tutti, non proprio tutti, ma quasi tutti gli articoli che ho scritto in questi anni

Austro e Aquilone

Le vie della rete

“Or che bravo sono stato, posso fare anche il bucato?”
Ricordate? Erano ancora gli anni di “Carosello”, e uno strano omino tuttofare faceva irruzione nelle case di milioni di italiani di ogni età, sesso e ceto sociale.
Arrivano i robot
Per molte famiglie fu probabilmente quello il primo approccio con il robot, ma di lì a poco la realtà si doveva ancora una volta incaricare di superare la fantasia, almeno quella rappresentata in quello spot pubblicitario.
Vennero così gli anni d’oro della robotica, con i suoi esperti, dominatori incontrastati di meetings e convegni di mezzo mondo.
Il Paese “dove il dolce sì suona” ancora una volta si divise. Certo non colla ferocia che contrappose i Guelfi e i Ghibellini. Né con la passione che separò le schiere di Bartali da quelle di Coppi. Ma lo scontro ci fu. Tanti lo ricordano impegnativo. E a tratti persino duro.
Tra i più ottimisti c’erano quelli che… “l’avvento dei robots avrebbe garantito un salto di civiltà e reso la vita più agevole a decine di milioni di persone in tutto il mondo”.
Al polo opposto quelli che… “tanti posti di lavoro sarebbero andati in fumo e molte aziende sarebbero state costrette a chiudere”.
Come è finita?
Come è finita? Come (quasi) sempre accade: ciò che è successo per davvero forse non ha dato ragione agli ottimisti, ma assomiglia comunque assai poco a quel che immaginavano i pessimisti cosicché, tra unione monetaria e Prospettive di guerra civile (Hans M. Enzensberger) sempre meno prospettiche e più reali, anche gli sconvolgimenti attribuiti al povero robot sono stati riportati ad una dimensione più “umana”.
Eppure, “una consapevolezza sobria e, come dire, terra terra, che la soluzione dei problemi, anche nel migliore dei casi e dei mondi possibili, ne crea semplicemente di nuovi” (Salvatore Veca), continua ad apparire assai faticosa da conquistare, e nuovi dilemmi prendono troppo in fretta il posto di quelli appena dissolti.
L’irresistibile ascesa di sua pervasività il PC, la sua capacità di dominare, e sconvolgere, ogni aspetto della vita quotidiana è oggi, tra questi, uno dei più gettonati.
Identità, modi di pensare, culture, scuola, lavoro, tempo libero: ogni cosa pare destinata ad essere riconfigurata.
Ma, in realtà, sarà proprio così? Abbiamo provato a chiedercelo. Andando in cerca di qualche filo che non ci facesse perdere tra i labirinti del cambiamento. Guardando in primo luogo alla scuola e all’impresa.
Sparigliare le carte
A livello di impresa, la cosa che probabilmente più di tutte balza agli occhi è che lo sviluppo dei nuovi media ha determinato, sta determinando, un profondo sconvolgimento delle mappe dei poteri. Dagli assetti proprietari ai processi di integrazione, dalla divisione internazionale del lavoro alla localizzazione delle diverse attività è in atto un gigantesco e multiforme tentativo di sparigliare le carte.
E’ una lotta senza esclusione di colpi. Condotta su ogni tipo di terreno, da quello geografico a quello normativo, da quello delle alleanze a quello dei prezzi.
L’obiettivo? Cercare di fare la mossa giusta. Ed indurre, se possibile, l’avversario a fare quella sbagliata.
They are the world?
Negli Stati Uniti, che hanno da tempo riconquistato la supremazia tecnologica, quasi il 50% dei nuovi investimenti sono in tecnologie della informazione e della comunicazione. I Paesi emergenti del Sud Est asiatico, e per certi versi lo stesso Giappone, sono l’officina tecnologica nel quale i prodotti hardware e software vengono realizzati. L’Europa corre il rischio di diventare soprattutto un mercato di sbocco”.
Casa Italia
E l’Italia?
Il nostro è un Paese dove fino ad oggi si sono sviluppati soprattutto i prodotti a tecnologia povera, mentre i vari servizi in rete, da quelli finanziari a quelli alle aziende, la moneta elettronica, l’home banking, lo shopping on line ancora non decollano.
Eppur si muove
Eppure, qualcosa, si muove.
Secondo un’indagine dell’ANEE l’Italia ha fatto registrare nell’ultimo anno la maggiore crescita di siti Internet e le famiglie nelle quali è ormai presente almeno un computer multimediale sono quasi 2 milioni. Si spiegano anche così i 225 miliardi di volume di affari del 1997 a fronte dei 96 del 1995 e l’aumento del 14% fatto registrare dal mercato dei cdROM.
Una crescita dal basso
La parte più significativa di questo movimento è quella che nasce dal basso. E che investe la famiglia, la scuola, le città. E’ un movimento che per svilupparsi compiutamente ha bisogno di un contesto che favorisca le relazioni e sostenga le capacità creative ed imprenditoriali che vanno emergendo in ampi strati della società. E se la strada da fare è di certo ancora tanta, per la prima volta si può dire che il vento del cambiamento, a tratti impetuoso, comincia finalmente a soffiare anche dalle parti delle istituzioni.
Scuola e didattica online
Il piano del Ministero della Pubblica Istruzione per la diffusione delle nuove tecnologie multimediali nelle scuole sembra di quelli destinati ad avere effetti importanti nello sviluppo della cultura e delle tecnologie informatiche. E il mondo della scuola è sempre più in fermento.
E’ un mondo nel quale le fila di coloro che avevano cominciato a sperimentare e a portare avanti i loro progetti, come vi abbiamo raccontato un po’ di mesi fa (www.austroeaquilone.it/scuola1.htm) sono andati diventando sempre più ingrossandosi, e che oggi sta assai naturalmente e rapidamente conquistando consistenza e spessore.
La teledidattica
Ciò che bolle in pentola non riguarda ormai più solo il fenomeno pur rilevante delle scuole in rete, ma investe il vasto e assai significativo campo dell’utilizzo delle tecnologie multimediali, e della stessa rete, a fini didattici. La teledidattica sembra da questo punto di vista destinata ad avere una importanza pari se non superiore a quella che è destinata ad avere in un altro ambito il telelavoro. E le esperienze che presentiamo nella cover story di questo numero ne sono degli esempi significativi.
Le città digitali
Così come assai significativo è quanto sta avvenendo nel rapporto tra l’Internet ed i comuni italiani, come ci dice il Rapporto ’97 sulle Città Digitali in Italia, risultato della prima indagine nazionale sulle reti civiche e i servizi telematici in rete avviati dai soggetti e dalle comunità locali, promossa da ASSINFORM, RUR e CENSIS.
“Il 1997 ha visto l’affermarsi di un interesse per Internet – un medium ormai popolare tra le giovani generazioni – anche da parte di Sindaci, Assessori e Presidenti.”.
L’importanza dei decisori locali
“A dominare quantitativamente la scena sono decine di depliant turistici riprodotti in rete, ma le migliori esperienze italiane di telematica civica – riconosciute ormai come casi di eccellenza a livello europeo – dimostrano che possono essere raggiunti risultati incisivi, se sono i decisori locali ad inserire con convinzione i servizi telematici nelle loro politiche”.
“Tali politiche possono rivelarsi ulteriormente incisive nel corso del prossimo anno, alla luce specialmente della importante innovazione introdotta dalla legge Bassanini, che ha sancito la validità legale della firma elettronica e dello scambio di documenti in rete”.
Il sud che va
“L’esistenza di casi di eccellenza anche nel meridione porta a ritenere che le nuove tecnologie rappresentino un’importante sfida soprattutto per i governi locali, che hanno ormai la responsabilità di non perdere le occasioni connesse all’affermazione della information society”.
“Nelle realtà locali dove i teleservizi sono più consolidati, già si parla di nuova micro imprenditorialità diffusa, legata alle nuove tecnologie e stimolata principalmente dalla iniziativa pubblica. Ma l’impatto più rilevante che già oggi reti civiche e teleservizi stanno portando nelle realtà locali è il cambiamento prodotto nelle strutture organizzative dei soggetti promotori, specialmente nelle Pubbliche Amministrazioni “.
Il lavoro che cambia
Ancora una volta ci sono dunque più cose in cielo ed in terra di quante la nostra fantasia potrebbe immaginare. E, tra queste, quelle che investono il lavoro, le sue professionalità, la sua organizzazione, sono tutt’altro che marginali.
Il telelavoro
C’è ovviamente questo “fenomeno” multiforme e dalle mille teste che va sotto il nome di telelavoro, del quale abbiamo diffusamente parlato nella cover story del terzo numero di A&A (www.austroeaquilone.it/aquiltree.htm), e del quale potete trovare una assai esauriente esposizione su Telelavoro Italia Web, il sito che grazie al lavoro di Patrizio Di Nicola e di un piccolo ma valoroso gruppo di suoi “discepoli”, si è conquistato sul campo una meritata fama (www.mclink.it/telelavoro).
Ma c’è anche molto altro.
Le nuove professioni
Come ad esempio strani esseri come il KIW (acronimo di Knowledge and Information Worker), flessibili, capaci di comunicare con gli altri, ai quali non si richiede lavoro manuale ma conoscenza delle tecnologie informatiche e della comunicazione, capacità di creare, elaborare e diffondere dati ed informazioni. O come gli Infobrokers, professionisti che offrono ad aziende ed operatori di diverso tipo servizi di recupero dell’informazione tramite ricerche su internet, banche dati e biblioteche online e che, in un mercato globale ed in continua e rapida evoluzione, si propongono come fattori di competitività a disposizione di coloro che intendono utilizzare al meglio le informazioni provenienti dall’ambiente esterno nell’ambito dei propri piani strategici ed operativi. O come, se si preferiscono scenari meno futuristici, gli operatori con competenze tecniche su prodotti e servizi finalizzati al marketing online, i progettisti di pagine web, i grafici specializzati nei media elettronici.
Come sarà
Ma come sarà questa società dell’informazione?
Strano, ma rigorosamente vero: questa domanda, fatta da un ragazzo poco più che sedicenne, ci ha fatto vivere momenti di puro panico.
Cercare di non dire cose banali e allo stesso tempo evitare di presagire scenari modello “Peter Pan e l’isola che non c’è” appare in certi momenti un’impresa quasi disperata. Ma la fortuna aiuta non solo gli audaci, ma anche gli scombinati, (e, soprattutto, coloro ai quali sono capitati proprio in quei giorni tra le mani degli splendidi libri) cosicché si finisce con il ricordare che in ogni situazione esiste sempre un’altra possibilità.
Che per questa volta ha il volto di un vecchio espediente retorico che ti fa affermare di non sapere come sarà ma di avere qualche idea su come ti piacerebbe che fosse.
Universalistica e inclusiva
Ti piacerebbe che fosse universalistica e inclusiva, più orientata cioè all’abilitazione, all’offerta di opportunità per un numero sempre più consistente di persone.
Ti piacerebbe che fosse un contesto nell’ambito del quale poter sviluppare la capacità di imparare, fare, creare, inventare nuove conoscenze, nuovi mestieri, nuove imprese, nuovi mercati.
Ti piacerebbe che fosse più democratica, più responsabile, con regole più certe.
Detto così, può sembrare il libro dei sogni. In realtà, assieme ai non trascurabili effetti che una tale risposta produce sulla “stima di sé”, essa può persino avere un qualche significato impersonale nella misura in cui induce a chiedersi come si possa ragionevolmente ridurre la distanza tra il come è e il come vorremmo che fosse.
Rompere le gerarchie
Forse, una strada utile è quella di provare a rompere le gerarchie che fino ad oggi hanno caratterizzato i rapporti tra forti e deboli, nord e sud, centro e periferia. Facendo in modo che da questa rottura emergano delle opportunità vere per coloro che fino ad oggi hanno fatto parte del club ad iscrizione rigorosamente involontaria degli svantaggiati. Cambiando l’ago della bilancia, come ci esorta a fare Franco Cassano nella conversazione con Daniela Binello che potete leggere su queste stesse pagine.
Ridefinendo la propria identità. Pensandosi come luogo di una straordinaria rete di relazioni, culture, socialità, opportunità di sviluppo tra l’Europa e il Mediterraneo. Avendo capacità di ascolto. Recuperando le memorie. Scommettendo sul futuro.
Questione di identità
Anche per l’Italia la scommessa sta in gran parte qui. Nella capacità, come ha scritto Pietro Barcellona, “di valorizzare le differenze e di proporre un modello anche qualitativo di produzione che abbia una sua identità; che per la collocazione geografica particolarmente felice sia in grado di creare un rapporto tra il centro dell’Europa ed il mondo mediterraneo, i paesi arabi; che sappia mettere a frutto tutto ciò che in qualche modo ha caratterizzato secoli e secoli di storia e di interscambi tra il nostro paese e l’altra sponda del mare”.
E’ una strada impegnativa. Ma anche assai interessante. Soprattutto per chi, tra l’impresa che c’è e quella che verrà, mentre prova il disagio e l’ebbrezza di chi vive in stanze che le tecnologie riarredano incessantemente, vuole imparare ad avere fiducia in se stesso.
Benvenuti sulle vie della rete dunque.
Verso coloro che decideranno di interagire, con opinioni, osservazioni, domande, non possiamo che manifestare amicizia e sincera gratitudine.
A tutti coloro che per scelta, o anche solo per caso, sono capitati da queste parti, non possiamo che augurare, come sempre, buona lettura.


Immagino, dunque posso

L’intervista che segue a Stefano Benni, poeta e scrittore dell’immaginazione è stata realizzata nel 1998 e pubblicata nello stesso anno su Austro e Aquilone, rivista nata da un’idea di Luca De Biase, che ne era anche il direttore, Vincenzo Moretti e Rosario Strazzullo.
AustroeAquilone, nella sua versione cartacea, è durata purtroppo poco più di 2 anni, e l’intervista giaceva nelle bilioteche dei fortunati abbonati del tempo e in un file del mio computer,  fino a pochi giorni fa, quando è spuntata fuori mentre ero alla ricerca di spunti per la mia rubrica su Il Mese di RS.
La versione originale aveva una struttura a mò di racconto che non avrebbe senso riproporre qui.
I contenuti dell’intervista sono invece esattamenti quelli pubblicati allora.

AustroeAquilone: Proviamo a cominciare dai bambini. Quegli stessi che in un tuo libro, La compagnia dei celestini, sfidano il “Potere” organizzando un campionato di calcio di strada con delle regole molto particolari.

Stefano Benni: Non ho il mito del bambino buono e creativo a tutti i costi. E credo che l’immaginazione sia un dono che appartiene a tutti. Ma credo anche che nei bambini in particolare tale dono debba essere rispettato, non debba essere spento.
Ci sono tanti modi di spegnerlo, di far sì che l’immensa varietà immaginativa che si ha quando si è ragazzi venga incanalata, con il risultato di farne delle macchine banali che rispondono non secondo la loro immaginazione ma per essere approvate, per aver riconosciuto un ruolo.
Dico sempre che l’immaginazione non è il giardino di rose dove si rifugia il pensiero, ma un’arma concreta per avere più possibilità. Il pensiero, la fantasia, non sono staccate dalle cose: tutti i grandi inventori sono degli immaginatori pazzi.
L’immaginario può essere una ricchezza reale, un dono che, se coltivato, ti serve per le battaglie di tutti i giorni. La sua importanza è questa.
E l’immaginazione è minacciata da più parti. Ancora oggi quando vado nelle scuole vedo quanta differenza c’è tra gli insegnanti che hanno determinate caratteristiche e quelli che non le hanno, anche se una volta la scuola minacciava l’immaginazione molto più di adesso.
Mi piace fare l’esempio del “fuori tema”.
Tutti i bambini hanno una unicità di scrittura che però con questo fatto che i temi spiegano già che cosa vi deve avvenire dentro non viene incoraggiata. Da qui i miei esempi abbastanza scherzosi, quei temi con titoli di sette pagine. Poi ci sono la famiglia, il conformismo delle mode, e negli ultimi anni questa grande macchina fabbricatrice di consenso che è la televisione. Il ragazzo riceve giorno dopo giorno una serie di messaggi che vanno tutti in una sola direzione.
E’ compito di chi l’immaginazione l’ha salvata, magari per miracolo, riproporre quella che è la varietà della cultura, spiegare che la cultura non è fatta di sole poche cose ripetitive ma di tante cose: ci sono i libri, c’è il teatro, c’è il gioco.
Nei Celestini c’è una cosa molto semplice: la differenza fra il gioco che ha delle regole imposte da altri, e la libertà di inventare delle regole.
Io trovo che il modo di giocare dei bambini, il darsi dei ruoli, l’inventare delle regole, sia qualcosa che deve essere assolutamente mantenuto perchè corrisponderà, nell’età adulta, al fatto di poter scegliere i modi di stare nel mondo, alla capacità di convivere con le regole ma mantenendo allo stesso tempo una propria unicità.
In questo senso, come è ovvio, non è la televisione ma il modo in cui è ed è stata usata in Italia che è fetente. Il libro è stato scritto prima che Berlusconi andasse al governo e dunque non si può dire che descriva qualcosa di già avvenuto. Ciò che è successo dopo ha dimostrato però che quella di cui si parlava era una paura reale, che in qualche modo il libro anticipava.
La televisione, che poteva essere una grande macchina di moltiplicazione delle conoscenze, è diventata uno strumento di immiserimento dell’immaginazione, una specie di piccola fabbrica di depressi, una sorta di baby sitter casalinga che spegne l’immaginazione. E’ una televisione che in qualche modo celebra delle ossessioni, spaventa e poi rassicura falsamente. Che è qualche cosa che non fa parte nè del pensiero razionale nè di quello immaginativo: è una caricatura misera di tutti e due i pensieri. A mio figlio, che ha nove anni, non ho proibito la televisione, ho soltanto cercato di dirgli che c’erano anche altre cose. Lui guarda la televisione, e si interessa anche ad altre cose. Credo che in questo modo quando sarà grande avrà più strade davanti.

Incoraggiati, incuriositi, contenti, i due strani tipi non esitarono a sparare una nuova raffica di domande.

AeA: Ma perché in questo nostro Paese sembra così forte la voglia di conformismo? Al punto che in molte aziende c’è ancora il culto dell’eleganza fatta di giacca, camicia e cravatta, quando invece da altre parti c’è molta più attenzione verso i contenuti, la sostanza, le effettive capacità delle persone? E perché piacciano così tanto quelli portati a dire sempre di si?

S.B.: Detto che non penso che sia la camicia slacciata a definire il creativo, non è facile fare una riflessione sul perchè l’Italia abbia maturato questa attrazione verso il conformismo, che tra l’altro l’ha portata ad un esperienza purtroppo disastrosa come una guerra mondiale. Ad un certo punto sembrava di essere vaccinati, perlomeno nei confronti di un tipo di conformismo indubbiamente pericoloso come quello fascista, ed invece, lo vedo nei miei seminari, parecchi giovani sentono la loro diversità: lamentano che i loro coetanei sono molto conformisti e fanno tutti le stesse cose, ma allo stesso tempo esprimono un forte disagio, si sentono un po’ soli. (Bisogna dire anche che ci sono fasi nelle quali, all’opposto, ci sono movimenti, idee, per le quali una persona sente che i suoi pensieri sono condivisi da altri ma avverte che c’è un rischio di conformismo nell’anticonformismo).
L’immaginazione produce spesso una posizione di netta contrapposizione, ed è difficile per un giovane avere una sua precisa unicità.
Bisogna pensare che la cultura è anche questo. La cultura è molto spesso una strada di minoranza. Certe battaglie culturali s’intraprendono in minoranza cercando poi di contagiare la maggioranza.
Quello che forse in Italia è completamente scomparso è il valore del termine, della parola minoranza, che viene infatti confusa con emarginazione, minoritarismo. Invece, e specialmente la sinistra dovrebbe ricordarlo, va rivalutato il senso di questo termine non come separatezza ma come momento iniziale, come la valorizzazione di qualcosa che ancora non c’è.
Nell’invenzione scientifica si è da soli contro un accademia; un artista è solo quando scrive in un modo in un mondo di scrittori che scrive in un altro.
Adesso gran parte delle persone fanno una battaglia culturale solo se ha il consenso del 51%. Alcuni miei colleghi cominciano a scrivere un libro pensando già che dovrà avere comici che lo portano in televisione. Si buttano in un meccanismo che assicura loro il massimo di consenso salvo poi tornare indietro delusi perchè non hanno creato niente. Il fatto è che in questo momento la politica vuole una cultura conformista. La sinistra è andata al potere e ha stranamente ingoiato il veleno dell’avversario, nel senso che apprezza molto un presentatore televisivo o un suo simile che gli può portare consenso, mentre vede non dico con fastidio, ma con certa sufficienza, chiunque dica che la sua storia è una storia di grida non ascoltate.
In realtà non si sta certo incoraggiando l’anticonformismo bensì tutto ciò che è massificato, standardizzato come il cinema americano e la televisione. Del resto, anche i politici di sinistra vivono nei salotti televisivi e poi sostengono che ciò che lì succede è molto importante.
Non so a Napoli, ma a Bologna sono considerati eventi solo i grandi concerti, le grandi adunate mentre tutto ciò che è fatto da poche persone, ed è prezioso, viene vagamente stimato. Questo è il modo di uccidere l’immaginazione della cultura, perchè chiunque sarà portato a pensare che dato che gli esempi della grande politica vanno in questa direzione è meglio seguire il flusso.

Ormai la libido cultural letteraria aveva preso il sopravvento. La voglia di esibire la carica alternativa diligentemente repressa in decenni di onesta militanza nelle organizzazioni di massa era assolutamente trasbordante. E la domanda successiva ne fu una impietosa testimonianza.

AeA: Nel 68 si è sostenuto che bisognava portare l’immaginazione al potere. A trenta anni di distanza, ti pare ancora un tema attuale?

S.B.: Mi verrebbe da dire che l’immaginazione al potere è arrivata con il processo Sofri. E’ Marino che l’ha portata al potere immaginando tutte quelle bugie che ha detto.
Se immaginazione al potere vuole dire immaginare di prendere il potere, e magari rifare le stesse cose, gli stessi errori, con le stesse retoriche, le stesse architetture che hanno fatto quelli di prima, non mi pare abbia molto senso.
Il verbo dell’immaginazione non è nè devo nè voglio, ma posso. Se posso, posso immaginare che esistono anche altre soluzioni, che esistono cose migliori. Solo dopo mi scontrerò con la realtà, sapendo che dovrò assolutamente accettarne il peso, l’inerzia. Non si tratta dunque di continuare a sognare ma di combattere dentro la realtà. Immaginazione al potere non vuol dire pensare che preso il potere l’immaginazione diventi una specie di bacchetta magica ma piuttosto riuscire ad avere più potere senza far sì che esso ti tolga l’immaginazione, riuscire cioè ad andare al potere rimanendo immaginativi e continuando ad ascoltare tutto ciò che al potere si oppone.
Il punto è in qualche modo la capacità di riuscire a mantenere insieme le due parole: avere un potere culturale, cioè la capacità di parlare, di discutere, di avere strumenti forti come la televisione ma senza mai fare calare una parola ultima, mantenendo questa specie di verità penultima, questa immaginazione.
In questo senso il 68, con la sua grande critica al principio di autorità, è servito a tutti, a noi che ci abbiamo creduto e anche ai nostri avversari, anche se è stato descritto come una cosa completamente diversa, come una sorta di età dello sballo.
In realtà non è mai stato questo: era qualcosa che stava dentro la pratica politica anche se ha avuto il torto di non immaginare, di non pensare abbastanza all’Italia, alla Francia, alla Germania, e di cercarsi nel mondo degli esempi come la Cina ed altri paesi piuttosto fetenti.
Io credo comunque che l’immaginazione stia ancora lottando e che rispetto alla politica, che è il mondo della miseria dell’immaginazione, e all’informazione, che è la morte dell’immaginazione, permanga, in modo molto trasversale, per dirla con una parola che a me non piace molto, in ambiti e mestieri molto diversi.
Nei nostri seminari ci sono psichiatri, antropologi, insegnanti, e tutti stanno un po’ riprendendo questo discorso: è proprio vero che la politica è così misera come ce la propone la televisione? è proprio vero che nelle città si può vivere solo sparandosi addosso? è proprio vero che la televisione è ciò che divora la cultura? è proprio vero che la scrittura non esiste più? è proprio vero che Internet è l’unica possibilità di comunicazione del futuro?
In qualche modo l’idea è che forse esista qualcosa di meglio. E che soprattutto esista qualcosa di diverso dall’economia come solo metro di valutazione del benessere.
In realtà laddove si sposa pensiero ed immaginazione non esiste un pensiero puramente immaginativo. Credo che si potrebbe fare una lunga analisi su che cosa è la metafora, su che cosa è il raccontarsi, su che cosa è la bugia. E penso che parecchie persone che si illudono di essere razionali dovrebbero ammettere di essere in realtà dei sognatori in viaggio in uno strano mondo.
Così come mi sembra che qualcosa che negli ultimi anni è stato oppresso dalla miseria della politica stia riprendendo piede. E’ un’inquietudine presente in molti settori, non soltanto tra gli scrittori, ma tra gli insegnanti, che sono molto attivi, tra gli studenti, nel mondo scientifico (nei nostri seminari abbiamo moltissimi scienziati).
C’è molta più immaginazione in una teoria scientifica astronomica che nella politica e quindi gli scienziati sentono molto questo bisogno di definire nuove possibilità rispetto a quello che è il nostro rapporto con la vita e con il mondo in cui viviamo. Sono alcune delle cose che stanno venendo fuori. Che a volte vengono anche banalizzate. E che potrebbero rappresentare, io lo spero, la battaglia dei prossimi anni.

Gli occhi del povero poeta scrittore cominciavano a cercare, con fare discreto, le lancette dell’orologio. Ma ormai i due erano un fiume in piena.

AeA: Torniamo alla comunicazione. Ci sarà secondo te prima o poi una lingua senza frontiere? Una lingua fatta magari di immagini più che di parole? Una lingua in grado di abbattere le barriere linguistiche tra i diversi paesi?

S.B.:
Il sogno di una lingua universale personalmente non ce l’ho. La differenza linguistica può essere una ricchezza perchè fa parte della varietà. Io parlo tre dialetti e questo mi ha aiutato molto nel mio lavoro. Il dialetto può diventare una trincea contro gli altri o può essere un simbolo della varietà della propria lingua, della volontà di non rinunciare alla propria lingua.
Il problema non è una lingua universale, ma il mettere molta immaginazione nella comunicazione. Quando parliamo con un bambino, che ha un codice diverso dal nostro, e ci sentiamo fare una domanda di quelle che fanno loro, cosmiche, su Dio, o sulla Morte, possiamo dare una risposta razionale, codificata, o dirgli non te lo dico perchè tu non capisci (è una risposta spietata, la peggiore che si possa dare), o ancora dargli una risposta debole del tipo Dio è sulla nuvoletta. In tutti questi casi dimostriamo di non avere fiducia né nella nostra immaginazione nè in quella del bambino.
Ma c’è un’altra possibilità. Possiamo, con il massimo del nostro linguaggio metaforico, sfruttare le nostre risorse e andare a fondo di quello che noi pensiamo sia Dio, comunicando con assoluta varietà le nostre idee o i nostri dubbi al bambino, che a sua volta ci risponderà.
Probabilmente, quando avremo trasferito questo metadialogo dal registratore non avrà i caratteri di logicità di una conversazione, però alla fine verrà fuori molta più verità di quanto un no razionale avrebbe comportato.
Lo stesso avviene se parliamo con una persona di un’altra cultura. Io sono riuscito a parlare con i Lapponi. Ho parlato con gesti, intonazioni, segni.
E’ quanto desiderio abbiamo di comunicare che fa la differenza.
Se si parte dal fatto che il proprio codice è l’unica lingua possibile si finisce come Cortes e non ci si accorge di avere di fronte una grande cultura.
Non ho simpatia per le lingue dell’accademia, specialistiche, per iniziati: la lingua dell’economa, della magistratura, della medicina, dei tormentoni della politica, l’inglese tecnico, per certi versi la stessa lingua di internet. Usare termini troppo specialistici mi pare risponda ad una specie di logica di setta. Non è un caso che questi linguaggi si attorciglino su sé stessi, diventino sempre più ostici: essi non sono funzionali alla discussione ma all’imposizione.
Mi pare che proprio a Napoli siate maestri nella comunicazione universale: riuscite a parlare con tutto il mondo perchè avete tutta una serie di modi espressivi, vari tipi di desiderio di comunicare. Se ci si chiude dietro la differenza linguistica non si parlano neanche un bolognese ed un modenese.
L’immaginazione ti fa pensare che con i bambini non si comunica solo attraverso le parole ma anche con i disegni, con il gioco, l’invenzione, i ruoli. Quando i bambini giocano inventano parole per definire le cose ma molto spesso, crescendo, questa capacità la perdono. Mio figlio inventa di continuo delle parole, è creativo: se troverà sulla sua strada un insegnante che si limiterà a dirgli “ma questo non è italiano”, avrà trovato chi credendo di avergli insegnato l’italiano gli avrà in realtà spento l’immaginazione (ovviamente dovrà spiegargli che quello non è italiano, ma dovrà farlo in maniera tale da rispettare ed incoraggiare la sua capacità immaginativa).
Più che immaginare una lingua universale mi piacerebbe che le lingue non dividessero. Credo sia una buona cosa che una persona sappia quattro o cinque lingue. Ma se non c’è una effettiva volontà di comunicare se ne possono conoscere anche dodici: non ci si farà capire da nessuno.

Il poeta scrittore cominciava a dare ormai chiari segni di insofferenza. Sconvolti dalla possibilità di un troppo rapido ritorno alle loro angosce quotidiane, i due strani tipi si cercarono per un attimo con gli occhi: sapevano di essere preparati e intendevano assolutamente evitare che le fatiche della sera prima, quella specie di terapia di gruppo che aveva coinvolto intere famiglie nella ricerca delle domande giuste, andassero perse. Decisero perciò di giocare il tutto per tutto, e formularono la domanda alla quale non si può non rispondere, mai.

AeA: Perché i pescatori sono bugiardi?

S.B.:
L’informazione spettacolo non l’ha inventata Berlusconi. Da ragazzo la mia immaginazione si è nutrita di tante cose, di una varietà infinita di libri, di racconti. < Sono nato in campagna, ho avuto questa fortuna, ed andavo ad ascoltare i racconti di pesca: lì ho capito come è bello raccontare, narrare, anche se era evidente che i racconti che ascoltavo erano pieni di bugie. Ma ai pescatori piaceva raccontare e intanto comunicavano tante informazioni sulla pesca, sulla natura, ed in questo modo insegnavano delle cose.
I pescatori sono dei bugiardi architettonici, hanno tutta una struttura della bugia.
Ho coniato apposta per loro questa famosa legge del coefficiente di retrodilatazione del pesce narrato: quando un racconto comincia il pesce è due metri, ogni minuto che passa il pesce si restringe di qualche centimetro ed alla fine si ottiene un pesce di un metro. A questo punto si divide per due e quella è la reale lunghezza del pesce.
E’ una metafora dell’immaginazione.

D.S.T.:
A Napoli c’è un detto che dice “Accorcia l’anguilla”

S.B.:
Esatto. E’ una metafora dell’immaginazione nel senso che non esiste il grande ed il piccolo: quello che tu vedi da piccolo è grande e quello che vedi da grande è piccolo. L’immaginazione non è gerarchica, io non ho fatto altro che ribaltare questa cosa qui.

Per un attimo, il poeta scrittore abbandonò la posizione modello “con mezza chiappa sto ancora seduto e con una e mezzo sono pronto a scattare” e sembrò quasi a proprio agio sul divano. L’errore gli fu fatale.

AeA: Napoli è una città di mare. E i pescatori sono un pezzo importante della sua storia e della sua cultura. Possiamo dedurne che i napoletani sono dei gran bugiardi?

S.B.:
Nei miei libri parlo dei pescatori di fiume. Ma per la verità anche quelli di mare lo sono abbastanza. Ho degli amici sardi che sono dei professionisti. E sono anch’essi vittime del vapore che viene fuori, che si combina, con le branchie del pesce. E’ l’orgoglio della pesca. Se gli chiedi che cosa hanno preso ti rispondono 30 chili di aragoste, ma quando vai a vedere sono 15.
In realtà i pescatori sono dei bugiardi abbastanza innocui, quelli pericolosi sono altri. Sulla bugia mi piace ricordare un’altra cosa, che a me fa assai riflettere: gli unici che sembra non debbano dire bugie sono i bambini, e ciò la dice lunga sul fatto che la bugia è un fatto di autorità.
I bambini non possono dire bugie, devono dire la verità! Proprio nei confronti dei bambini che sono gli unici che hanno un idea così fluttuante dell’autorità ed avrebbero tutto il diritto di raccontare qualche balla, la bugia è sanzionata.
Poi quando sei grande… Previti, o Clinton. Da grande più che bugiardo sei definito un po’ furbo, un po’ astuto.
Quando la bugia è produttiva in qualche modo funziona: quello che ci spaventa nella bugia del bambino è l’idea che non ci dica la verità, che non riconosca la nostra autorità. E poi ci disturba perché smaschera la nostra ipocrisia, perché è un ritratto in piccolo delle nostre bugie.
E’ una cosa che da una parte è ipocrita e dall’altra rappresenta una precisa invenzione del pensiero razionale.

Era finalmente finita? Macché! Persona estremamente sensibile, il poeta scrittore comprese che i due strani tipi erano veramente strani. E, come spesso accade, non solo per colpa loro. Solo per questo non fece resistenza quando i due, in maniera del tutto unilaterale, decisero che c’era ancora lo spazio per due ultime telegrafiche domande.

AeA: Ti sei riferito spesso ai seminari che tieni a Bologna. Ci puoi spiegare un po’ meglio di cosa si tratta?

S.B.:
I seminari sono nati da alcuni discorsi di persone, psichiatri, antropologi, filosofi, che non hanno voluto arrendersi alla miseria del dibattito, alla poca libertà di discutere, agli scenari già dati, all’idea che bisogna necessariamente seguire gli orientamenti maggioritari, che tutto ciò che nasce e si sviluppa nell’ambito della psichiatria, dell’antropologia, o della filosofia, sia non produttivo, utopico.
In realtà ci proponiamo di capire se ci sono delle possibilità, se è possibile avere una reazione positiva nei confronti della complessità, che quasi tutti vivono in modo depresso: ciò che è complesso per forza deve essere complicato, depressivo e si può affrontarlo solo tagliandolo, riducendolo, immiserendolo.
Nei nostri seminari abbiamo pensato di affrontarla questa complessità, di chiamarla varietà, di vedere cosa c’è di nuovo in giro e partendo da qui abbiamo cominciato a fare questi confronti sulla scrittura, sulla malattia mentale, sulla scienza e, quest’anno, sulla libertà. Il prossimo anno ne facciamo uno sul gioco. Affrontiamo insomma tutto ciò che è in relazione con la parola immaginario.

AeA: Il tuo elogio dell’immaginazione non è un po’ anche un elogio delle identità?

S.B.:
Più che dell’identità, dell’unicità.
Nell’immaginazione ci sono due mostri. Uno è l’Aleph. Ognuno partecipa all’immaginazione di tutti, legge libri che altri hanno scritto, ed è bellissimo poter partecipare a dei racconti, a dei sogni, che appartengono a tutti.
Questa è la socievolezza dell’immaginazione.
Poi c’è l’unicità, che non è separatezza e che vuole dire che se io ti chiedo qual’è il tuo Pinocchio, qual’è la tua Alice nel Paese delle meraviglie, qual’è il tuo Don Chisciotte, so che questo è diverso dal mio e che in quanto tale va rispettato.
Non abbiamo, nè dobbiamo avere tutti, come fa credere la televisione, le stesse tre o quattro figure in testa. L’unicità della propria immaginazione è assolutamente un diritto dovere perchè è qualcosa che ha che fare con la personalità, la capacità di scegliere, con l’autonomia come scelta culturale, che è come dire ciascuno di noi sceglie quali libri prendere, non se li fa raccontare da altri. E questo non coincide, tranne che in casi rari di dandismo, di snobismo, con una separatezza dagli altri. Anche perchè l’immaginazione o è nutrita dall’Aleph di tutti gli altri o si immiserisce.


Della connessione

Devo confessare che i miei amici più cari mi hanno insistentemente consigliato di starmene zitto questa sera. Non essendo un filosofo, ed essendo l’oggetto della discussione la presentazione del volume “Dell’Incertezza” di Salvatore Veca, sarebbe stato sicuramente saggio da parte mia seguire il loro consiglio. Tuttavia, per essere saggi bisognerebbe essere almeno un pò filosofi, e non essendo io né l’uno né l’altro, finisco sempre per fare di testa mia.
Ho cominciato a leggere “Dell’Incertezza” con curiosità e, perché no, con il piglio di chi sente che la presentazione di un libro, e l’amicizia e il rispetto nei confronti dell’autore, al quale tutti noi di Austro & Aquilone siamo riconoscenti per l’attenzione e la disponibilità che a più riprese ha dimostrato nei nostri confronti, vanno presi molto sul serio.
“Dell’incertezza” è un libro che ho trovato estremamente interessante anche se, non lo dico per mettere le mani avanti, complesso. Non è stato facile capire quello che sono riuscito a capire e, ovviamente, non ho capito tutto. Ma devo dire che più andavo avanti, più avevo la voglia ed il piacere di leggere.

Credo che sia di quei libri, anche questo è forse un segno della sua importanza, che si possono leggere in molti modi, soffermandosi, di volta in volta, sugli argomenti che appaiono più importanti o che risultano di più difficile comprensione.
E’ stata la maniera nella quale ho proceduto in una prima fase, fino a che mi sono reso conto che ciò che guadagnavo in profondità lo perdevo in capacità di cogliere il senso generale di ciò che leggevo. Cosicchè mi sono posto l’obiettivo di leggere prima tutto il libro (avevo comunque fatto in tempo a concludere la lettura della prima meditazione, quella su “ciò che vi è”) e di ritornare dopo su singoli aspetti, augurandomi, come effettivamente è poi accaduto, di trovare in corso d’opera le chiavi per comprendere ciò che in prima battuta non mi risultava chiaro.

Devo dire che mi ha aiutato molto la “scoperta” che “Dell’Incertezza” è un libro che si può leggere anche come un ipertesto. Basta guardare al modo in cui Veca usa le parentesi. Credo che una delle chiavi di lettura del libro sia proprio nelle cose che l’autore mette tra parentesi. E’ uno dei motivi che mi hanno fatto pensare all’ipertesto.
Se si decide di sottolineare con un evidenziatore tutti i punti in cui Veca dice: “La mia tesi è”, e li si mettono assieme, si ottiene un altro percorso di lettura. E così accade se la stessa operazione, magari con un evidenziatore di un altro colore, la si fa con tutte quelle parti del libro in cui Veca usa richiamare l’attenzione del lettore con la formula “Si consideri”. Se uno segue il libro attraverso i “Si consideri”, a mio avviso, trova ancora un’ulteriore via tra le diverse e molteplici di cui si compone il libro. Giocare con i colori, con le sottolineature, per cogliere al meglio i vari livelli di significato: credo si possa rivelare un esercizio molto utile.

Chi ha già comprato o letto il libro sa che la prima delle tre meditazioni verte sulla importanza del linguaggio, sulle ragioni per le quali i cambiamenti nei e dei modi di comunicare producono disagio, esclusione, solitudine (con una immagine letteraria, Veca ci ha ricordato, in un’altra occasione, il disagio che Proust provava quando si ritrovava in stanze d’albergo arredate in maniera per lui non abituale).
Devo dire che ho trovato in tutta questa parte molti punti di convergenza con le cose di cui anche Austro & Aquilone si occupa. Tutta questa vicenda che definiamo “rivoluzione telematica”, questa nuova fase dello sviluppo tecnologico, è fortemente caratterizzata dalla velocità, anche visiva, del cambiamento. E tutto questo avviene mentre, come Veca ci ricorda nel libro, abbiamo la storia alle calcagna.

Viviamo dunque questa fine del secolo breve avendo da una parte la storia alle calcagna e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento, e dunque producono incertezza. Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare il mondo in cui viviamo. Da qui soprattutto l’esigenza di condividere con altri il disagio rispetto all’incertezza. E gli sforzi per limitarne gli ambiti, la portata.
Non è un caso che il linguaggio si ripresenti in qualche modo nella seconda e terza meditazione come quadro di riferimento per valutare sia “ciò che per noi vale”, sia “chi noi siamo”.

Devo dire che se avessi avuto qualche potere nella scelta del titolo del libro di Veca, potere che per ovvi motivi non ho, e se contemporaneamente non avessi avuto la preoccupazione di apparire un seguace “tardo” del Paolo Conte che parla della genialità degli elettricisti in “Gelato al limone”, io questo libro lo avrei chiamato “Della connessione”, piuttosto che “Dell’incertezza”.
“Della connessione”, cioè dell’importanza delle cose connesse ad altre cose. Così l’importanza del linguaggio appare evidente mano a mano che Veca argomenta le ragioni che lo spingono a confutare sia quella che egli chiama “la fallacia onnilinguistica”, sia il riduzionismo di coloro che sembrano non voler riconoscere l’importanza del linguaggio. Sembra un gioco di parole ma il linguaggio è importante proprio in quanto è riferito a ciò che non è linguaggio.

Questa ricerca delle connessioni percorre tutto il libro: negli argomenti a favore della tesi che a dare importanza alla vita è la morte, o che l’importanza delle ragioni è data dal loro rapporto con i sentimenti.
Ad un certo punto Veca scrive testualmente: “In conclusione, parlando di ragioni e di emozioni, possiamo dire che la capacità o la proprietà di essere razionali, la nostra razionalità non può essere considerata una capacità o una proprietà a sé presa, in isolamento e in modo indipendente dalla sua connessione con altre capacità ed altre componenti del resoconto su chi noi siamo”.
Credo che proprio per sottolineare questo aspetto, quando parla delle dieci proposizioni, quelle che verso la fine del libro presenta come il suo primo punto di sintesi, le chiama “dieci proposizioni connesse”. E la stessa sensazione ci assale quando leggiamo che chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre.

Trovo questo punto della connessione, per la sua connessione, per l’appunto, con ciò che faccio, con le cose che a me interessano, con ciò che per me vale, assai importante. Per molti versi passa di qui il mio modo di contribuire con il mio piccolo mattone a fare in modo che il mondo sia un posto, come scrive Veca, meno intollerabile per chi ci vive. E trovo molto legato a questo aspetto della connessione, della capacità di avere relazioni, gli sforzi che con altri penso di poter fare per contribuire a ridurre l’incertezza.

Lavoro alla CGIL, e mi trovo spesso a ragionare, da meridionale, di cose che di volta in volta, insieme ad altri, chiamiamo comunità di condivisione, classi dirigenti, persone che dal Sud si costruiscono da sé il proprio destino.
La costruzione di relazioni, di rapporti, di comunità di condivisione; l’avere il senso delle cose che si fanno; non accettare l’idea che se non si è D’Alema o Berlusconi non c’è nessuna possibilità di contare, di decidere, di partecipare; non rassegnarsi a quella che un altro nostro amico, Riccardo Terzi, ha definito “deriva autoritaria” e pensare invece che la democrazia sia fatta di più punti, di più posti nei quali si partecipa e si decide; contribuire a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi: molto di quello che dà un senso alla mia vita (che devo dire, nonostante i mille problemi di chi vive da queste parti, mi piace molto), l’ho trovato nel libro di Salvatore Veca, da cui ho ricevuto ulteriori stimoli, ulteriori motivi per approfondire, per capire, per fare.

Provare a capire altre cose, provare a dare altre prospettive alle cose che ciascuno di noi pensa, provare a realizzare con altri pezzi delle cose in cui si crede a me continua a sembrare una prospettiva importante.
Mi fermo qui, sperando di aver raggiunto sostanzialmente i miei due obiettivi: mostrare, attraverso “Dell’Incertezza”, l’affetto e la gratitudine che provo nei confronti di Salvatore Veca ed evitare che i danni che gli ho prodotto con questo mio intervento siano troppi consistenti.


Il potere non si conquista. Si diffonde

Giugno 1996. L’Ulivo ha da poco vinto le elezioni. Dalla “rive gauche” i problemi da affrontare appaiono ancora poco più che nulla di fronte alla soddisfazione di essere al governo del Paese. Ma in realtà essi sono tanti. E complessi.
Nelle parole di Romano Prodi e Walter Veltroni tre questioni ritornano con insistenza. Europa. Scuola. Lavoro. In primo luogo per i giovani del Sud.
In quest’Italia in cui la politica sembra tornare, finalmente, a fare i conti con se stessa e con i problemi del Paese, può essere l’ennesima versione del mitico “I have a dream”, un viaggio simulato nel “Paese che più ti piace”.
O la costruzione paziente e faticosa di un futuro migliore.
Un futuro che nella vecchia logica centralista appare assai poco attraente. Continuare a pensare i problemi, e le loro soluzioni, solo da Roma, è poco più che un non sense.
Non si tratta di invertire il rapporto tra centro e periferia. Ma di costruire una struttura a rete in cui i poteri e le scelte di governo siano diffusi nel territorio, in cui non ci sia più posto per i programmi-elenco-delle-cose-da-fare. Dove contino le idee. I valori. La capacità di risolvere i problemi.
Gli esempi? In politica il federalismo. In economia i distretti industriali e l’impresa sociale. Nella comunicazione Internet.
Il messaggio è: superare il centro. Mettendo al centro le realtà territoriali. Perché è lì che si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando soluzioni.
Alcune cose possono essere avviate subito. Utilizzando appieno le indicazioni del piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione. Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa. Riformando la pubblica amministrazione, a partire dalla dirigenza. Puntando sui giovani e gli anziani, la memoria e l’innovazione.
La stessa Europa non può essere soltanto moneta unica, integrazione economica. L’Europa è anche politiche sociali, una nuova idea di civiltà, di relazioni con il Mediterraneo e con il resto del mondo.
E la politica può riconquistare un ruolo rispetto all’economia se parte da qui, dalla voglia di ripensare, progettare, governare le nazioni e i loro rapporti, dalla voglia di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
E’ uno scenario nel quale non c’è posto per il continuismo. Né per la retorica. Compresa quella che si richiama al sacro valore della Patria.
La coesione nazionale si è retta per troppi anni su un debito pubblico che le leadership politiche ed economiche, del Nord e del Sud, hanno lasciato crescere in maniera sconsiderata. Ed è stata una coesione forte fino a quando non ha messo in discussione gli interessi. Quando ciò non è stato più possibile, per le trasformazioni economiche a livello mondiale e per la crisi dello stato sociale a livello nazionale, si sono aperti molti e consistenti problemi. E la crisi della politica ha in qualche modo liberato i rozzismi, gli spiriti animali, cosicchè la corsa al si-salvi-chi-può ha come perso ogni freno inibitorio.
La possibilità di ricostruire nuovi livelli di solidarietà si gioca oggi in larga parte sul terreno del federalismo. Sulla capacità di costruire un nuovo patto, fondato su unità e distinzione, autonomia e solidarietà, tra le diverse aree del Paese.
Del resto, il bisogno di un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non esercita ormai alcuna attrazione.
Spetta innanzitutto al Sud ricercare e proporre questo nuovo patto, fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale, capace di tenere assieme solidarietà ed interessi.
Gli attuali modelli sociali e produttivi stanno introducendo al Nord, in particolare in alcune aree del Nord Est, elementi forti di distorsione e di impoverimento civile e culturale, con giovani che si allontanano troppo presto dallo studio e dalla scuola, in molti casi anche quella dell’obbligo. E al Sud hanno costi insostenibili sul versante dell’occupazione e del vivere civile.
La ricerca di una nuova coesione nazionale non può dunque che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.

Serve a poco utilizzare strumentalmente i problemi del Mezzogiorno. Discutere delle flessibilità salariali come condizione per la ripresa degli investimenti industriali al sud. Enfatizzare le possibilità di migrazione di giovani meridionali verso il Centro Nord.
Certo. Per questa via si può ottenere qualche titolo sulle pagine dei giornali. O sperare di guadagnare spazio nei confronti di governo e sindacati. Ma è una via che non porta lontano. Che non ci fa essere competitivi sui mercati mondiali. Che non fa migliorare la qualità dei prodotti made in Italy.
E’ una via che non segnala lungimiranza. Ma soltanto ostinato, consapevole e colpevole rifiuto ad affrontare i problemi per quelli che sono.
Nel prossimo futuro la quasi totalità dei giovani del nostro Paese saranno meridionali. Giovani che da un Paese civile hanno il diritto di pretendere qualcosa di più che pane e marginalità.
E’ vero. Non viviamo tempi ordinari. Non lo sono i problemi, non lo possono essere le soluzioni necessarie per affrontarli e risolverli.
Ma bisogna creare le condizioni perché un giovane del Sud abbia pari opportunità di quello del Nord. Abbia un lavoro. E ciò passa oggi per la nascita e la diffusione di nuova imprenditorialità. Per la riduzione del costo del denaro e l’attivazione di nuovi strumenti finanziari, ad esempio potenziando uno strumento quale quello del “comitato” e delle procedure previsto dall’attuale legge 44 con l’obiettivo di costruire una “banca innovativa di investimento” volta alla creazione di nuove imprese, che potrebbe attivare direttamente corsi di formazione e gestire tutte le risorse che possono essere, in parte già oggi, capitalizzate.
Il Sud è oggi il luogo a partire dal quale ricostruire, attorno al valore del lavoro, una strategia che tenga assieme innovazione tecnologica, assetti produttivi e costruzione di un nuovo stato sociale, che qualifichi e valorizzi l’enorme risorsa costituita dalle donne, gli uomini, i giovani meridionali.
Bisogna parlare di più e meglio con le nuove generazioni. Verso i giovani oscilliamo spesso tra la solidarietà acritica ed il distacco moralistico di chi ha già visto come andranno le cose della vita. C’è poca capacità (e voglia) di comprendere i problemi dal loro punto di vista. C’è insufficiente attenzione verso il sistema educativo e formativo.
Eppure quando parliamo di educazione e formazione parliamo di strumenti fondamentali per combattere le diseguaglianze sociali del futuro.
Creare lavoro al Sud. E’ questa la frontiera sulla quale si misurerà il successo o il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.
Come farlo, in presenza di risorse scarse (e finalizzate più a risarcire, assistere, tutelare chi un lavoro lo ha perso, che a promuovere nuove occasioni di lavoro), di produttività crescente, di nuovi paesi che competono sempre più e meglio in termini di merci, costi e qualità?
Occorre investire in legalità, socialità, formazione, infrastrutture avanzate. Affermare dal Sud un’idea di mercato che garantisce la libertà d’azione perchè garantisce le regole, le norme che impediscono i monopoli e tutelano una effettiva concorrenza. E puntare decisamente alla creazione di imprese e alla incentivazione del lavoro indipendente e autonomo.
L’impresa, ed i sistemi produttivi, stanno rapidamente cambiando e non è certo un caso che sia un imprenditore come Fossa ad essere chiamato a dirigere la Confindustria.
Il vecchio modello fordista è in via di dissoluzione e le contraddizioni fondamentali non sono più tra capitale e lavoro nella grande impresa. La grande dimensione centralizzata lascia sempre più il posto alla produzione e all’organizzazione a rete, ai distretti industriali e territoriali, ai contesti istituzionali.
La creazione di imprenditorialità diffusa e la valorizzazione delle risorse non solo industriali ma anche culturali, ambientali, storiche e archeologiche, possono rappresentare, come dimostrano proprio le esperienze di governo locale che si stanno producendo nel Sud, un approdo positivo sia per i giovani che per i lavoratori dipendenti.
Si tratta di riprendere l’intuizione di Sylos Labini quando parla di creazione di imprese a mezzo di imprese. La creazione di imprese e di attività autonome va perciò incentivata attraverso politiche ordinarie e non come strumento di gestione di crisi e ristrutturazioni.
L’esperienza dei distretti industriali può aiutare a ripensare il rapporto tra politica industriale e Mezzogiorno.
Non si tratta di istituirli per legge o decreto, ma di rimuovere tutti gli ostacoli che inibiscono queste esperienze e di promuovere tutti i fattori che possono svilupparli.
Nel Sud già esistono realtà di forte concentrazione e specializzazione produttiva, quelli che qualcuno ha definito distretti industriali in nuce. E nel 95 il saldo tra nascita e mortalità delle imprese è stato, in questa parte del Paese, diversamente dalla media nazionale, positivo.
Si tratta dunque di promuovere e proporre strumenti per favorire l’approdo di queste realtà verso i distretti industriali veri e propri.
E’ dentro questa idea dello sviluppo, nella quale la città, il distretto urbano, interagisce con il distretto industriale, che al Sud si può concretamente costruire, anche mediante una profonda riorganizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale e dunque le scelte territoriali degli investitori.
In questo quadro, un contributo fondamentale può venire dal settore delle telecomunicazioni.
All’avvento della comunicazione interattiva sono infatti legate parti consistenti delle possibilità di creare nuovi lavori e di migliorare la qualità della vita, in particolare nei centri urbani. Strade e autostrade telematiche rappresentano oggi per le città, le industrie, le università, i centri di ricerca, quello che la ferrovia ha rappresentato nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Cablare le città utilizzando le infrastrutture già esistenti, facendo nascere vere e proprie reti locali che si aprano a nuovi protagonisti imprenditoriali ci sembra in tale ambito la scelta più utile e redditiva.
Riconoscere il valore del lavoro vuole dire anche creare imprese no profit nelle forme più varie. Esiste un legame profondo tra crescita dell’occupazione, incrementi di produttività sociale e ruolo del Welfare riformato. I servizi alla persona saranno infatti decisivi per impedire che l’ineluttabile sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Cambiare non sarà facile. E, soprattutto, non sarà indolore.
Ma le energie ci sono. Nella società civile, nell’industria, nell’economia, diventano sempre più decisivi l’autonomia, la partecipazione, la collegialità, la capacità di attivare e motivare positivamente energie.
Energie che vanno messe in campo senza esitazione per contribuire al processo di formazione di una nuova classe dirigente. Per costruire dal Mezzogiorno, una politica per il Mezzogiorno. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Il federalismo ci piace perché siamo convinti che imparare a ragionare, e a fare, in quanto soggetti che indicano delle soluzioni ai propri problemi, e che cercano di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni tra diversi all’interno di una nazione.
Sì! Il federalismo ci piace soprattutto per questo: perché aiuta a pensare, e quindi a essere, contando innanzitutto sulle proprie forze.


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