Un modello di ricerca da importare
Tokio. RIKEN. Headquarters. L’appuntamento è per le 14 in punto. Non riesco a celare una certa agitazione. Ryoji Noyori è il Presidente del RIKEN (www.riken.jp). Premio Nobel per la chimica 2001. E qui in Giappone i Nobel sono considerati una sorta di semidei. Insomma non proprio una di quelle persone che si intervistano ogni giorno. Mi soccorre Jorge Luis Borges. L’idea che i giapponesi sono così gentili da darti ragione anche quando hai torto. Salgo le scale. Resto due minuti due in attesa. I saluti. Pronti. Si parte.
La funzione sociale della scienza
Negli ultimi cento anni lo sviluppo delle tecnologie ha avuto un ruolo fondamentale nei processi di mutamento economico e sociale. Naturalmente non mancano i problemi (cambiamenti climatici, deterioramento ambientale, scarsità delle risorse energetiche, sovrappopolazione, etc.), in larga parte il risultato di uno sviluppo delle tecnologie guidato troppo e per troppo tempo dalle logiche di mercato.
Il tema centrale è oggi la sostenibilità dei processi di sviluppo. In un mondo che non può fare a meno di energia nucleare, di cibi geneticamente modificati, di clonazione di piante ed animali è necessario che la comunità scientifica, l’industria, l’insieme dei business actors si diano valori comuni, definiscano un’etica condivisa.
Sviluppo tecnologico e ricerca scientifica devono saper guardare alle generazioni future, muovere da un principio di giustizia sociale. I governi basati su regole legittime e attenti al sociale sono indispensabili per lo sviluppo delle future tecnologie.
Capacità di attrarre talenti
Nell’era della conoscenza sarà sempre più impegnativo competere. Occorre riuscire a catturare i numeri uno ovunque essi siano. Purtroppo non sempre riesce. Per attrarre i migliori scienziati occorre non solo che l’ambiente di ricerca sia, come al RIKEN, eccellente, ma anche che ci sia un living environment di livello internazionale, e non è semplice.
Questioni di merito
Al RIKEN il merito è molto importante. È una “organizzazione comprendente”, che punta a creare connessioni tra i diversi aspetti della ricerca e renderla più ricca di variabili. L’idea è che la conoscenza di qualunque scienziato o ricercatore, per quanto possa essere ricco di talento, è per definizione limitata. E che la collaborazione tra ricercatori produce effetti assolutamente benefici così come quella tra istituzioni e paesi diversi.
Scontato? Niente affatto. L’organizzazione RIKEN è ad esempio diversa da quella della Max Planck Society. Naturalmente anche lì la qualità della ricerca è molto alta ma gli istituti di ricerca lavorano in modo indipendente, persino isolato. Il RIKEN invece incentiva fortemente i processi di collaborazione e integrazione tra differenti istituti.
Gli obiettivi? Fare ricerca al top della qualità. Promuovere lo sviluppo di nuove aree di ricerca attraverso i meccanismi di integrazione. Creare infrastrutture di ricerca dagli elevati standard per la comunità scientifica.
Prendere decisioni
L’Executive Board è il più alto organismo decisionale del RIKEN, ma hanno una funzione strategicamente rilevante anche organismi come il RIKEN Advisory Board, che consente di avere consulenze di esperti esterni alla comunità scientifica in materia di management, e il RIKEN Science Council, che discute autonomamente la gestione di RIKEN e può dare indicazioni al Presidente in merito a specifiche tematiche.
Dato questo sfondo, il bilanciamento dei processi decisionale di tipo top-down (che nascono dal management) e quelli di tipo bottom-up (generati invece dagli scienziati) è un ulteriore obiettivo della struttura.
Framework Research
Le aree di ricerca al RIKEN sono molto vaste e vengono perciò intraprese ricerche inerenti diversi framework; anche le abilità e le capacità richieste ai vari “RIKEN workers” sono molto diverse tra loro. RIKEN Discovery Research Institute, RIKEN Spring 8, RIKEN Nishina Center operano ad esempio su una prospettiva di lungo periodo. Frontier Research System e Life Science Research Centers sono concentrati su obiettivi di medio periodo. Da sottolineare infine che al RIKEN il “permanent staff” rappresenta solo il 15% del totale, il restante 85% è impiegato con contratti a termine (compresi i direttori e i team leaders).
Delle connessioni
RIKEN ha attualmente accordi di collaborazione con 110 istituzioni in 30 diversi paesi e regioni e sono stati realizzati 120 progetti di ricerca grazie ad accordi di collaborazione internazionale. Un forte contributo in questa direzione viene anche dalla forza relazionale dei ricercatori, dalla loro storica capacità di attivare collaborazioni internazionali. Bisogna fare di più, saper migliorare costantemente anche su questo terreno.
L’approccio olistico
Alle profonde contraddizioni della modernità paesi come il Giappone e gli USA, gli stessi paesi dell’Unione Europea devono rispondere gestendo al meglio i grandi temi legati allo sviluppo compatibile. Non si possono risolvere le questioni epocali che il mondo ha di fronte senza comprenderle a fondo. C’è bisogno di esplorare il settore delle scienze della vita e della biologia per capire l’essenza degli organismi viventi. E per farlo, così come per conoscere e capire le proprietà dei materiali o della mente è indispensabile un approccio olistico. Non esiste futuro in una prospettiva riduzionista.
È la domanda a guidarci
L’organizzazione RIKEN può essere un esempio per l’Europa e l’Italia?
Il presidente Noyori non sembra avere dubbi. E vista dal versante organizzativo è difficile dargli torto. Il fatto è che è questione anche di volontà politica. Di capacità di sistema. Di risorse disponibili.
Sognando Riken
About RIKEN »
3.441 scienziati direttamente impegnati nelle diverse attività; 2.456 provenienti da strutture di ricerca di ogni parte del mondo; 1.185 studenti impegnati nelle attività di tirocinio; un budget per il 2007 di circa 90mila milioni di yen; un’attività di sperimentazione e ricerca che attraversa, escluse quelle umane e sociali, ogni campo delle scienze e delle tecnologie; l’impegno a rendere pubblici i risultati delle proprie attività: è il RIKEN oggi. Per saperne di più non perdetevi le due storie che seguono.
Ego in rete »
Piero Carninci già lo conoscete (Nova 24, 12 luglio 2007). Con le sue ricerche ha messo in discussione il dogma dell’immutabilità del DNA. È stato il primo scienziato non giapponese ad essere insignito del Yamazaki-Teiichi Prize. Ribadisce che nella ricerca si confrontano “ego” notevoli, che lo scienziato è per “sua natura” competitivo. E che però per ottenere risultati importanti bisogna fare rete con chi ha competenze complementari. Un modello di collaborazione tutto RIKEN – aggiunge – è il consorzio FANTOM, nato nel 2000 dalla consapevolezza che pur essendo molto forti nel produrre i full-length cDNA, (DNA complementare di mRNA a lunghezza completa), nel fare datasets estesi, eravamo deboli nell’analizzarne la funzione. Dunque occorrevano ricercatori più capaci di focalizzarsi sullo specifico. Sono arrivati così una cinquantina di biologi provenienti da campi diversi e felici di lavorare in laboratori attrezzati per analizzare tutti i geni, o gli RNA, in un colpo solo. Sono stati determinanti per il successo del progetto. FANTOM ha creato un modello che può essere imitato. A patto però di apportare idee e visioni originali. Altrimenti fare come fanno gli altri non funziona. Da noi questa cultura è molto forte. Il “RIKEN Presidential Fund”, presieduto dal presidente Noyori, è ad esempio un premio bandito 2 volte all’anno che assegna finanziamenti biennali alla ricerca che mette assieme due istituti diversi del RIKEN (ad esempio genomica e neurobiologia) intorno a un progetto il più possibile pazzo e rischioso.
Il gene interruttore »
Nel futuro prossimo venturo di Carninci ci sono molte cose. La correlazione tra le sequenze del genoma che regolano l’espressione dei vari RNA cellulari ed il livello di espressione di questi ultimi (per sapere come e perchè differenti geni vengono espressi in condizioni e tessuti differenti). L’analisi degli elementi che regolano l’espressione genica in specifici neuroni come le cellule nervose (si tratta di studi molto complessi che hanno tra gli altri l’obiettivo di capire la funzione della plasticità del cervello, di individuare meccanismi su come riattivarla, di definire e sviluppare metodologie per studiare la neurodegenerazione). L’esplorazione di tipi di RNA prodotti dal genoma (il genoma produce tanti RNA di diversi tipi e dimensioni; la parte più importante ed eccitante è che tra questi ci sono RNA “interruttori” di attività genica: usando RNA si potrà in futuro accendere o spegnere la funzione di vari geni (si potrà ad esempio alterare il decorso di malattie prima incurabili, anche se per ora la ricerca non è ancora rivolta alle malattie ma alla comprensione dei meccanismi).
Una geniale fabbrica di serendipity »
Al Frontier Research System la ricerca è davvero ad alto rischio. Vi lavorano in 179 tra scienziati e ricercatori. Dodici le aree di ricerca attive intorno a tutto quanto fa frontiera, dai robot umani interattivi alle nanoscienze, dai controlli biomimetici ai computer quantici.
Cose da (scienziati) pazzi? Assolutamente no. Perché le scoperte che avvengono per genio e per caso lasciano spesso un segno importante. Perché il risultato, quando c’è, assicura un vantaggio cognitivo – competitivo di grande rilevanza.
Franco Nori è a capo del Digital Materials Laboratory (DML) al Single Quantum Dynamics Research Group. Teoria. Idee. Per vedere, manipolare, sfruttare nuovi fenomeni quantici. Nori è membro della American Physical Society dal 2002 e dell’Institute of Physics del Regno Unito dal 2003; sarà eletto, il prossimo 16 febbraio, membro dell’American Association for the Advancement of Science; ha ricevuto nel 1998 un “Excellence in Research Award” e nel 1997 un “Excellence in Education Award” dall’Università del Michigan; nel suo cv oltre 160 pubblicazioni (e oltre 4600 citazioni) su riviste come Physical Review Letters, Science, Nature, Nature Materials, Nature Physics. È l’uomo che ha maggiori probabilità di vincere la corsa per la realizzazione del computer in grado di risolvere in pochi secondi ciò che i computer attuali non possono risolvere in un anno.
La possibilità di utilizzare le tecnologie dell’informazione quantistica non è più solo un sogno – afferma – anche se sui tempi occorre essere ancora cauti. In fondo gli studi sull’elaborazione di questo tipo di informazione sono partiti da poco. Non si sa ancora quali dispositivi o sistemi (atomi, fotoni, spin ecc.) saranno più adatti. Tante sono le sfide ancora aperte. Ma anche se i tempi non sono ancora prevedibili, è comunque una questione di tempo. Così come è certo che la discussione attiva e continua con scienziati che provengono da altre parti del mondo, il continuo scambio di idee, l’intensa dinamica di gruppo rappresentano il fondamentale punto di forza del DML.
E’ la domanda a guidarci »
Si può parlare di modello RIKEN nella ricerca scientifica così come si è parlato di modello Toyota nell’industria? Da questa domanda è nata un’idea. Dall’idea una scommessa. Che il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Salerno ha deciso di cogliere. Con un progetto di ricerca per l’anno 2008. Che si propone di analizzare, sulla base di una ricerca sul campo, a partire da alcuni studi di caso, il modello organizzativo RIKEN; la struttura dei suoi processi decisionali; le dinamiche di collaborazione – competizione, di creazione di senso, di costruzione di ambienti sociocognitivi serendipitosi che caratterizzano la sua attività; la sua elevata capacità di attrarre talenti da ogni parte del mondo.
The winner is »
Gli obiettivi? Verificare se e come il RIKEN può essere un modello vincente. Se e come tale modello può indurre processi di isomorfismo. Se e come tali processi possono delineare, per l’Italia e l’Europa, opportunità inedite di organizzazione e sviluppo della ricerca scientifica. Definire scenari e indicare proposte che frenino la fuga e lo spreco di cervelli. Incoraggiare i giovani a non abbandonare la difficile ma entusiasmante via della ricerca scientifica. Offrire alle comunità di manager e di ricercatori elementi utili alla loro riflessione e al loro agire. Dare una qualche risposta alla domanda di studi innovativi sul pensiero organizzativo.
That’s all folks. Per ora.
Illuminato dal potere della chimica
All’inizio delle scuole medie, mio padre mi portò a una conferenza sul nylon. Fui profondamente impressionato dalle potenzialità della chimica, che può creare cose importanti a partire quasi dal nulla! La conferenza ebbe un enorme impatto su quello studente allora dodicenne, eravamo nel 1951, subito dopo la guerra mondiale. Il Giappone era molto povero. Avevamo davvero fame. In quel momento capii che il mio sogno era quello di diventare un chimico che potesse essere in prima linea nel contribuire al bene della società attraverso l’invenzione di prodotti utili. Si racconta così Ryoji Notori nell’autobiografia pubblicata su www.nobelprize.com.
Il presidente del Riken ha oggi 70 anni (Kobe, 1938). Ha conseguito il dottorato all’Università di Kyoto, ha proseguito gli studi all’Università di Harvard, ed è tornato in Giappone come professore all’Università di Nagoya, dove ha ricoperto numerose cariche, compresa quella di direttore del Centro ricerche per le scienze dei materiali.
È autore di oltre 400 pubblicazioni e ha firmato 145 brevetti. I suoi studi e le sue scoperte sulla produzione di catalizzatori chirali, vale a dire di molecole capaci di controllare selettivamente le reazioni di sintesi di determinate molecole chirali, gli sono valsi il Premio Nobel (insieme a William Knowles e K. Barry Sharpless).
Il 20 settembre del 2002 gli è stata conferita dall’Università di Bologna la laurea honoris causa in chimica industriale con la seguente motivazione: «La ricerca sulle sintesi asimmetriche catalitiche, che gli ha valso il Nobel, riguarda processi ecocompatibili, che vengono applicati a livello industriale nella sintesi di numerosi composti per ottenere antibiotici, antibatterici, vitamine. Importante è stato lo studio dell’uso dell’anidride carbonica come mezzo a basso impatto ambientale per ottenere prodotti ad alto valore aggiunto della chimica industriale. La sua ricerca ha consentito progressi in ambito chimico, della scienza dei materiali, biologia e medicina».
Il 30 ottobre 2003 è stato ordinato da Papa Giovanni Paolo II Membro Ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.
Il gruppo che porta i robot nelle scuole
Loro non farebbero certo come Theodore Schick. Capo del dipartimento di filosofia del Muhlenberg College, Pennsylvania, USA. Che immaginava un futuro minacciato da un uso improprio delle nuove tecnologie digitali. Che temeva potessero avere gli stessi effetti malefici degli anelli resi celebri da Tolkien. Che proponeva perciò di “gettare nel fuoco queste conoscenze tecnologiche, proprio come il Consiglio di Elrond ha votato di distruggere l’anello”.
Loro pensano che l’innovazione è una modalità di pensiero. Che vivere e innovare sono la stessa cosa. Che le NTI rendono accessibile una gamma di conoscenze e di opportunità che non ha eguali in nessuna altra fase dello sviluppo umano. Che non coglierle vuol dire rinunciare a un futuro migliore, per i più giovani in primo luogo. Che perciò è necessario creare connessioni. Costruire relazioni. Valorizzare il talento. La creatività. L’impegno.
Chi sono loro?
Quelli di Tecknos (www.tecknos.it). Un pugno di cervelli. Tanta passione. Lavoro. Un’associazione no profit nata il 30 aprile scorso. Un appuntamento annuale (il 5 e 6 ottobre 2007 a Sarzana, La Spezia, la seconda edizione) per proporre, confrontare, investire in idee e progetti. Per tutte le età.
A sentire Andrea Lagomarsini, presidente di Apai (www.apai.biz) e socio fondatore dell’Associazione, i concetti chiave intorno alle quali Tecknos sta organizzando le proprie reti e le proprie iniziative sono informazione, interazione, incontro, investimento.
È fondamentale la capacità di acquisire conoscenze dalle università, dal mondo della ricerca, dalla scuola, dalle imprese, dalle istituzioni.
Poi occorre che le idee e i progetti vengano divulgati, trasferiti, implementati, in maniera tale da creare ulteriori saperi, conoscenze, opportunità.
La fase di investimento è quella che porta a coadiuvare e sviluppare le attività imprenditoriali vere a proprie; ad accompagnare la fase di start up di nuove imprese e/o di nuovi prodotti; a sviluppare attività di sponsoring; a facilitare l’accesso di giovani dotati nel mondo del lavoro.
Nascono da qui soluzioni avanzate nel campo della domotica come i sistemi di sicurezza di terza generazione AISAC, (www.aisac.it), risultato dell’interazione scientifica, tecnologica, imprenditoriale con soggetti come BTicino, Università di Pisa, CNR.
È ancora da questo background, e dall’incontro con il Prof. Giovanni Marcianò dell’IRRE Piemonte, che nasce il progetto Bee-Bot che consentirà ai bambini delle scuole materne di usare, con il linguaggio dei tasti e dei colori, un vero e proprio robot a forma di ape.
Il progetto interesserà nella fase di avvio alcune classi di due scuole dei comuni di Sarzana (La Spezia) e di Fosdinovo (Massa Carrara).
Gli scopi?
Avvicinare da subito i bambini ai robot e dunque alla tecnologia; invogliarli a sfruttarne le molte potenzialità per ampliare il proprio pensiero, per migliorare la loro capacità di confrontarsi con gli altri, per favorire lo sviluppo di modalità di apprendimento cooperativo.
Il messaggio?
Abituarsi a innovare. Per tutto il corso della vita.
Competizione collaborativa da geni
Giugno 2007. Su Nature vengono pubblicati i risultati della ricerca condotta nell’ambito del programma ENCODE (the Encyclopedia of Dna Elements, 10 i paesi e 80 i gruppi di ricerca partecipanti) che svelano il comportamento di una prima, piccola, preziosa parte del nostro codice genetico.
Il fatto è di quelli rilevanti. Ancora di più lo sono le sue conseguenze. Per la scienza. E per i comuni mortali che da essa si aspettano rimedi e soluzioni per vivere meglio e più a lungo.
Sono trascorsi più di 80 anni da quando Ogburn e Thomas analizzarono 150 casi di scoperte multiple indipendenti e svelarono al mondo che alla base dell’inarrestabile progresso della conoscenza ci sono scienziati e tecnologi che, presi dallo stesso furore scientifico e alle prese con gli stessi problemi, approdano alle medesime soluzioni. Ma quella alla quale ci prepariamo ad assistere si presenta come una vera e propria nuova corsa all’oro. Con in palio una petita assai preziosa, il genoma umano. E una sorpresa: al tempo della società liquida, di internet e dei consorzi internazionali di ricerca più che in ogni altra fase per vincere non basta competere. Occorre collaborare. Interagire. Sapendo che saranno in tanti ad arrivare quasi fino al traguardo. E che a vincere sarà, come sempre, uno solo.
Due le parole chiave: competizione e collaborazione. Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Si gioca su un campo tanto vasto e inesplorato che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.
Come tutte le storie che si rispettano, anche la nostra ha un protagonista principale. Si chiama Piero Carninci. È senior scientist al RIKEN, Genome Science Laboratory di Saitama, in Giappone. Come direttore scientifico di Fantom 3, il consorzio promosso da RIKEN con 45 istituti di ricerca di 11 paesi, ha sviluppato la tecnologia e prodotto dati complementari a quelli inizialmente pianificati dal consorzio ENCODE. È uno dei molti autori del paper pubblicato su Nature. Un tocco di straordinario genio italiano in un mondo dominato da USA e Giappone. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato della ricerca sul genoma. E su cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo.
Carninci non ama i giri di parole. Spiega che, una volta completata la mappatura del genoma, ci si è resi conto che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né l’inizio né la fine delle parole, né la punteggiatura né la grammatica. Aggiunge che l’individuazione delle regioni che codificano per proteine ha permesso di comprendere le parole. Che oggi l’obiettivo è comprendere come le “parole” sono correlate l’una con l’altra (punteggiatura, grammatica, ecc.). Che la prossima sfida porta dritto alla comprensione della loro logica.
Il National Institutes of Health (NIH, USA) – racconta – ha lanciato nel 2003 il programma ENCODE proprio con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie (protocolli per trasformare RNA in informazione) per l’analisi del genoma e applicarle ad una piccola parte (l’1% del totale) del DNA. Si può considerare tale programma come una sorta di prova generale. Resa possibile dalla ricerca di tanti. Ad esempio RIKEN. Che non a caso continuerà a collaborare con ENCODE sia per ciò che riguarda la pianificazione degli esperimenti che per lo sviluppo di tecnologie ad hoc.
Riecco le parole chiave.
Competizione. RIKEN che dal 2001 sviluppa indipendentemente tecnologie per capire dove sono gli mRNA (gli RNA che producono proteine) ed i loro promotori (le sequenze che fanno svolgere al genoma la sua funzione principale: produrre RNA, ogni tipo di RNA, che ha non solo la funzione di trasportare e tradurre informazioni ma anche quella di coordinare il complesso lavoro teso a rendere integrate ed efficienti le migliaia e migliaia di componenti attive della cellula, di contribuire a regolare l’espressione del DNA).
Collaborazione. Le tecnologie complementari di RIKEN ed ENCODE. L’utilizzo da parte di ENCODE della tecnologia ideata da Carninci per identificare senza alcun dubbio l’inizio della trascrizione dei geni, le sequenze che promuovono la trascrizione, chiamate “promotori”.
Capire i promotori – spiega lo scienziato italiano – è essenziale per capire come e quando il genoma agisce. In pratica il promotore è un interruttore che dice “accendi”, “spegni” e, se “acceso”, quanto bisogna produrre.
I diversi tessuti esprimono RNA differenti e quindi proteine differenti. Ad esempio, il muscolo esprime proteine necessarie alla contrazione muscolare, il cervello esprime proteine importanti per l’attività neuronale.
Diversi promotori controllano l’espressione di diversi RNA (e quindi proteine) in diversi tessuti e in questo contesto i RNA che non codificano retroagiscono con il DNA, modificano l’espressione di mRNA dal DNA e quindi modificano il livello di proteine prodotte dall’RNA.
Sembra facile, come ricordava un simpatico omino coi baffi ai tempi di Carosello. Ma non lo è. Perché in tanti avevano definito tutto questo “junk”, spazzatura. E perché la strada del progresso scientifico è da sempre costellata di abbagli, errori, torti, orrori.
Tornando alle scoperte multiple indipendenti di RIKEN ed ENCODE, Carninci spiega perché a livello scientifico è importante che più gruppi che utilizzano tecnologie diverse arrivino alle stesse conclusioni. Grazie agli sforzi di molti gruppi si è capito – continua – che la parte del genoma che produce RNA è almeno il 75%, forse il 93% (a Fantom 3 abbiamo stimato almeno il 63%). La maggior parte di questi RNA non codifica per alcuna proteina. Molti degli RNA prodotti, e molte delle sequenze regolatrici, sono soggette ad evoluzione più rapida di quanti ci si aspetta per delle regioni del genoma che hanno funzione.
Quest’ultimo punto è particolarmente importante, determina un cambiamento di paradigma – aggiunge ancora Carninci. Fino ad ora si riteneva che le sequenze di DNA più essenziali e vitali fossero quelle più lungamente conservate durante l’evoluzione. La regola era: sequenze conservate uguale sequenze funzionali; sequenze non conservate uguale sequenze non funzionali o non importanti. Era una regola troppo grossolana. Confrontando il genoma umano con quello di altri mammiferi ci si è accorti infatti che molte regioni funzionali non sono conservate, che ci sono delle regioni che hanno una evoluzione molto più rapida del resto del genoma. Ciò non solo cambia in maniera significativa l’approccio nella ricerca di elementi funzionali nel genoma, ma è assai affascinante dal punto di vista della comprensione dei processi evolutivi.
Grazie alla pubblicazione del lavoro del NIH abbiamo, per questo 1% del genoma, una mappa molto dettagliata dei geni e delle sequenze che ne regolano l’espressione da cui si potrà partire per “attaccare” il restante 99%. Inoltre abbiamo appreso parecchie regole che è probabile valgano per tutto il genoma. Per tornare all’esempio del libro di 3000 pagine, anche solo il contenuto di 30 di esse può aiutarci a capire il tipo di linguaggio usato, lo stile, il vocabolario, la grammatica, il grado di novità, quanto si impiegherà a leggere tutto il libro, come studiarlo, a chi farlo leggere.
La morale della storia?
ENCODE, RIKEN ed altri consorzi continueranno ad analizzare le sequenze per il restante 99% del genoma umano con le tecnologie sviluppate in questa occasione. Nuove tecnologie verranno sviluppate a partire da quelle usate oggi. L’1% sono solo il punto di partenza – ribadisce Carninci -. Ci sarà un ENCODE per organismi modelli con il genoma molto più piccolo come ad esempio il moscerino della frutta (drosophila melanogaster). Ci saranno molte e rilevanti conseguenze concrete per tutti noi.
Comprendere il funzionamento di base del genoma (la logica mediante cui i geni vengono transcritti), imparare il linguaggio, vuol dire ad esempio imparare come modificare questo linguaggio mediante farmaci e terapie mirate.
Il fatto di trovare che ci sono tanti RNA che non producono proteine suggerisce che questi RNA regolino il comportamento ed il prodotto (output) del genoma; usando questi RNA, si potrà in futuro controllare il comportamento deviante del genoma come, ad esempio, le malattie.
Infine c’è il fascino della conoscenza, la possibilità di porsi mete sempre più straordinarie, come quelle che si riferiscono al cervello umano (Carninci ci rivela che ci sta lavorando; aggiunge che è troppo presto per parlarne; promette che saremo tra i primi ad essere informati dei suoi risultati).
La nostra storia per ora si ferma qui. Speriamo che vi sia piaciuta. Che vi abbia suggerito qualcosa circa le ragioni per le quali assieme agli scienziati e alle loro idee sono importanti i processi organizzativi che essi attivano e hanno alle spalle. Circa le caratteristiche dei processi di competizione – collaborazione in atto. Circa le ragioni per le quali “leggere” il DNA è molto importante per il nostro futuro. E per quello delle generazioni che verranno.
Non fabbriche di lauree, ma di idee
Ricordate Matrix? Il primo della ormai mitica trilogia dei fratelli Wachowski?
La scena è quella del “Goth club from hell”. La musica, frastornante, quella di Rob Zombie. Le parole, quelle della splendida Trinity: “It’s the question that drive us, Neo. È la domanda a guidarci, Neo”.
La domanda è: “Che cos’è Matrix?”.
Che cos’è l’e-learning, perché, a quali condizioni, con quale struttura, per chi, l’Università telematica può rappresentare una reale opportunità sono invece le domande dalle quali è partita la ricerca sulle università telematiche nell’anno accademico 2005 – 2006.
Quattro università e un’idea per descrivere un fenomeno destinato a far molto discutere.
Le quattro università sono la Guglielmo Marconi, la TEL.M.A, la Nettuno e la Da Vinci. L’idea è che i fatti dicano più di mille parole sul mondo dell’istruzione online universitaria.
Proviamo dunque a guardare almeno alcuni di questi fatti più da vicino:
19 facoltà attivate, 20 corsi di studio (nessuno dei quali attivato nel rispetto dei requisiti minimi di docenza), 2513 studenti, 3 docenti di ruolo (uno dei quali da anni in aspettativa per motivi parlamentari);
lo start up, di fatto garantito dalla possibilità di aggirare la norma;
la possibilità di organizzarsi come meglio si crede ad ogni livello (di università, di facoltà, di corso di laurea), e per ogni ambito (organizzazione della didattica, utenza sostenibile, competenze richieste, struttura e ripartizione dei crediti, test di accesso, recupero dei debiti formativi, ecc.);
un’utenza sostenibile pari a 7396 studenti;
in un caso, quello della TEL.M.A., al 2005 – 2006, oltre ai docenti mancano anche le strutture (“sulla base della relazione del Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario, non vi è compatibilità fra le esigenze di funzionamento del corso e le caratteristiche e la quantità delle strutture messe a disposizione dello stesso per la durata normale degli studi”);
convenzioni che dispensano crediti con criteri decisamente discutibili e rigorosamente a pioggia.
A chi giova tutto questo? Perché una tale quantità di eccezioni, disservizi, mancato rispetto degli standard minimi, intrecci perversi? Perché dare questo tipo di risposta alla domanda di istruzione universitaria online mentre nel resto del mondo tecnologicamente sviluppato la ricerca e le buone pratiche fanno passi da gigante?
Sono state queste domande a guidarci. Le risposte sono venute quasi da sole.
Risposte che se da un lato confermano il deficit di virtù civiche di cui soffre il Paese dall’altro evidenziano, motivano, dimostrano, la possibilità di una decisa inversione di rotta.
Non servono fabbriche di lauree. Occorrono fabbriche di idee. Di conoscenze. Di competenze. Di futuro. Anche via web.
Napoletani salvasilicio
RD39. Effetto Lazarus.
No, non è il titolo del prossimo film di James Bond. Sono il numero di repertorio ed il nome con il quale potete rintracciare, al CERN di Ginevra, la scoperta fatta, era l’anno di grazia 1997, da Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero, Antonio Esposito, Francesco Vitobello.
Come forse avrete già intuito, i cinque sono tutti napoletani. Ma solo uno di loro al tempo lavorava nella propria città, al CNR.
Gli altri? In giro per il mondo. Precisamente alle Università di Berna, di Lisbona, di Glasgow e all’ETL (Electrotechnical Laboratory) MITI di Tsukuba.
Cosa hanno scoperto? Che è possibile “resuscitare” le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi celsius.
Perché la scoperta è importante?
Perché di norma le sfoglie di silicio hanno un ciclo di vita media di 1 anno. Perché gli esperimenti di fisica delle particelle si basano su raccolte di dati che si effettuano nel corso di 5, 10, talvolta anche 15 anni. Perché montare ogni anno decine di metri quadri di rilevatori poneva dei limiti enormi a chi fa ricerca in questo settore.
A raccontarci tutto questo è Antonio Esposito. Ingegnere Fisico. 43 anni. Una vita da scienzato. Cominciata al CNR di Napoli, 4 anni vissuti nel segno della superconduttività. Poi l’esperienza in Giappone, alla ETL di Tsukuba, dove è rimasto 5 anni, lavorando allo sviluppo di nuovi materiali superconduttivi e di dispositivi per la rilevazione (detector) di particelle. Dopo il Giappone, un’esperienza di 2 anni di insegnamento in Germania, alla TUM (Technical University Munich). Poi l’approdo a Ginevra.
E Napoli?
Antonio per ora non pensa di tornarci. Ci tiene a sottolineare però che continua ad amare la sua città. E che continua a farlo nel modo che conosce meglio. Investendo. Facendo ricerca. Impresa. Creando a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, aziende come Incept (www.incept.it), che sviluppa Technology on Demand.
Antonio, Vittorio e Francesco lo ritengono il loro esperimento più difficile.
Le ragioni – mi dice Antonio – uno come te le conosce bene.
Ma noi ci crediamo. Non vogliamo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università, le strutture di ricerca, della nostra città ci hanno dato. Alla possibilità di riportare a Napoli almeno un pò di ciò che abbiamo imparato in giro per il mondo.
Allestire il cantiere delle idee
Serendipity. Concetto sconosciuto ai più. Buffo anzichenò. Con un certo non so che di magico. Una sorta di
supercalifragilistichespiralitoso della ricerca sociologica. Che si deve alla genialità di Robert K. Merton. Che lo ha riferito «all’esperienza, abbastanza comune, che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente».
Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché abbiamo un’idea. L’idea che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi possa diventare un acceleratore di opportunità per tutti quei soggetti – città, imprese, università – che hanno deciso di puntare sull’innovazione. Scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che “per genio e per caso” si possa crescere di più. E sfruttare meglio le opportunità.
La nostra idea ha una storia alle spalle: quella di Piero Carninci, scienziato triestino che con Yoshihide Hayashizaki dirige il Fantom International Consortium, promosso dalla Riken Genome Network Project con 45 istituzioni e 192 scienziati di 11 Paesi.
Perché la sua storia è importante? Perché in Italia Carninci non ha trovato la possibilità di stabilirsi come ricercatore. Perché dalle nostre parti le domande per lui usuali erano: «Prenderòlo stipendio?» o «devo cambiare lavoro?» Mentre appena giunto in Giappone sono diventate: «Come capire la funzione del genoma?» o «come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni?».
Perché insieme alla sua nutrita band di cervelli ha scoperto che il trascrittoma (Rna) modifica il Dna e identificato i promotori contenuti nel genoma. E perché la sua storia ha una morale. Che lui stesso ha così sintetizzato, in un articolo: «Dall’Italia ho avuto tantissimo, in termini di educazione e primi anni di esperienza lavorativa. Tuttavia, nel momento nel quale avrei potuto restituire qualcosa al mio Paese, non c’e stata nessuna struttura pronta a una collaborazione produttiva. Invece in Giappone, come negli Stati Uniti, la ricerca è un investimento in conoscenza e il ricercatore è considerato uno che deve produrre conoscenza e brevetti per lo sviluppo del Paese».
Nessun uomo è un’isola. E nessuna idea. Come ci ha raccontato la copertina di Nòva, Genius Loci, del 6 luglio scorso. Ma la forza della nostra idea sta dunque nella sua possibilità – capacità di prendere atto, creare senso, sfruttare il potenziale. Prendere atto di che cosa? Del permanere – a prescindere dagli argomenti in questione, siano essi i distretti della conoscenza o le nuove forme di marketing territoriale, per restare all’esempio citato – di una oggettiva difficoltà a uscire dai confini della sperimentazione e a delineare una prospettiva nella quale le buone pratiche siano la norma.
È un prendere atto che non significa subire, ma farsi carico fino in fondo di tale difficoltà per avere più possibilità di superarla.
Come? Ad esempio guardando alla realtà come a una costruzione continua, il prodotto dell’attività delle persone che danno senso alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate.
È la logica del sensemaking, la cui definizione è «un processo fondato sulla costruzione dell’identità, retrospettivo, istitutivo di ambienti sensati, sociale, continuo, centrato su (e da) informazioni selezionate, guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza».
Proprio il carattere di cantiere dai lavori perennemente in corso caratteristico del sensemaking favorisce la possibilità di fare un salto culturale dalla Grecia alla Cina e passare dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi, fini a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Un modello che utilizza al meglio tutti i fattori e i dati disponibili. Accompagnando i percorsi invece di avere la pretesa di guidarli. Facendo in modo che l’effetto sia
prodotto dalla situazione stessa.
In definitiva, la nostra idea è che in Italia esistano molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione di processi virtuosi “per genio e per caso”. E che davvero ci possano essere migliaia di “Serendipity Lab” nel nostro futuro, specie se le istituzioni, le imprese, le università riusciranno a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la voglia di fare rete. A sostenere, come ha suggerito Enzo Rullani su questo stesso giornale, la capacità di industrializzare le idee migliori. Come sempre in faccende di questo tipo, niente è scontato.