il 1 Maggio, ad un atto di riappropriazione collettiva di un pezzo della propria memoria e della propria storia.
Questione di identità. Di valorizzazione di quella risorsa preziosa che ci permette di sapere chi siamo. Questione di cerchie di condivisione. Di valorizzazione dei contesti nei quali ci riconosciamo con altri e ci sentiamo in buona compagnia.
Identità e condivisione che emergono forte dalla discussione, dalla demo di un possibile film di Italo Zeus, dalla bellissima poesia  in siciliano che il consigliere Enzo Avena ha scritto per ricordare quei fatti.
L’aspetto ancora più interessante è che per Brolo tutto questo non è un episodio ma fa parte di un progetto politico che punta molto sul rapporto tra memoria e futuro.
Nasce così l’idea di istituire una Biblioteca Multimediale, diretta in primo luogo ai più giovani, e di intitolarla a Rita Adria. Nasce da qui il progetto “Io Ci Sono”, che a partire dall’11 maggio intende “fermare” in una grande istantanea tutti le facce e dunque le storie dei brolesi residenti e di pubblicare poi le foto in un libro che il Sindaco Messina ha voluto definire la prima grande novità editoriale del 2010.
Brolo. Dove facebook diventa realtà.

Fermate il tempo, voglio scendere

Ebbene sì. Il tempo inafferrabile, che è la misura di tutte le cose, che tutto toglie e tutto dà, non è stato e non è sempre lo stesso tempo né dal punto di vista scientifico, né da quello filosofico, né, tanto meno, da quello sociale.

Basta pensare ad Albert Einstein e alle sue teorie della relatività ristretta e della relatività generale per rendersene conto. O anche ai 40 anni e poco più trascorsi da quando, era il 1967, nel corso della tredicesima Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure, si è convenuto che un secondo è un intervallo di tempo che contiene 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133. O ancora al fatto che il tempo dei romani non è lo stesso tempo di Benedetto da Norcia, quello dei contadini medioevali non è lo stesso dei lavoratori dell’industria tessile inglese del diciannovesimo secolo, così come quello scandito dall’alternarsi del giorno e della notte non è lo dell’orologio a molla da taschino e poi da polso.

Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché produce effetti sulle nostre vite, in particolar modo in questa fase nella quale i cambiamenti sono più veloci e radicali e il modello sociale fondato sulla stabilità – dei valori, delle istituzioni, dei rapporti sociali e umani – vive una profonda crisi.

Viviamo il tempo dei senza tempo. In cui non basta fare presto. Bisogna essere veloci. A prescindere. Sempre di più. A ogni età.

Hai già 6 anni? La scuola e i compiti, tutti i giorni; sport, teatro o ballo, due o tre volte a settimana; l’appuntamento col dentista per registrare la macchinetta il mercoledì; il cinema o la festa di compleanno di qualche compagno di classe il sabato; la domenica col papà.

Correre, correre, correre ancora. Per andare dove?

In una bellissima storia di Dylan Dog, il fumetto culto delle generazioni post Tex Willer, l’indagatore dell’incubo si trova alle prese con una categoria molto speciale di morti viventi. Diversamente dai loro colleghi dei film dell’orrore, canonicamente assettati di vendetta e di sangue, gli inquilini del cimitero di Lowhill ritornano alla vita semplicemente perché intendono recuperare tempo, quello che non hanno speso bene nel corso della loro vita, impegnati come erano a correre avanti e indietro, giorno dopo giorno, come forsennati.

E se provassimo a scendere alla fermata prima?

Un Presidente chiamato cavallo

Ci vorranno poco più di 4 anni. Quelli necessari affinché gli abitanti di Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole, da cui dista per l’appunto 4,2 anni luce, possano leggere, grazie ai lori potentissimi supercannocchiali atermici intelligenti, i commenti seguiti alla consultazione elettorale per l’elezione del Presidente dell’isola culla della civiltà nuragica (da Nuraghes, torri in pietra di forma tronco conica risalenti al II millennio a.C.).

Di certo non rimarranno sorpresi. Loro hanno un altro modo di valutare le cose e di misurare il tempo. E poi di quel curioso Paese a forma di stivale sanno praticamente tutto. A scuola i ragazzi ne studiano la storia e la cultura e i musei sono pieni di opere d’arte che riproducono fedelmente i capolavori di Leonardo, Michelangelo, Raffaello. Che ad un certo punto ci sia stato quel Gaio Giulio Cesare Germanico, come si chiamava, Caligola, sì, lui, il terzo imperatore di Roma, quello che tra le tante stravaganze pare avesse eletto Senatore un cavallo, in fondo cosa importa. Non è stato mica l’unico scellerato comparso sulla Terra. Anche a considerarne solo il pezzetto chiamato Europa che dire di Hitler e Stalin, tipacci che al confronto Caligola è quasi un’educanda.

Eppure c’è chi giura di averli visti corrucciati. A causa di quello strano ometto che imperversa nelle Tv dispensando ottimismo a piene mani anche nelle situazioni più improbabili. Non è particolarmente importante, né lo è il suo paese. Non è neanche particolarmente alto, nonostante una comprovata abilità con tacchi e scalini. Non è particolarmente giovane o bello, nonostante il disperato feeling con il lifting. Eppure piace. Vince. Convince. Dove arriva lui tutto diventa torbido. Indistinto. Si omogeinizza. Si confonde. L’opposizione? Sbiadisce. Si smacchia. Sparisce. Nonostante laser e supercannocchiali.

Facciamo un esempio? Nell’isola dei Nuraghes lo strano ometto è riuscito a far eleggere un Signor N. N come Nessuno. Senza che nessuno si sia scandalizzato. Anzi. In molti l’hanno considerata la prova provata della sua potenza.

A Proxima Centauri ancora non lo sanno. Ma hanno deciso di fare del 2010 l’anno di George Orwell. La Fattoria degli Animali al posto della Divina Commedia. 1984 invece del Don Chisciotte. Non è che ci siano pericoli. Ma è sempre meglio ricordare.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche | Thomas S. Khun

29. Scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore.

38. La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione.

40. Lo scienziato che scrive ha maggiori probabilità di veder danneggiata la propria reputazione professionale che di accrescerne il prestigio.

66. Michael Polanyi ha argomentato che gran parte della riuscita di uno scienziato dipende da una conoscenza tacita, cioè da una conoscenza che è stata acquisita attraverso la pratica e che non può venire articolata esplicitamente.

75. La ricerca governata da un paradigma deve essere una maniera particolarmente efficace di introdurre cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la elaborazione di un altro insieme di regole.
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1979, pag. 75

76. La scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta. L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente additivo, della teoria; finché  tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

89. L’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma.

103. Una volta raggiunto lo status di paradigma, un teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto.

105. Abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa.

117. Coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure nuovi arrivati nel campo governato dal paradigma che essi modificano.

119. Consideriamo qui rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.

119. Le rivoluzioni scientifiche sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada.

138. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche alcune indicazioni indispensabili per costruirlo. Allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte.

138. Poiché nessun paradigma risolve mai tutti i problemi che esso definisce e poiché non succede mai che due paradigmi lascino irrisolti proprio gli stessi problemi, le discussioni su paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Questione dei valori.

140. In periodi di rivoluzione, quando a tradizione della scienza normale muta, la percezione che lo scienziato ha del suo ambiente deve venire rieducata: in alcune situazioni che gli erano familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt. Dopo di che, il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui era vissuto prima.

180. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabolario e dell’apparato, sia concettuale che operazionale, che aveva appartenuto al paradigma tradizionale. Ma raramente essi usano questi elementi ereditati dalla tradizione in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termini, concetti ed esperimenti entrano in nuove relazioni tra di loro.

190. Il punto in discussione consiste invece nel decidere quale paradigma debba guidare la ricerca in futuro, su problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente. Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, avere fiducia che l nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che l vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.

213. Il termine paradigma compare molto presto nelle pagine precedenti e la maniera in cui viene introdotto è intrinsecamente circolare. Un paradigma è ciò che viene condiviso da una comunità scientifica e, inversamente, una comunità scientifica consiste di coloro che condividono un certo paradigma.

214. Una comunità scientifica consiste di coloro che praticano una comunità scientifica.
I membri di una comunità scientifica vedono se stessi e sono visti dagli altri come gli unici responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, compreso l’addestramento dei loro successori.

217. Un paradigma governa, innanzitutto, non un campo di ricerca ma piuttosto un gruppo di ricercatori. Qualsiasi analisi di uan ricerca scientifica che sa governata da un paradigma o che infranga un paradigma deve cominciare cn l’individuare il gruppo o i gruppi responsabili.

218. Una rivoluzione è una specie molto particolare di cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal gruppo.

219. Le crisi non sono necessariamente prodotte ad opera della comunità che ne fa l’esperienza e che talvolta subisce una rivoluzione in conseguenza di esse.

225. Se tutti i membri di una comunità rispondessero a ciascuna anomalia considerandola come una causa di crisi o abbracciassero ogni nuova teoria avanzata da un collega, la scienza cesserebbe di esistere. Se, d’altra parte, nessuno reagisse alle anomalie o a teorie assolutamente nuove in materie che comportano alti rischi non vi sarebbe quasi nessuna rivoluzione. Il situazioni come queste il ricorso a valori comunemente condivisi anziché a regole comuni che governano la scelta individuale può essere la maniera in cui la comunità distribuisce i rischi e assicura il successo duraturo della sua impresa.

230. La natura e le parole vengono conosciute assieme. Per fare uso ancora una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, il risultato d questo processo è una tcita conoscenza che viene appresa facendo scienza piuttosto che acquisendo regole per farla.

232. Stimoli molto differenti possono produrre e stesse sensazioni; lo stessos timolo può produrre sensazioni molto differenti; il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione.

238. Nell’uso metaforico non meno che in quello letterale del vedere, l’interpretazione comincia là dove finisce la percezione. I due processi non sono gli stessi, e che cosa la percezione lasci all’interpretazione perché la completi, dipende essenzialmente dalla natura e dalla misura della esperienza e dell’educazione precedenti.

244. Tradurre una teoria o una concezione del mondo nel proprio linguaggio non equivale a farla propria. Per ottenere questo effetto bisogna naturalizzarsi nel nuovo linguaggio, bisogna scoprire che si pensa e si opera in, e non semplicemente si traduce da, un linguaggio che precedentemente era straniero.

246. Presi come gruppo o in gruppi, coloro che svolgono attività all’interno delle scienze sviluppate sono fondamentalmente dei solutori di rompicapo. Sebbene i valori cui essi fanno ricorso nelle situazioni in cui si tratta di scegliere una teoria derivino anche da altri aspetti della loro attività, la dimostrata capacità di formulare e risolvere rompicapo presentati dalla natura è, nel caso di conflitti fra valori, il criterio dominante per la maggior parte dei membri di un gruppo scientifico.

247. Si ritiene di solito che una teoria scientifica sia migliore di quelle che l’hanno preceduta non solo nel senso che essa costituisce uno strumento migliore per la scoperta e la soluzione di rompicapo, ma anche perché in un certo modo essa fornisce una migliore rappresentazione di ciò che la natura è realmente.

251. La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.

Lo straniero

“Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero anche se a voi non sembrerà”. Il verso è di Georges Moustaki. L’anno il 1969.  “Lo straniero” il titolo della canzone, traduzione niente affatto letterale di “Le Meteque”,  primo posto nella Hit parade italiana, oltre 500 mila copie vendute in Francia.

Quello che non tutti sanno è che l’idea della canzone nasce come risposta del cantautore greco naturalizzato francese a una signora che aveva la pessima abitudine di troncare le loro conversazioni, quando le opinioni di Georges non le piacevano, con un antipatico tendente al razzista “tais-toi, tu es un métèque” (taci tu, tu sei un meticcio).

Le ragioni per le quali vi raccontiamo tutto questo sono solo in parte evidenti. Evidente, anche solo a leggere le cronache, è che la banalità del male si annida dappertutto, va contrastata colpo su colpo; che lo straniero non deve avere necessariamente la pelle nera, gialla o rossa; che ci si può sentire stranieri anche vivendo da oltre 20 anni in una civilissima città del Centro Nord, come nel caso di un dirigente della locale Camera del Lavoro che in un bar del centro si è sentito dire, in risposta ad un parere espresso sul tema immigrati e sicurezza, “tu non puoi parlare perché sei del Sud”.

Meno evidente è l’idea che, aldilà dei nostri bisogni di semplificazione quotidiana, di segregazone, di differenziazione, occorrerà immaginarci come “immigrati spinti dal caso o dal destino su un territorio che non è il nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartiene”, come scrive Richard Sennett nel prologo de “L’uomo artigiano” (Feltrinelli 2008), per cambiare l’approccio con le limitate risorse del mondo e migliorare il nostro futuro.

Ma forse si può andare ancora più là. Fino a incrociare Levinas e l’idea che “l’origine dell’esistenza etica è la faccia dell’altro, con la sua richiesta di risposta; l’altro diventa il mio prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia mi chiama”.

Io, tu, lui, noi. Con queste facce da straniero.

Merit / Merito

Just look at the covers and headlines of the main weeklies and tabloids, at the most popular TV shows, at the mad scramble for even 15 seconds of fame, at quiz contestants trying to guess the number of beans in a jar; or at the day
traders now bereft of the internet ideology. It’s nice being rich. It gives prestige and social recognition. It’s worlds away from the effort of those who have a job or a profession, or write an article or a book, or paint a picture. And it has nothing in common with the demanding life of a businessman. The advantage is that everyone can dream of making it. The truth is that more people are born rich than become it, that the need of many is the dark side of the force of the wealth of few in a world that by definition does not have infinite resources, and that all this is hard to reconcile with the criteria of justice that should inform democratic, open societies in this controversial opening of the third millennium. The truth is also that an apology for wealth does not make any less common “the sensation of being sucked into a vortex in which all realities and values are annulled, exploded, deconstructed and recombined; an underlying uncertainty about what is fundamental,
what is valuable, and even what is real”.
The idea is that we can try to do much more – rewarding merit and reducing, if not actually eliminating, the inequalities that originate in our social organisation. It is a difficult idea, as we have often seen, particularly in Italy. But being aware that “encouraging merit in Italian society is not easy”, and that “in Italy the two essential values of merit, making individuals responsible for their actions and equal opportunities, are replaced by values of uncritical solidarity and weak permissiveness” does not mean giving up the urgent task of affirming the value of merit and fighting for fairer societies in which there is less inequality and more respect, in which education is more important than wealth, and the social recognition of what people know and can do is an essential part of a deep sense of personal selfesteem and of organisations’ sensemaking processes. Societies which reward the pleasure, at every level, of doing things properly because that is how they should be done.
All this suggests at least three further questions, that we might refer to the organisation of talent, to the definition of the educational system, and the search for strategies and actions that concretely guarantee equal opportunities for all in expressing and making the most of their talent throughout their lives.
The crux of the question is here, in my view, the point that will decide the country’s chances of making a radical change and suiting the word to the deed.
One thinks of Guido Dorso, and of the hundred men of steel with strong moral impulses and will, with clear ideas and programmes, who he thought should be entrusted with the Fate of southern Italy; of his praise of the concrete, what has always been lacking in southern intellectuals, with the result that none of the hundred revolutions that they had imagined has ever come to anything.
One thinks of Vincenzo Cuoco, and his idea that a revolution should be “desired and carried out by the whole nation for its need and not just be someone else’s gift”. A revolution that should represent a need and not a gift, because only then do people really choose the terrain of responsibility and involvement, indispensable factors for any change that aspires to be lasting.
One thinks of Dorso and Cuoco because affirming the culture and practice of merit in Italy’s institutions and society really is a revolution, and, as such, will not be a picnic. It will need men of steel, clear ideas and programmes, the responsible involvement of everyone taking part, and policies designed to eliminate any kind of access barrier.

Basta guardare alle cover e ai titoli dei principali settimanali e tabloid. Ai contenuti dei format televisivi di maggiore ascolto. Ai cacciatori di celebrità formato cluster da 15 secondi. Al popolo dei quiz pronto a indovinare il numero di lenticchie contenute in un vasetto. Ai day trading orfani della edeologia di internet. Essere ricchi è bello. Dà prestigio. Riconoscimento sociale. Niente di paragonabile con la fatica di chi ha un lavoro o un impiego, svolge una professione, scrive un articolo o un libro, dipinge un quadro. Niente a che vedere con il mestiere pur sempre impegnativo di imprenditore.
Il vantaggio è che tutti possono sognare di farcela. La verità che si nasce ricchi molto più di quanto lo si diventi. Che il bisogno di molti rappresenta il lato oscuro della forza della ricchezza di pochi in un mondo che per definizione non ha risorse infinite. Che tutto questo si concilia assai poco con i criteri di giustizia che dovrebbero informare società democratiche, aperte, in questo controverso inizio di terzo millennio. Che l’apologia della ricchezza non rende meno diffusa «la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale».
L’idea è che si possa provare a fare decisamente di più. Dando valore al merito. Riducendo, se non proprio eliminando, le disuguaglianze che trovano la loro origine nell’organizzazione sociale. Idea difficile, come abbiamo visto a più riprese. In particolar modo nel nostro Paese. Ma essere consapevoli che «far sorgere il merito nella società italiana non è compito facile», che «i due valori essenziali del merito, responsabilizzazione degli individui sulle  proprie azioni e pari opportunità, sono da noi sostituiti da valori di solidarietà acritica e permissività lassista133» non vuol dire rinunciare alla possibilità, al compito, all’urgenza di affermare il valore del merito, di battersi per società più giuste. Società in cui ci siano meno disuguaglianze e dunque più rispetto, nelle quali l’essere colti sia più importante dell’essere ricchi, il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare sia una componente essenziale del senso profondo di autostima delle persone e dei processi di costruzione di senso delle organizzazioni. Società nelle quali si assegna un punteggio elevato al piacere, a ogni livello, di fare le cose per bene perché è così che si fa.
Tutto questo suggerisce almeno tre questioni ulteriori, che potremmo riferire all’organizzazione del talento, alla qualificazione del sistema educativo, all’individuazione delle strategie e delle azioni atte a garantire concretamente
a ciascuno eguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita. Sta qui l’aspetto dirimente della questione. Il punto sul quale si gioca buona parte delle possibilità di fare il salto di qualità, di passare dalle parole ai fatti.
Viene da pensare a Guido Dorso. Ai cento uomini d’acciaio animati da forti impulsi morali e da forte proiezione della volontà, con idee e programmi chiari, ai quali egli pensava dovessero essere affidate le sorti del Mezzogiorno d’Italia; al suo elogio della concretezza, quella che è storicamente mancata agli intellettuali meridionali e che ha fatto sì che non una delle cento rivoluzioni che essi avevano fatto nelle loro teste fossero concretamente realizzate.
Viene da pensare a Vincenzo Cuoco. All’idea che una rivoluzione deve essere «desiderata e conseguita dalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono». Una rivoluzione che deve rappresentare un bisogno e non un dono, perché solo in questo caso le persone scelgono consapevolmente il terreno della responsabilità e della partecipazione, fattori indispensabili per ogni cambiamento che aspiri ad avere un carattere duraturo.
Viene da pensare a Dorso e a Cuoco perché affermare la cultura e la pratica del merito nelle istituzioni e nella società italiana è davvero una rivoluzione e, come tale, non sarà un pranzo di gala. Richiederà uomini d’acciaio. Idee e programmi chiari. Partecipazione responsabile dei soggetti coinvolti. Politiche tese a eliminare ogni tipo di barriera all’accesso.

Making sense

The processes of conferring sense allow us to interpret, understand and activate the environments in which people operate and with which they interact.
Chaplin’s “speech to mankind” in The Great Dictator is one of the most marvellous, moving and involving examples of sensemaking of all times.
If is true, as Weick affirm, that sensemaking begins with a sensemaker, as much that the organization that involve oneself in sensemaking processes is, as such, an organization more capables to construct meaning, create knowledge and make decisions.

Anno nuovo. Elogio del vecchio

Napoli. Non solo Forcella, i Quartieri Spagnoli, Secondigliano. Anche Bagnoli. Antignano al Vomero. I Calmaldoli. Se metti per una volta da parte i problemi, anche solo come augurio per il nuovo anno, e vai in cerca di facce e voci quotidiane, ti potrà capitare di incrociare la signora che si complimenta con la giovane mamma ’e rimpetto (di fronte) dicendole “guarda a stu criaturo, me pare nu viecchio”. Dite che Napoli è una città nel bene e nel male particolare? Vero. Ma nel caso specifico non pertinente. A Milano, a Roma o a Palermo cambierebbe il dialetto ma non la sostanza. E a Londra al mio amico Fabrizio chiedono How old is he quando vogliono sapere l’età del suo Luca. E lui, ormai londinese provetto, risponde He is five years old. Proprio così. È vecchio di cinque anni.

Non ci siamo abituati eppure è vero: non è affatto inevitabile usare il termine vecchio come sinonimo di decrepito, logoro, inutile, in disuso, prossimo alla fine. Vecchio è anche ciò che dura e per questo ha valore, come dimostra il nostro interesse a visitare vecchie città, a custodire vecchi volumi, ad ascoltare vecchi long playing che girano su vecchi giradischi che si pensava sconfitti per sempre dall’avvento dei compact disc. Da vecchi, come racconta Hillman (La forza del carattere, Adelphi), portiamo a compimento il nostro carattere e  realizziamo il nostro destino. Se ancora non basta è utile ricordare che vecchio non è necessariamente il contrario di nuovo e che ciò che è nuovo non è per ciò stesso bello, desiderabile, positivo né una promessa “a prescindere” di   esiti migliori di quelli precedenti. La frequenza con la quale vengono dati nomi nuovi a contenitori, concezioni e modi di fare politica in realtà assolutamente tradizionali suggerisce a questo proposito qualcosa di significativo. Ne aveva scritto Sartori un pò di anni fa mettendo in guardia dall’insorgente novitismo, dalla ricerca ossessiva del nuovo ad ogni costo.

Fermiamo il mondo voglio scendere? Niente affatto. Si tratta piuttosto di dare valore alle cose più che ai loro nomi. Di usare le parole nel modo giusto per dare più senso e significato alle nostre esistenze. Di vivere vite con più radici, più carattere, più relazioni e dunque più futuro.

Every Breath You Take

I Rem cantano Bad day. Il telefono racconta di nuove possibili complicazioni.
Proprio così. Nei discount del dolore niente saldi. Si paga sempre a prezzo intero. Non è prevista ragione. Giustificazione. Senso. Accade. Ci addolora. Ci stravolge. Ci costringe a ridefinire ciò che per noi vale.
Mi appendo alle parole del mio amico R. La situazione della signora S. è seria ma non è compromessa. C’è spazio per la possibilità. Per la speranza.
Gli U2 cantano Beautiful day. Un giovane nero mi viene incontro. Penso che in questa città anche la carità riesce ad essere invadente. Provo fastidio. E’ a quattro – cinque passi da me e già comincio a dirgli che non ho soldi. Lui fa segno che ha fame. Io ripeto che non ho nulla, che non è giornata, che sono nervoso, che non ce la faccio più ad essere infastidito decine di volte al giorno da persone di varie età e di varia umanità che mi chiedono la carità, che non posso essere io a risolvere i problemi di tutti.
Siamo di fronte. La mia faccia e la sua. Mi da la mano. Mi ringrazia.
Procedo oltre. Due – tre passi ancora. Finalmente mi vergogno. Mi giro. Lo chiamo. Gli do 5 euro. Riprendo la mia strada. Penso che poco meno di un terzo del mio budget giornaliero se n’è andato così. E che lui non ha risolto nulla. Mi sono chiesto perché. Mi sono risposto perché la sua faccia mi ha chiamato. Penso che va bene così. Sting canta Every Breath You Take.

Collaborative Management (CM)

Collaborative Management (CM) is a business strategy that aims at networking capacity as an essential component of the competition processes, structurally and humanly, needs a creative synthesis between competition and collaboration, and so rejects the concept of technology without innovation.
The capacity of international collaboration, of coherent national systems, businesses, research institutes, is the crucial factor in competitiveness in this new century.
The winner is the one that gets there first and shows originality of vision and the ability to translate that vision into reality. But the field is so vast that winning is impossible without sharing data, information, points of view and knowledge.
The idea is that in the period of the liquid society, knowledge and the internet, more than ever before competition is not enough to win. People need to collaborate and interact, knowing that many are going to almost reach the finishing post, but, as always, only one is going to win.
A paradigmatic example is Riken’s collaboration with the Encode programme, launched in 2003 by the National Institute of Health (Usa), with the aim of developing new technologies52 for analysing the genome and applying them to 1% of the Dna. When the mapping of the genome was complete, it seemed clear that understanding how it worked was almost impossible: it was like holding a book with a monotonous sequence of 3 billion G, A, C, T53 in a line without knowing where each word begins or ends, and with no idea of the punctuation or the grammar. Identifying the areas that codify by protein meant being able to understand the words. Now we are trying to understand how the words are linked to each other. The next challenge is understanding their logic.
Competition. Since 2001 Riken has been developing its own technology to understand where the mRna  and their promoters are.  Collaboration – such as the Riken technologies that complement those of Encode, and the use by Encode of Riken’s technology for identifying when genes start to be transcribed and the promoters, and understanding how and when the genome acts.
Competition again: the winner is the one who attract the best talents from every part of the world, knowing that to attract the best scientists the living conditions for researchers and the capacity to attract the best young people are important.  Collaboration again. The Riken President’s vision gives very high points to the capacity to reward merit, organise talent, develop the possibilities of collaboration in all its forms, and to do research with institutes and centres of excellence from every part of the world.

Il Collaborative Management (CM) è una strategia di business che punta sulla capacità di networking come componente essenziale dei processi di competizione, che coniuga in maniera creativa competizione e collaborazione, che rifiuta il concetto di tecnologia senza innovazione.
La capacità di collaborazione internazionale dei sistemi paese, delle imprese, delle istituzioni di ricerca, delle imprese è il fattore cruciale di competitività in questo nuovo secolo.
Due le parole chiave: competizione e collaborazione.  Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Ma per vincere bisogna condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.
Paradigmatico l’esempio della collaborazione del Riken con il programma Encode lanciato nel 2003 dal National Institutes of Health (Stati Uniti), con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie per l’analisi del genoma e applicarle a una parte, l’1 per cento del totale, del Dna. Completata la mappatura del genoma, è apparso evidente che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né dove comincia né dove finisce ciascuna parola, senza avere idea della punteggiatura, né della grammatica. Individuando le regioni che codificano per proteine è stato possibile comprendere le parole. Oggi si cerca di comprendere come le parole sono correlate tra loro. La prossima sfida è comprendere la loro logica.
Competizione: Riken che dal 2001 sviluppa tecnologie proprie per comprendere dove sono gli mRna e i loro promotori.
Collaborazione: le tecnologie Riken complementari a quelle di Encode. L’utilizzo da parte di Encode della tecnologia ideata dal Riken per identificare l’inizio della trascrizione dei geni, individuare i promotori, capire come e quando il genoma agisce.
Ancora competizione: si vince se si è capaci di attrarre i talenti migliori da ogni parte del mondo. Sapendo che per attrarre gli scienziati migliori sono importanti l’ambiente di ricerca, il living environment, la capacità di attrarre i migliori giovani.
Ancora collaborazione: è decisive la capacità di sviluppare in tutte le sue forme le possibilità di collaborare, di fare ricerca, con istituzioni e centri di eccellenza di ogni parte del mondo.

Pensare l’efficacia | Sottolineato e Note a margine

Francois Jullien, Il saggio è senza idee, Einaudi, 2002, pag. 109, Euro 10.00
Filosofia | Saggezza

Paragrafi
Un’alternativa nella cultura | Lo sconvolgimento del pensiero | Riaprire altri possibili nel proprio spirito | Per essere efficaci: modellizzare | O appoggiarsi sui fattori “portanti”: “surfare” | Domanda: quali sono i limiti di fecondità del modello? | La conduzione della guerra, non essendo modellizzabile, è forse per questo incoerente? | Nelle “Arti della guerra” cinesi: la nozione di potenziale della situazione | Sul coraggio: qualità intrinseca o frutto della situazione? | Valutazione – determinazione | Mezzo – fine | O condizione – conseguenza | Elogio della facilità | Processo: meditare sulla crescita delle piante | Modalità strategiche: l’indiretto e il discreto | Sul versante europeo: azione, eroismo, epopea | Sul versante cinese: il non agire | Azione / trasformazione | Mitologa dell’evento | Si tratta di empirismo? | Anche un contratto è in trasformazione (ma ance l’amicizia è un processo) | Progresso / Processo | Come pensare l’occasione? | Traslazione: efficacia / efficienza |   Obiezioni | La lunga marcia è un’epopea? | Cercare un margine per sopravvivere (anziché sacrificarsi) | Deng ha “trasformato” la Cina | Che cos’è un grande politico?

Filosofia | Saggezza
Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), sensa posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano
La filosofia è storica | La saggezza è senza storia
Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimugnata, “assaporata”)
Generalità | Globalità
Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza
Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)
Senso | Evidenza
Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente
Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa
Rivelazione | Regolazione
Dire | Non c’è niente da dire
Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)
Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)
Libertà | Spontaneità (sponte sua)
Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)
La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

Che senso che fa

Per chi oggi ha venti anni è difficile persino crederlo. Ma i nostri nonni dovevano fare per forza un nodo al fazzoletto quando avevano qualche incombenza, lavoro, appuntamento da non dimenticare. I post-it sarebbero stati “inventati” solo molti decenni dopo. Cazzuole, zappe,  chiavi semplici e doppie, a becco, ad anello, combinate, a tubo, a bussola, regolabili, snodate, a stella erano d’uso assai più comune delle penne. E coloro che erano soliti scrivere su un pezzo di carta “non dimenticare di comprare il pane” erano decisamente una minoranza. Poi arrivò László József Bíró, che osservando la scia lasciata da un pallone che continuava la sua corsa dopo essere finito in una pozzanghera ebbe l’idea della penna che ha cambiato il rapporto tra scrittura e popolo. Solo nel 1943 László József riuscirà a brevettare la biro (tra i primi a denominarla in questo modo sarà il grande Italo Calvino), ma gli elevati costi di produzione porteranno lui e il fratello György, che si era occupato della giusta viscosità dell’inchiostro (questione poi risolta grazie a Andor Goy), a vendere il brevetto al barone francese Marcel Bich. Sarà lui ad abbattere i costi del 90%, a presentare, siamo ormai nel 1945, la nuova penna, a commercializzarla in tutto il mondo e a diventare ricchissimo.
Come spesso accade a coloro ai quali la storia riserva la parte dei buoni, László morì povero a Buenos Aires il 24 novembre 1985; in compenso ancora oggi il 29 settembre, giorno del suo compleanno, in Argentina si festeggia il giorno degli inventori.
La morale della storia? Con la seconda metà del secolo breve la penna entra stabilmente a far parte degli utensili di casa. Finchè arriva Altair 8800 e comincia  l’era di sua pervasività il computer, dei telefoni portatili, dei dispositivi senza fili.
Un bip per ogni occasione. SMS, chiamata, videochiamata, mail, Facebook, Skype, Twitter. Cambiano i modi di comunicare e con essi cambiano i nostri modi di attribuire senso e significato, le nostre risposte alle domande circa chi siamo, ciò che c’è, ciò che vale. Questioni di senso. Alle quali dedicheremo la nostra attenzione dal prossimo Mese.

Il sogno di Obama. E di Crichton.

5 novembre 2008. Chicago. USA. A cantare Sweet home Chicago non sono mai stati così in tanti. Neanche al tempo dei Fleetwood Mac, di Eric Clapton, dei Blues Brothers. La festa coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Le attese sono tante. In che misura saranno soddisfatte sarà il tempo a dirlo. Ma per intanto è tornata la storia con la esse maiuscola. Scusate se è poco.

5 novembre 2008. Los Angeles. USA. Muore all’età di 66 anni Michael Crichton. 150 milioni di libri venduti. Noto anche all’amico della porta affianco grazie soprattutto a Jurassic Park.

5 novembre 2008. Kobe. Giappone. Al Riken Center for Developmental Biology Teruhiko Wakayama dirige il Laboratory for Genomic Reprogramming e grazie alla pubblicazione su Pnas (Proceedings of the National Academy of the Usa) dei risultati dell’esperimento da lui diretto riesce nella non facile impresa di conquistare uno spazio sui media di tutto il mondo. Nel giorno di Obama e di Crichton.

Cosa hanno fatto di tanto importante Wakayama e il suo team? Hanno clonato un topo estraendo il dna da una cellula di topi morti e tenuti in un congelatore da 16 anni. Il passo successivo? Provare a preservare specie a rischio. O anche ri-creare specie estinte. Come ad esempio il mammuth. Impresa teoricamente possibile da quando un team di scienziati russi ha ritrovato, l’anno scorso, la carcassa di un mammuth da poco nato conservato per 40 mila anni dai ghiacci della regione artica di Yamalo-Nenetsk.

Naturalmente la strada da percorrere è ancora lunga e difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile. Così come non è stato impossibile clonare un essere vivente partendo da cellule surgelate abbattendo il muro dei danni prodotti dal ghiaccio sul Dna.

E se domani gli scenari fantascientifici immaginati da Crichton diventassero realtà? Saranno maggiori i rischi o le opportunità? Saprà la comunità degli uomini gestire una tale rivoluzione? Difficile dirlo. Il mio amico Alessio pensa che un post-it ci salverà. C’è scritta una frase di Stieg Larsson: “Non esistono innocenti. Esistono solo diversi gradi di responsabilità”. Io non ne sono sicuro. Ma per intanto lo faccio girare.

Persone, processi e contesti

Sono le persone, o per meglio dire i processi che esse attivano con le loro idee, il loro talento, il loro lavoro, con la loro capacità di stabilire relazioni e creare network di qualità o è piuttosto la forza e la consistenza delle strutture nelle quali esse vivono, lavorano, studiano, si divertono a determinare il carattere, i successi e i fallimenti delle organizzazioni?
La risposta di Franco Nori, scienziato con oltre 500 pubblicazioni e oltre 5000 citazioni su riviste come Science, Nature, Physical Review Letters, Nature Materials, Nature Physics, che tra tante altre cose dirige il Digital Materials Laboratory (http://dml.riken.jp) al Riken, istituto di ricerca giapponese di fama mondiale, è decisa, per certi versi persino provocatoria.
Per quanto possa essere un genio straordinario, avere una mente eccezionale, per un ricercatore che vive in Zimbawe, Botswana, Namibia sarà difficile ai confini con l’impossibile che riesca a fare scoperte scientifiche che lasciano il segno.
Al contrario anche una persona mediamente intelligente, naturalmente preparata, che lavora in un laboratorio eccezionale, con molti dati, molti esperimenti, ha parecchie possibilità di vedere il dato anomalo, di fare la scoperta importante. Un laboratorio con queste caratteristiche genera un tsunami di dati e i processi di serendipity, le scoperte per genio e per caso, sono decisamente più probabili dove accadono molte cose, ci sono molti dati, si discutono molte idee, si inseguono molte teorie, si esplorano molte possibilità.
Non è un fatto di modestia o di umiltà, insiste. È che l’ambiente, le relazioni con i colleghi, la qualità della struttura, hanno un’incidenza enorme sulla possibilità di conseguire risultati in ambito scientifico.
Naturalmente, concede infine, il segreto sta nella combinazione dei due fattori: genio e impegno delle persone, ambiente – organizzazione fertile che permette al genio e all’impegno di germogliare, di esplorare possibilità, di scoprire vincoli, analogie e legami inediti fra fenomeni precedentemente non collegati fra loro.
E voi, cosa ne pensate?

Tra la via Riken e l’Europa

Quello che qui di seguito potete leggere è il paragrafo finale di un lungo articolo apparso sul n.3 del 2008 di Quaderni di Rassegna Sindacale dal titolo Tra la va RIken e l’Europa. Lavoro scientifico, organizzazione della ricerca, cultura del merito, valorizzazione del talento

Si potrebbe concludere il nostro racconto con la definizione di un possibile, provvisorio elenco di priorità che sottolinei la necessità di:
investire di più e meglio nella ricerca, definire le risorse e l’attività ordinaria, pianificare il reclutamento, migliorare la capacità di collaborazione e di networking a livello internazionale, attivare processi di collaborazione competizione;
fare dell’Italia un paese attraente per chi fa ricerca, adottare scelte e definire strategie che puntino ad attrarre l’interesse degli investitori, favorire l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi;
attivare call internazionali allo scopo di portare l’esperienza, il know how, le capabilities degli scienziati più bravi nel nostro paese e di metterle al servizio dei nostri giovani ricercatori, realizzare politiche finalizzate allo scambio di giovani ricercatori, attirare i migliori giovani ricercatori di ogni parte del mondo, quelli che vanno dove ci sono opportunità vere, realtà estremamente qualificate e organizzate, educatori in grado di aiutarli a crescere, a diventare autonomi;
selezionare i luoghi e le strutture alle quali concretamente affidare la mission di innescare questi circuiti virtuosi, ampliare le opportunità per le istituzioni e le organizzazioni, università e imprese in primo luogo, che intendono dedicarsi all’innovazione.
Ci piace invece concludere ritornando a Calvino, al suo elogio della leggerezza, alla sua visione della scienza  per chiederci se non sia proprio la società leggera la risposta alla società liquida, il polimorfismo vivace e mobile l’alternativa al conformismo opaco e bituminoso, la forza dei valori, delle idee, delle connessioni l’antidoto alle paludi dell’anomia, dell’incertezza, dell’insicurezza.
L’idea è che in Italia sia possibile creare le condizioni, se si sceglie di connettere la bellezza, l’intelligenza, la creatività, lo spirito di iniziativa, la capacità di innovazione, il talento, che c’è, con una diversa cultura e modalità di organizzazione e di gestione dell’università e della ricerca scientifica, per sviluppare ambienti socio cognitivi serendipitosi, per attivare processi virtuosi «per genio e per caso» e determinare, in un arco credibile di tempo di 10-15 anni, un nuovo rinascimento. Naturalmente, anche solo la possibilità che ci siano tanti Serendipity Lab nel nostro futuro è strettamente correlata alla volontà delle istituzioni, delle università, delle parti sociali, di interpretarne la necessità, di accompagnarne la crescita favorendo la propensione a (ri)definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali chi fa ricerca opera, a incentivare la voglia di fare rete. L’idea, in definitiva, è che una società che sa dare valore al futuro, al lavoro, al rispetto, al merito è in grado, perciò, di dare più senso, profondità e credibilità a tale prospettiva.

Ulisse controluce

Chi si ricorda chi è Jerry Donohue scagli pure la prima pietra. A tutti gli altri diciamo noi che si tratta del giovane cristallografo americano che da a Watson e Crick la dritta giusta per arrivare per primi alla struttura a doppia elica del DNA. Sorpassando proprio sulla dirittura d’arrivo l’uomo che aveva condotto la maratona dal primo metro, Linus Pauling, lo scienziato che se la scienza, come la vita, fosse una faccenda lineare avrebbe sicuramente meritato di vincere.
Come potè il giovane Jerry riuscire nell’impresa? Osservando che la struttura della guanina (uno dei 4 componenti del DNA) così come era rappresentata sulla monografia di James N. Davidson utilizzata da Watson presentava un errore. E che invece quella giusta era quella basata sul lavoro di June Broomfield. Pochi giorni ancora e Watson e Crick poterono presentare al mondo il loro famoso modello.
Tutto questo ci da lo spunto per parlarvi dell’importanza dell’osservazione e delle immagini nella scienza. E dunque di Ulisse. Non l’intrepido, affabulatore, polimorfo, astuto, ingegnoso, ingannatore, amatore, vendicativo eroe che siamo soliti attribuire alla fantasia di Omero. Quello magari in una prossima occasione. Ma il portale della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) (http://ulisse.sissa.it) dedicato all’informazione scientifica, alla ricerca, ai suoi protagonisti, nell’ambito del quale potete per l’appunto trovare Controluce, immagini per guardare, descrivere e pensare la scienza (http://ulisse.sissa.it/controluce/index_html), l’iniziativa curata da Ettore Parizon di Immaginario Scientifico di Trieste.
Di cosa si tratta è spiegato molto bene sul sito: “Controluce è una raccolta di immagini scientifiche provenienti dai laboratori di ricerca, scelte e descritte da Ulisse con un lavoro di confronto e di dialogo con gli scienziati che le hanno prodotte”.
Cosa aggiungere ancora? Che ciascuna sezione è suddivisa in tre aree: guardare vicino, dentro, lontano; descrivere oggetti, posti, cambi; pensare elementi, relazioni, spazi. Che il sito è facile da navigare, accurato, interessante e semplice nelle spiegazioni. Che le immagini sono davvero da non perdere.
Buona navigazione.

Elogio del dubbio. E della contraddizione

“Parleransi li omini di remotissimi paesi li uni a li altri e risponderansi”.
Forse, se se ne fosse accorto, Steve Jobs avrebbe utilizzato questa straordinaria profezia di Leonardo, contenuta nel Codice Atlantico, per lanciare il suo iPhone delle meraviglie. O forse no. Il profeta della Mac generation è persona colta e sa che in realtà Leonardo non parla del telefono ma “dello scriver lettere”. E che è piuttosto nei manoscritti dove, disegnando una catena di “citofoni” per trasmettere velocemente notizie, egli scrive: “In cento miglia cento case, nelle quali stia cento guardie, che faranno per sotterranei condotti sentire una novella in tre quarti d’ora”.
Di certo per genio e per curiosità Leonardo ha potuto e saputo vedere cose che noi umani ancora oggi facciamo fatica a immaginare.
Il segreto? Il dubbio, la contraddizione e anche il caso. Proprio così. La capacità di coltivare il dubbio e di non nascondere la contraddizione sono componenti essenziali del progresso scientifico.
Emblematico il caso del chimico torinese Amedeo Avogadro (1776-1856) che vide riconosciuto solo dopo la sua morte, nel congresso di Karlsruhe del 1860, grazie a Stanislao Cannizzaro (1826-1910), il valore delle sue scoperte circa la formazione delle molecole, osteggiate dal barone Jöns Jacob Berzelius, insigne chimico svedese (1779-1848), che non aveva dubbi sulla giustezza delle proprie teorie, in realtà sbagliate.
E che dire dello stesso Codice Atlantico che, come racconta Alessandro Vezzosi (Leonardo da Vinci, Electa Gallimard, 1996), avrebbero potuto portare un ben altro contributo all’evoluzione del sapere in generale e del rapporto tra arte e metodologia della scienza e arte e metodologia della tecnica,
se fossero stati conosciuti e pubblicati come auspicava Antonio De Beatis che, a margine di un incontro con il da Vinci alla corte del re di Francia, presso Amboise, nel 1517, annotò che Leonardo ha tre quadri bellissimi (uno era La Gioconda) e i suoi codici trattano di infinite cose e saranno utilissimi.
La morale della storia? La suggerisce Cartesio: “Il dubbio è l’inizio della sapienza”. Senza dubbio.

Alla ricerca della politica | Revelli | Eguaglianza

1. VI secolo a.C. Otane, Megabizo e Dario, che diventerà re, ucciso l’usurpatore che aveva occupato il trono di Cambise, formulano per la prima volta la celebre ripartizione delle forme di governo in monarchia, aristocrazia, isonomia. Cfr. Erodoto, Bobbio.
1647, Putney, Londra. Carlo I viene giustiziato. Circa 90 uomini, eletti capillarmente nei reparti, discutono, nel pieno della rivoluzione inglese, i fondamenti del nuovo ordine politico cui si intende dar vita. Si discute il Patto del popolo. I Livellatori, ala radicale dei soldati appoggiati da un piccolo numero di ufficiali sostengono il principio della sovranità popolare e del suffragio universale. Secondo tale tesi, caldeggiata dal colonnello Reinborough, tutti gli inglesi debbono essere considerati politicamente eguali. Ad essi si oppongono i Moderati, che, per bocca di Ireton, sostengono invece che a tutti i cittadini spetta l’eguaglianza giuridica e non quella politica e che pertanto il diritto di voto spetta soltanto ai proprietari terrieri.

Alla ricerca della politica | Bovero | Libertà

Premessa metodologica.
Libertà è una parola ambigua. Più le parole sono grosse (parole-chiavi) più sono ambigue. Ci sono filosofi che sostengono che la parola libertà è per sua natura ambigua, perchè ad essa sono associati contestabili giudizi di valore. Non condivisibile.
Hanno piuttosto ragione coloro, tra cui Bobbio e Oppenheim, che considerano possibile e fruttuoso la ricostruzione in termini neutri ed avalutativi il significato del termine libertà.
Per sciogliere le ambiguità di parole e concetti occorre distinguere. Distinguere un concetto dai concetti affini. Distinguere un concetto dai concetti opposti.
Una buona tecnica è quella di chiedersi qual’è il contrario della parola il cui significato stiamo cercando di chiarirci.
Definizioni logiche.
Abbiamo un’idea intutitiva di quale sia l’opposto di libertà? Schiavitù, servitù.
Libero è un soggetto che non è schiavo, non è servo e viceversa. Schiavo e servo sono quasi sinonimi: lo schiavo è in catene, il servo no.
Prima definizione approssimativa: Libero è chi è senza catene, senza lacci, senza vincoli di vario tipo.
Non c’è servo o schiavo se non c’è il potere di qualcuno che li tiene in condizione di servo  o di schiavo.
Il potere del signore è la negazione della libertà del servo e viceversa.
Opposizione concettuale fondamentale: libertà e potere. Cfr. Bobbio.
Anna e Bruna. Anna ha potere su Bruna nella misura in cui condiziona la condotta di Bruna. La condotta di Bruna sarebbe diversa da quella che è se potesse esplicarsi al di fuori del potere di Anna. Bruna, rispetto ad Anna, non è libera. Anna è libera rispetto a Bruna e Bruna non ha potere su Anna. La libertà di Bruna si attua contro il potere di Anna, negandolo in tutto o in parte.
Per conquistare spazi di libertà occorre superare due tipi di ostacoli: obblighi e divieti, impedimenti e costrizioni. La relazione tra potere e libertà va vista in maniera dinamica, con possibili spostamenti di confine.
Anna è libera se Bruna non ha potere su di lei. Ma Anna è libera anche se Bruna si libera. O meglio, ci sono due possibilità: se Bruna fa la rivoluzione, prende lei il potere su Anna; se Bruna si emancipa, si sottrae al potere di Anna ed in questo caso Anna e Bruna sono entrambe libere.
Aspetto della libertà che coincide con il potere su di sè: la mia libertà si realizza per un verso negando aspetti, spazi, dimensioni di potere altrui e per un altro conquistando la possibilità di essere autonomo, cioè di esercitare potere su me stesso.
Benjamin Constant: Libertà degli antichi= partecipazione degli individui al potere politico e all’autodeterminazione collettiva (autonomia di potere su di sè; Libertà dei moderni= godimento individuale di spazi liberi e protetti dal potere altrui, in primo luogo quello politico.
Libertà negativa: una persona può essere definita libera se e nella misura in cui la sua condotta non incontra impedimenti e non subisce costrizioni. (Negativo è un concetto logico e non di valore. Constant: supremo valore positivo le libertà negative; le libertà individuali fondamentali sono anzitutto libertà negative).
Libertà positiva: forma o specie di libertà che coincide  con il potere su di sè, con l’autonomia. Una persona è libera in quanto è in grado di decidere, scegliere.
Perchè sia libertà negativa, dunque, debbono mancare impedimento e costrizione; perchè sia libertà positiva deve esserci capacità di determinare la propria volontà.
Chiarimenti e aprrofondimenti, obiezioni e risposte.
Libertà da e Libertà di sono due definizioni vuote ed ingannevoli.
Un modo per approfondire la distinzione tra le due specie di libertà: la Libertà negativa si riferisce soprattutto alla sfera dell’agire; la Libertà positiva alla sfera della volontà.
L’opposizione logica delle due Libertà non implica necessariamente una loro opposizione assiologica. Del resto, sulla congiunzione di aspetti fondamentali di queste due libertà si fonda la nozione comune di liberaldemocrazia.
Ha davvero senso tenere separate queste due libertà? Si, perchè possiamo incontrare situazioni in cui un aspetto della libertà vige e l’altro no.
E’ opportuno distinguere anche terminologicamente i due concetti, chiamando la libertà positiva Autonomia? No, perchè anche l’autonomia, in quanto definisce la libertà di non essere eterodiretti è a suo modo una libertà negativa.
RIdefinizioni politiche.
Al livello delle relazioni sociali concrete i singoli individui saranno più o meno liberi nel loro agire (L. N.) a seconda che sia più o meno ampio lo spazio di comportamenti permessi dalle norme collettive, principalmente dallo Stato. Cfr. Thomas HObbes e Libertas silentium legis, l’individuo è libero là dove la legge tace. Quando però alcuni spazi di libertà dell’agire sono garantiti, ossia sottoposti alla tutela delle costituzioni, allora certe Libertates non coincidono più con un semplice silentium legis ma diventano verbum legis, esplicita norma costituzionale.
Al livello delle relazioni di ciascuno con sè stesso: l’individuo è autonomo se è in grado di determinare da sè la propria volontà, di dar norme a sè stesso.
Se i singoli individui sono più o meno liberi (negativamente) nel loro agire quanto maggiore o minore è la sfera dei comportamenti permessi dalle norme collettive, gli stessi individui sono più o meno liberi (positivamente) nel loro volere, o meglio autonomi, a seconda che partecipano più o meno direttamente ed efficacemente alla formazione di quelle norme alle quali essi stessi saranno sottoposti (formazione decisioni collettive).
La distinzione tra libertà negativa e libertà positiva tende a presentarsi come distinzione tra la libertà privata o civile e la libertà pubblica o politica.
Hans Kelsen: si può essere sottoposti ad un ordinamento sociale ed essere libero se e perchè c’è libertà politica. La libertà politica come autonomia è l’autodeterminazione dell’individuo mediante la sua partecipazione alla creazione dell’ordinamento sociale: in ciò consiste il principio della democrazia.
Bobbio e quattro grandi libertà dei moderni: la libretà personale, la libertà di opinione e di stampa, la libertà di riunione, la libertà di associazione.
La libertà liberale, spazi di libertà d’azione garantiti e protetti da chiunque, è una forma di libertà eguale, perchè deve essere goduta da tutti in egual misura.
La libertà democratica, la possibilità di partecipare al processo di definizione delle scelte politiche, è una forma di autonomia eguale, perchè la frazione di potere attribuita a ciascun cittadino deve essere equivalente a quella di tutti gli altri.
Libertà liberale e libertà democratica, diritti civili o personali fondamentali e diritti di cittadinanza politica si sostengono a vicenda nelle liberaldemocrazie. Senza libertà civili l’esercizio della libertà politica è un inganno ma senza questa partecipazione le libertà civile fondamentali restano prive di efficace difesa.
Conclusione.
Finchè c’è una costituzione democratica ci viene riconosciuta ed attribuita la libertà. Ci sono mille possibile domande sui condizionamenti, sulle apparenti libertà, sulle possibilità di persuasione più o meno occulta ma proprio perchè ci facciamo tali domande non siamo servi stupidi e contenti e forse siamo anche in grado di riconquistare la libertà. O almeno di provarci.

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